17 Gennaio 2026

La tragedia di Crans-Montana: alcune riflessioni

di Angelica La Rosa 

UN CARICO DI MORTE E DOMANDE 

La notizia che giunge da Crans-Montana, con il suo carico di morte, di dolore indicibile e di corpi straziati fino a non essere più riconoscibili, irrompe come un grido nel cuore dell’Europa opulenta e distratta, proprio mentre il calendario segna l’inizio di un nuovo anno che molti avevano illusoriamente salutato con musica, euforia e rumore, come se il semplice voltare pagina bastasse a esorcizzare il mistero del male e della morte.

Quarantasette giovani vite spezzate, centinaia di feriti, famiglie gettate in un abisso di angoscia senza nome, in un contesto che colpisce ancora più duramente perché riguarda giovanissimi, anime ancora in formazione, affidate a un mondo che troppo spesso confonde la festa con lo sballo, la libertà con l’assenza di limiti, la gioia con l’eccesso, dimenticando che l’uomo non è fatto per il frastuono che stordisce, ma per la luce che orienta.

Questa tragedia non può essere ridotta a una mera fatalità tecnica o a una statistica di fine-inizio anno, ma interpella la coscienza collettiva, perché rivela il volto fragile e tragicamente esposto di una civiltà che ha smarrito il senso del sacro, il timore di Dio e il rispetto profondo per la vita, specialmente quando essa è giovane e indifesa.

La celebrazione del Capodanno, svuotata di ogni riferimento trascendente, si trasforma così in un rito profano che pretende di scacciare il tempo con il rumore, ma finisce per esserne travolto, e non è un caso che proprio in queste notti, tradizionalmente dedicate nella liturgia al rendimento di grazie a Dio e alla maternità di Maria Santissima, si moltiplichino gli eccessi e, talvolta, le catastrofi, quasi a ricordare che l’uomo non può impunemente vivere come se Dio non esistesse.

Di fronte a corpi irriconoscibili per le ustioni, il pensiero cristiano non si ferma all’orrore materiale, ma si inchina davanti al mistero dell’anima, affidando ciascuna di esse alla misericordia divina, pregando con tremore e speranza per giovani che forse non hanno avuto il tempo di conoscere pienamente la verità, ma che ora sono giudicati da un Dio che è infinitamente giusto e infinitamente misericordioso.

Allo stesso tempo, questa strage silenziosa interpella gli adulti, le istituzioni, la cultura dominante, chiamandoli a un esame di coscienza severo: che tipo di modelli offriamo ai nostri figli, che idea di felicità proponiamo, quale vuoto cerchiamo di colmare con feste sempre più estreme e precoci.

La Chiesa, nella sua sapienza millenaria, non ha mai condannato la gioia, ma ha sempre insegnato che la vera gioia nasce dall’ordine, dalla misura, dalla verità e dall’apertura a Dio, non dall’abbandono sregolato degli istinti.

Mentre la Farnesina invia i suoi rappresentanti e si allestiscono centri di raccolta per i familiari devastati dal dolore, il compito dei cattolici non è solo quello della compassione umana, pur doverosa e urgente, ma anche quello della testimonianza profetica: ricordare che ogni vita è sacra, che ogni morte chiede silenzio, preghiera e conversione, e che senza un ritorno serio ai principi cristiani, alla responsabilità morale e al senso del limite, tragedie come questa continueranno a colpire un mondo che si crede padrone del tempo, ma che resta drammaticamente incapace di salvarsi da solo.

 

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