17 Gennaio 2026

La natura sacrilega della violenza mafiosa

di Giuseppe Canisio 

RICORDANDO UN SINDACALISTA UCCISO DA COSA NOSTRA

Il 4 gennaio 1947, quando Accursio Miraglia venne assassinato a Sciacca da Cosa nostra, non fu colpito soltanto un uomo ma un’idea di Sicilia e di Italia che stava faticosamente cercando di nascere dalle macerie morali e materiali del fascismo e della guerra, perché Miraglia, sindacalista della CGIL, dirigente delle lotte contadine per l’applicazione dei decreti Gullo e per la redistribuzione delle terre incolte, rappresentava quella miscela pericolosa per i poteri mafiosi e latifondisti di coscienza civile, organizzazione popolare e senso dello Stato che minacciava l’ordine antico fondato sul privilegio, sulla paura e sulla rassegnazione.

La sua azione non era improvvisazione ideologica né violenza verbale, ma lavoro paziente, quotidiano, spesso ingrato, fatto di assemblee, di mediazioni difficili, di rivendicazioni legali, di fiducia nella possibilità che il diritto potesse finalmente sostituire l’arbitrio, ed è proprio questo che la mafia non perdona, perché la mafia non teme la protesta sterile ma l’organizzazione consapevole, non teme l’urlo ma la legge applicata, non teme l’odio ma la dignità che si fa prassi collettiva.

Miraglia sapeva di essere nel mirino, come lo sapevano tanti sindacalisti di quella stagione di sangue che avrebbe visto cadere, uno dopo l’altro, uomini come Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, e tuttavia non arretrò, perché in lui il sindacato non era un semplice strumento di rivendicazione economica, ma una forma di educazione morale delle masse contadine, un apprendistato alla cittadinanza, un modo concreto di dire che la terra non è solo merce ma responsabilità sociale.

In questo senso, anche laddove non si disponga di testi o dichiarazioni esplicite che lo definiscano come militante cattolico in senso stretto, è legittimo cogliere nella sua azione un orizzonte di valori profondamente consonanti con il cristianesimo sociale che impregnava larghe parti del mondo popolare siciliano dell’epoca, un cristianesimo non ridotto a devozione intimistica ma vissuto come esigenza di giustizia, come rifiuto dello sfruttamento, come difesa della dignità dei poveri, perché la richiesta di pane, lavoro e terra non nasceva soltanto da una dottrina politica, ma da una concezione dell’uomo che rifiuta l’umiliazione come destino e riconosce nel prossimo non un concorrente ma un fratello.

La Sicilia di Miraglia era ancora una terra in cui il linguaggio della Chiesa, quello delle encicliche sociali come la Rerum novarum e la Quadragesimo anno, circolava nelle coscienze anche di chi militava a sinistra, e non è azzardato pensare che il suo senso del limite, la sua avversione alla violenza fine a se stessa, la sua insistenza sulla legalità e sulla responsabilità collettiva trovassero alimento in quella cultura cristiana diffusa che vede nel lavoro un diritto e un dovere, nella proprietà una funzione sociale e nella giustizia non una concessione ma un obbligo morale.

Uccidendo Miraglia, la mafia volle lanciare un messaggio chiaro e brutale: la terra deve restare muta, i contadini devono restare soli, lo Stato deve restare lontano, e invece proprio il suo sangue contribuì a rendere ancora più evidente la natura sacrilega della violenza mafiosa, che non è solo crimine ma negazione radicale di ogni etica, civile e cristiana, perché trasforma il potere in idolo e la paura in legge.

Ricordare oggi Accursio Miraglia non significa indulgere in una commemorazione rituale, ma interrogarsi sul prezzo pagato da chi ha creduto che la giustizia sociale non fosse un’utopia ma un dovere storico, e riconoscere che la sua morte, come quella di tanti altri sindacalisti, resta una ferita aperta finché il lavoro, la terra e la dignità continueranno a essere terreno di conquista per nuove e vecchie mafie, e finché non si avrà il coraggio, civile e morale, di dire che la memoria non è vera se non si traduce in responsabilità, e che l’eredità di uomini come Miraglia, intrisa di legalità, solidarietà e, in senso profondo, di umanesimo cristiano, continua a chiedere di essere raccolta.

Accursio Miraglia a Sciacca – scrive su L’amico del Popolo Marilisa Della Monica – è una figura ancora viva e significativa. Viva nel ricordo dei marinai, dei figli degli agricoltori che insieme a lui lottarono perché venisse applicata, senza spargimento di sangue, la legge Gullo-Segni; delle anziane suore, che serbano nel loro cuore le immagini dei carretti pieni di generi alimentari e vestiario che settimanalmente arrivavano per gli orfanelli e che non cessarono di arrivare dopo la sua morte. Uomo colto, pittore, poeta, imprenditore con una fissazione: la giustizia. Amico fraterno di don Michele Arena – altra grande figura che i saccensi portano nel cuore – a cui lo legavano sentimenti di affetto e profonda stima. In un periodo storico in cui il comunismo era visto come la manifestazione del maligno, don Michele Arena trovò nel comunista Accursio Miraglia il compagno con cui lottare per una società migliore, in cui gli ultimi, i diseredati, gli orfani, le vedove avessero la possibilità di riscattarsi e migliorare le loro condizioni di vita.

La chiesa delle Giummarre nel secolo scorso, ospitò l’orfanotrofio e Miraglia era solito far arrivare una volta a settimana un carretto trainato da un asino pieno di vettovaglie per i bambini di questo orfanotrofio e di quello del Boccone del Povero.

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