17 Gennaio 2026

Il fermento nell’Indo-Pacifico

di Matteo Castagna

COSA ACCADRÀ NEL PACIFICO DOPO L’ARRESTO DI MADURO?

Il Taiwan News del 29 dicembre 2025 ha pubblicato un articolo che racconta il lancio da parte del comando del teatro Orientale dell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) cinese, di una maxi-esercitazione al largo delle coste di Taiwan.

La Reuters conferma che contingenti di marina, aeronautica, esercito e della rocket force dell’ Epl hanno attivato la “Justice Mission 2025”, l’ultima delle molteplici esercitazioni condotte dai vertici militari cinesi attorno all’isola “ribelle” negli ultimi anni.

Gli assetti sinici sono stati dislocati in cinque differenti zone attorno a Taiwan, concentrando gli sforzi simulativi su pattugliamenti congiunti, imposizione di superiorità aeronavale, blocco dei principali porti e aree chiave nonché deterrenza multidimensionale.

Le operazioni, iniziate alle 9.30 ora locale, hanno visto l’impiego di numerose fregate lanciamissili, tra cui la Baoji, la Quzhou e del cacciatorpediniere Taiyuan, che hanno effettuato esercitazioni a fuoco vivo.

A queste si sono susseguite simulazioni di attacco a bersagli marittimi e raid a lunga distanza condotti tramite la Lhd (landing helicopter dock) Hainan in congiunzione con velivoli dell’aeronautica, come bombardieri in assetto anti nave.

“Sono stati impiegati anche caccia e droni, schierati in grandi formazioni verso le acque e lo spazio aereo a est, nord e sud-ovest di Taiwan. Infine, la rocket force e gli Mlrs (multiple launch rocket systems) dell’esercito cinese hanno effettuato simulazioni di attacco a fuoco integrato su diversi bersagli navali e terrestri.

L’esercitazione ha avuto lo scopo di circondare completamente Taiwan al fine di testare le capacità di combattimento congiunto, secondo quanto affermato sul social Weibo dal portavoce del comando del Teatro Orientale, Shi Yi.

Le operazioni militari sono state condotte a distanza ravvicinata rispetto all’isola principale di Formosa, con l’obiettivo di dimostrare la capacità di Pechino di isolare Taipei da un eventuale sostegno esterno in caso di conflitto.

La prossimità alle coste taiwanesi ha aumentato il rischio di collisione tra le forze cinesi e le controparti in pattugliamento per monitorare la situazione. Secondo Shi Yi, l’esercitazione è infatti «un severo avvertimento contro le forze separatiste di Taiwan […] si tratta di un’azione legittima e necessaria» per proteggere la sovranità della Cina simulando l’istituzione di una zona di deterrenza” – spiega l’analista geopolitico Carlo Andrea Mercuri sulla rivista Aliseo.

L’esercitazione conclusasi negli ultimi giorni del 2025 lancia un messaggio a Taipei, Washington e Tokyo. Sui poster propagandistici pubblicati dal comando del teatro Orientale sono infatti raffigurati aerei e navi militari interdetti all’avvicinamento a Taiwan da est.

La Repubblica Popolare Cinese ha infatti lasciato intendere che la Justice Mission 2025 mira non solo a intimorire l’amministrazione del Presidente taiwanese Lai Ching-te (definito da Pechino un piantagrane), ma anche avvisare gli Stati Uniti e il Giappone, dai quali il Dragone teme possibili interferenze nel conflitto per la riconquista dell’isola.

Shi Yi ha infatti spiegato come l’esercitazione serva (oltre che a lanciare un monito ai separasti taiwanesi) ad ammonire forze esterne. Sebbene non siano stati fatti riferimenti diretti a Paesi specifici, è verosimile che l’avvertimento sia diretto verso gli Stati Uniti, che di recente hanno annunciato una maxi-vendita di armi a Taiwan per un controvalore di oltre undici miliardi di dollari.

Sempre l’Agenzia internazionale Reuters riferisce che il 18 dicembre l’amministrazione Trump, nonostante i frequenti proclami anti-taiwanesi, ha annunciato la più grande vendita di armi della storia all’isola.

Un maxi pacchetto che include sistemi di lancio Himars, missili anticarro Javelin, munizioni circuitanti e artiglieria. Materiale che servirà a Taipei per organizzare una difesa strutturata e asimmetrica in vista di un’invasione cinese, anche sulla scorta di quanto appreso in Ucraina.

Anche se il pacchetto dovrà essere approvato dal Congresso, rappresenta uno sgarbo per Pechino che, con il ministero degli Esteri, ha espresso rabbia per l’annuncio, affermando come la vendita «mini gravemente la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan».

L’irritazione della Cina, canalizzata attraverso la Justice Mission 2025, si rivolge anche verso il Giappone di Takaichi Sanae.

“Le recenti dichiarazioni del Primo ministro giapponese su Taiwan (la premier ha ammonito come un blocco aeronavale sull’isola «costituirebbe una situazione pericolosa per la sopravvivenza del Giappone»), unite al tentativo di rafforzamento del legame con Washington, preoccupano il Celeste Impero.

La postura nipponica sulla vicenda è facilmente spiegabile: se per Washington la presa di Taiwan da parte cinese è una minaccia al primato regionale, per Tokyo la questione assume carattere esistenziale.

Il Paese del Sol Levante per la sua sopravvivenza è largamente dipendente dalle importazioni e dall’export che si snoda sulle autostrade marittime che corrono lungo lo stretto di Taiwan.

Una presa dell’isola da parte cinese garantirebbe a Pechino una leva ricattatoria potenzialmente esiziale per la politica estera del Giappone, che potrebbe essere costretto a piegarsi ai desiderata sinici in caso di blocco del collo di bottiglia dal quale passa oltre il 30% dell’import del Paese. Ad apporre ulteriore pressione su Tokyo ci pensa la Russia.

Nello stesso momento in cui l’Epl avviava le operazioni aeronavali attorno a Taiwan, Mosca annunciava per il primo gennaio esercitazioni al largo delle Curili” – dichiara Aliseo.

Le isole site a nord dell’Hokkaido rappresentano un punto di attrito tra Mosca e il Giappone, con quest’ultimo che rivendica il possesso dei quattro affiori insulari più prossimi alle proprie coste, ma che la Russia occupa dal 1945.

In un contesto di sempre maggiore cooperazione militare tra Federazione Russa e Cina, la prima potrebbe apporre pressione sui Territori del Nord (come Tokyo chiama le Curili meridionali) al fine di divergere l’attenzione a settentrione e prevenire un intervento delle forze di autodifesa nipponiche in soccorso di Taiwan.

Come sottolineato da Reuters, la Justice Mission 2025 è la sesta maxioperazione addestrativa portata avanti da Pechino da quando la ex Speaker della Camera, Nancy Pelosi, atterrava a Taiwan nel 2022, durante l’amministrazione Biden.

Nell’aprile 2023, quando l’allora Presidente taiwanese Tsai Ing-wen faceva visita a Los Angeles allo Speaker Kevin McCarthy, Pechino rispondeva con esercitazioni attorno all’isola.

Stesso copione pochi mesi più tardi, quando Willian-Lai Ching-te (all’epoca vicepresidente) si recava negli Stati Uniti.

Nel 2024 le esercitazioni Joint Sword A e B rispondevano rispettivamente all’elezione di William Lai come nuovo Presidente di Taiwan e ai suoi discorsi dai toni indipendentisti.

Infine, nell’aprile del 2025 l’operazione Strait Thunder 2025 mostrava a Taipei le accresciute capacità militari cinesi, inviando anche un messaggio a Washington sulla scia della visita in Asia del segretario alla Difesa Pete Hegseth, durante la quale ha ripetutamente criticato Pechino.

La Cina sta puntando a indebolire progressivamente le difese taiwanesi, aumentando la pressione politica e militare attorno all’isola. Solo nel mese di dicembre le Forze armate isolane hanno tracciato 486 volte aerei militari e 286 volte navi cinesi in avvicinamento all’isola.

Proprio riguardo all’ultima esercitazione, il tycoon si è detto per nulla preoccupato delle mosse cinesi spiegando come «In quella zona si svolgono esercitazioni navali da 20 anni». «Ho un ottimo rapporto con il presidente Xi e lui non mi ha detto nulla sulle esercitazioni». Affermazioni che rimarcano l’importanza che Trump dà ai rapporti personalistici in politica estera.

Alexander Neill ricercatore associato del Pacific Forum alla Bbc ha affermato che «se [Trump] sta suggerendo che il suo rapporto con Xi Jinping avrà qualche influenza sull’approccio di quest’ultimo allo Stretto di Taiwan, […] si sta illudendo».

Il dossier taiwanese è vitale per Pechino e la sua annessione alla Cina continentale è per Xi Jinping solo questione di tempo. Sempre alla Bbc Susan Shirk, ex vice assistente del segretario di Stato degli Stati Uniti, ha ammonito come Trump sia meno impegnato nella difesa di Taiwan da parte dell’America rispetto ai presidenti precedenti.

In questo scenario di frammentazione interna, Pechino continua ad aumentare la pressione sull’isola, cercando di capire le reali intenzioni statunitensi circa la volontà (sempre più dubbia) di difendere Taiwan.

La data limite per la riunificazione è già fissata (entro il 2049) e l’Epl mostra sempre maggiore determinazione e capacità militari.

Per mantenere lo status quo Taipei avrà bisogno di Tokyo e Washington, ma il supporto di quest’ultima non è mai stato tanto dubbio.

Anche l’arresto di Nicolás Maduro, al di là della sua portata regionale, invia un segnale simbolico e strategico che si riverbera fino allo Stretto di Taiwan.

Mostra come la protezione politica garantita da alleanze antioccidentali non è assoluta e come il costo personale per i leader che sfidano apertamente l’ordine internazionale si può improvvisamente materializzare, inducendo Pechino a ricalibrare tempi e modalità della pressione su Taipei.

Se un alleato utile alla Cina come il Venezuela cade il messaggio per Xi Jinping è che l’Occidente, pur diviso, conserva strumenti coercitivi capaci di logorare regimi resilienti, rafforzando così l’argomento a favore di una strategia più paziente e grigia su Taiwan piuttosto che di un’azione militare rischiosa.

Al tempo stesso, l’arresto di Maduro libera risorse diplomatiche e attenzioni statunitensi oggi assorbite dall’America Latina, permettendo a Washington di concentrarsi ancora di più sull’Indo-Pacifico, elemento che agisce in senso opposto, aumentando la deterrenza e quindi il costo percepito di un’avventura cinese.

In questo gioco di specchi, Pechino legge la caduta di Caracas anche come prova della vulnerabilità delle economie sanzionate e della centralità delle catene finanziarie occidentali, rafforzando l’urgenza di ridurre dipendenze sistemiche prima di qualunque mossa su Taiwan.

In definitiva, l’arresto di Maduro incide sul conflitto Cina-Taiwan non cambiando gli equilibri militari, ma influenzando il clima strategico: più prudenza tattica da un lato, maggiore assertività diplomatica dall’altro, in un quadro in cui la lezione principale è che la forza senza legittimità internazionale tende, prima o poi, a presentare il conto.

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