17 Gennaio 2026

Trump e la dottrina “Donroe”

di Giuseppe Gagliano

ASSISTIAMO AL RITORNO DELL’ORDINE EMISFERICO 

All’alba del 3 gennaio 2026 il Venezuela si è svegliato nel buio, letteralmente e politicamente. Blackout, voci di scontri, aeroporti militarizzati.

Poche ore dopo, Donald Trump ha confermato ciò che fino a quel momento appariva impensabile: Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores erano stati catturati da forze statunitensi e trasferiti a New York con l’accusa di narcoterrorismo.

Un’operazione diretta, rapida, senza passaggi intermedi. In una notte Washington ha abbattuto un governo sovrano nel cuore dell’America Latina.

Non è solo un cambio di regime. È il ritorno esplicito a una logica che si credeva archiviata: l’ordine emisferico. Senza proclami dottrinari, la Casa Bianca ha riattivato la Dottrina Monroe in versione aggiornata: l’emisfero occidentale non può ospitare regimi ostili né reti criminali che sfidino l’autorità statunitense.

Il messaggio non è rivolto soltanto a Caracas, ma anche a Mosca, Pechino e Teheran. È un avvertimento strategico, non una nota diplomatica.

Dal punto di vista militare, l’operazione è stata concepita come decapitazione del comando. Obiettivi simbolici e funzionali: Fuerte Tiuna, snodi aeroportuali, centri di comunicazione. Nessun bombardamento massivo, nessuna campagna prolungata.

È la guerra breve che mira al vertice, confidando che la struttura crolli per inerzia. Una scommessa già vista: Panama 1989, Iraq 2003, Libia 2011. Funziona nel brevissimo periodo; apre incognite nel medio.

Il Venezuela arrivava all’appuntamento già dissanguato: iperinflazione, produzione petrolifera ridotta, un esodo di milioni di cittadini.

A Washington prevale l’idea che il regime fosse a fine corsa e che l’intervento abbia solo accelerato l’inevitabile. I mercati hanno reagito subito, anticipando una possibile riorganizzazione del settore energetico e la messa sotto tutela degli asset strategici, a partire da Citgo.

Il petrolio torna così al centro della partita: non come causa unica, ma come leva decisiva della transizione.

Con le maggiori riserve di greggio al mondo, il Venezuela resta un nodo energetico globale. Un governo di transizione sostenuto dagli Stati Uniti potrebbe riaprire i giacimenti agli investimenti esteri e contribuire a stabilizzare i mercati.

Ma questa prospettiva inquieta Russia e Cina, che negli anni hanno investito, garantito prestiti e acquisito influenza. Il rischio è una destabilizzazione indiretta: pressioni economiche, reti locali, frizioni politiche alimentate dall’esterno.

La caduta del leader non equivale alla ricostruzione dello Stato. Le forze armate e le milizie restano un fattore centrale; lealtà e catene di comando non si dissolvono con un trasferimento aereo.

L’opposizione democratica intravede una finestra storica, ma sa che il prezzo dell’intervento diretto può essere alto: frammentazione, regolamenti di conti, violenza diffusa.

L’ipotesi di una gestione transitoria sotto egida regionale, con il coinvolgimento dell’Organizzazione degli Stati Americani, è sul tavolo, ma tutt’altro che scontata.

La prima è una transizione incardinata: governo provvisorio, elezioni, restituzione graduale degli averi congelati, riapertura controllata del settore energetico. La seconda è l’impantanamento: residui chavisti, gruppi armati e cartelli trasformano il Paese in un’arena di conflitti interni. La terza, la più insidiosa, è un ibrido: Maduro fuori scena, ma pratiche autoritarie e clientelari che sopravvivono sotto nuove sigle.

Il silenzio europeo pesa. Limitarsi all’assistenza umanitaria o alle dichiarazioni non basterà. O l’Unione sceglie di accompagnare una transizione credibile, oppure accetta che altri scrivano il futuro di Caracas. Trump ha puntato su forza e velocità. Resta da capire se il colpo d’effetto produrrà stabilità o se aprirà l’ennesimo ciclo di disordine. La storia recente è chiara: rovesciare un regime è sempre più semplice che ricostruire una nazione.

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