17 Gennaio 2026

Seneca contro i nuovi “gentili”: Nota sull’abuso contemporaneo degli antichi

di Marco Andreacchio

I DANNI DELLA MORALE GLOBALISTA

 

“Se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio

            (G.B. Vico, Principi di Scienza Nuova, 1744)

 

In un recente articolo in rete (https://libreriamo.it/sociologia/seneca-gentilezza-benefici-successo-gioia/), ritroviamo un ennesimo vile tentativo di usare spudoratamente gli antichi per promuovere cause ideologiche. Nell’articolo in questione, l’autore Saro Trovato (apparentemente, sociologo ed “esperto in comunicazioni di massa”) fa appello a Seneca per farne un portavoce della retorica globalista della “gentilezza,” dove questa sarebbe un sentimento che ci “rende più forti ed ha il potere del successo”.

In realtà, nel suo De beneficiis, il testo citato dall’articolo in questione, Seneca non parla affatto di “sentimento” o di “gentilezza” (soprattutto nella valenza ideologica contemporanea del termine). Il signor Trovato erra nel tradurre il latino animus con “sentimento”. Il “beneficio” (beneficium) di cui ci parla Seneca sta nello spirito o essenza del fare (beneficiun…consistit…in ipso dantis aut facientis animo). Non per altro Seneca lega la beneficienza alla vera pietas o “recta ac pia volunta[s deorum] venerantium”. Che sia chiaro: l’animus di cui parla Seneca è eminentemente razionale e naturale. Nulla a che vedere con il movimento globalista della “gentilezza”.

La pietas (reverenza principalmente verso gli dei patri) di cui parla Seneca è fondata sull’animus, ossia sullo spirito/volontà razionale proprio della natura in sè, ovvero dell’ars dei, “l’arte di Dio”. Per essere precisi, Seneca non parla di pietas, ma dell’animus come essenza del beneficio. Questo perché al nostro socratico interessa mostrare cosa sia la vera reverenza. La pietas si presenta come beneficio che, seguendo la sententia antiqua, va inteso relativamente all’animus, che a sua volta va inteso relativamente al Dio di Seneca, mente dell’universo (mens mundi). Se di gentilezza è lecito parlare nel caso di Seneca, varrà dire che essa è modo in cui la pietas si manifesta. La gentilezza perterrebbe al comportamento, piuttosto che ad un sentimento e dunque ad alcuna passività rispetto a forze ignote.  Il gentile in quanto tale manifesta cura per sua gens, per la sua “gente” e dunque per la sua patria. Senza andare per il sottile, nel concreto il sentimento non conta affatto per il classico profeta dell’apatheia.

Evidentemente ai nostri esperti in “comunicazione di massa” non importa nulla delle fonti antiche in sé.  Quel che conta per l’ideologo è l’empowerment, il successo mondano e possibilimente immediato risultante dall’uso strategico e lusinghiero di nomi famosi o autorevoli dietro ai quali si possano celare impunemente mali di ogni sorta, per fingerne virtù.  Ecco allora un nuovo “Seneca” rappresentante del socialismo planetario, il globalismo che ci unificherebbe tutti nel nome di un sentimento universale contro il quale già scrisse assai il buon Leopardi.

La morale globalista segna l’ublio non solo della filosofia, ma anche della poesia, sostituita ora dalla “comunicazione di massa,” e quindi dalla propaganda il cui trionfo su scala planetaria è reso possibile oggi dall’evento dirompente della tecnologia quale “nuovo modo ed ordine” della vita, per parafrasare l’acutissimus Machiavelli, eminentissimo fondatore del nostro brave new world.

Nel nostro nuovo contesto, applaudiamo gli antichi avendoli ridotti a maschere dei nostri vizi.  Invochiamo anche Dio come ideale che ci ispira a perseguire il progetto essenzialmente ateistico del Triumph des Willens.  Nel contempo, inneggiamo un sentimento assolutamente inclusivo, rovesciandoci nelle sue ombre come se al di là della faex Romuli di cui ci avvisa Cicerone non vi fosse che una vacuità (vacuum) de riempire con la nostra empia saggezza.

Al diavolo la veritas quale magis amica rispetto al potere, dato che Dio stesso riemerge dalla sua morte ottocentesca come fulcro per un’emulazione di massa: Dio come emoticon primordiale, feticcio reduce di un pet semetary stile anni ’80; Dio, finalmente, come paradigma supremo della sostituzione della ragione naturale con una maschera zuccherata dell’accidia, stato di degrado ultimo dell’amore.

 

Foto di Pheladi Shai da Pixabay

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