di Zarish Imelda Neno
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ACCADE IN PAKISTAN
Quando mi chiedono com’è la situazione dei cristiani in Pakistan, rispondo sempre che raccontarla davvero è quasi impossibile. Se dovessi condividere tutto ciò che accade, dovrei scrivere dieci post al giorno, ogni giorno. Perché la persecuzione non è fatta solo di grandi attentati o notizie eclatanti, ma di tragedie quotidiane che si consumano nel silenzio più totale.
Questa mattina, come purtroppo accade spesso, mi è arrivata l’ennesima notizia che spezza il respiro. Aini Masih, una minore cristiana, è stata rapita il 5 gennaio a Sargodha, violentata e convertita forzatamente all’Islam. La sua famiglia è distrutta, paralizzata dal dolore, mentre chi dovrebbe garantire giustizia e protezione resta fermo, lasciando che una bambina cristiana venga inghiottita dall’ingiustizia.
Poi apro i social e il contrasto è sconvolgente. Ovunque si parla del Venezuela: analisi, commenti, dibattiti, indignazione globale. Il dramma di un intero Paese è diventato un trend, occupa spazio, tempo, parole, emozioni. Ed è giusto interrogarsi su ciò che accade nel mondo.
Ma allora mi chiedo — e lo chiedo ad alta voce: perché lo stesso mondo non trema davanti ai cristiani che vengono uccisi, rapiti, discriminati e cancellati nel silenzio totale? Perché intere comunità perseguitate per la loro fede non diventano mai una priorità? Perché il sangue dei cristiani sembra non meritare attenzione, né titoli, né indignazione?
Il problema non è la mancanza di notizie. È la selezione delle coscienze. È decidere cosa vale la pena guardare e cosa può essere ignorato. Il silenzio che avvolge i cristiani perseguitati non è casuale: è una scelta. E finché questo silenzio continuerà, anche la persecuzione continuerà indisturbata.
Parlare non risolve tutto, ma tacere significa accettare e io non posso accettare che i cristiani vengano uccisi, abusati e umiliati mentre il mondo guarda altrove. Perché dietro ogni storia ignorata c’è una vita spezzata e dietro ogni silenzio, una responsabilità.



