di Angelica La Rosa
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«¡VIVA CRISTO REY!»: UNA PROFESSIONE DI FEDE
Nel 2026 ricorre il centenario dell’inizio della Cristiada, uno dei capitoli più drammatici e controversi della storia del Messico contemporaneo, segnato da una dura persecuzione religiosa e dalla risposta armata di migliaia di cattolici decisi a difendere la propria fede.
In questo contesto commemorativo, la città di Cancún ospiterà il primo Congresso Cristero, un’iniziativa volta a recuperare la memoria storica di quegli eventi e a riflettere sul loro significato religioso, sociale e culturale.
Il congresso si terrà presso la chiesa di San José Luis Sánchez del Río, dedicata al giovane martire cristero canonizzato nel 2016, e vedrà la partecipazione di diversi relatori di rilievo. Tra gli ospiti annunciati figurano il sacerdote messicano don Juan Razo García; Uriel Esqueda, leader delle campagne della piattaforma Actívate, impegnata nella difesa della libertà religiosa in Messico; e padre Javier Olivera Ravasi, dottore in Filosofia e Storia, noto apologeta e fondatore del progetto culturale Que No Te la Cuenten (QNTLC).
L’evento gode dell’appoggio ufficiale e della partecipazione di mons. Pedro Pablo Elizondo Cárdenas, Amministratore Apostolico della Diocesi di Cancún-Chetumal. In una recente intervista, concessa l’8 gennaio, il presule ha sottolineato come la spinta che animò i cristeros non fosse ideologica né politica, ma profondamente radicata nella fede cattolica, vissuta come elemento essenziale dell’identità personale e comunitaria.
«La fede cattolica era parte del loro essere, della loro vita, delle loro viscere, della loro tradizione e della loro famiglia», ha spiegato mons. Elizondo. «Non potevano concepirsi senza quella fede: non era qualcosa di teorico, ma una realtà vitale».
La persecuzione contro la Chiesa cattolica in Messico non nacque improvvisamente negli anni Venti, ma affondava le sue radici in decenni di tensioni e misure restrittive. Un punto di svolta fu rappresentato dalla Costituzione del 1917, che negò alla Chiesa la personalità giuridica e impose severe limitazioni al culto e all’azione pastorale.
La situazione si aggravò ulteriormente nel 1926, quando il presidente Plutarco Elías Calles promulgò la Legge sui delitti e le infrazioni in materia di culto religioso e disciplina esterna, passata alla storia come “Legge Calles”. Il 31 luglio di quell’anno, giorno della sua entrata in vigore, l’episcopato messicano decise di sospendere il culto pubblico come forma di protesta. La reazione popolare non tardò ad arrivare: in varie regioni del Paese, numerosi cattolici si sollevarono spontaneamente in armi contro il governo federale per difendere la propria fede. Iniziava così la Guerra Cristera, o Cristiada.
Formalmente, il conflitto si concluse il 21 giugno 1929, ma le persecuzioni e gli assassinii di cristeros continuarono ancora per diversi anni. Secondo la Conferenza Episcopale Messicana, si trattò di una vera e propria strage: oltre 200.000 martiri, tra cui bambini, giovani, anziani, contadini, operai, professionisti, sacerdoti, religiosi e laici. Tra i più noti si ricordano san José Sánchez del Río, ucciso a soli 14 anni; il beato Miguel Agustín Pro; e il beato Anacleto González Flores, patrono del laicato messicano.
Solo nel 1992, con una riforma costituzionale e l’entrata in vigore della Legge sulle Associazioni Religiose e il Culto Pubblico, lo Stato messicano riconobbe finalmente la personalità giuridica della Chiesa cattolica.
Nel suo intervento, mons. Elizondo ha ricordato anche l’origine del celebre grido cristero «¡Viva Cristo Rey!», divenuto simbolo della resistenza cattolica. Secondo il racconto del vescovo, tale espressione nacque inizialmente come una sorta di “prova” imposta dai soldati federali ai sospetti cristeros.
«Quando arrestavano qualcuno per il fatto di professare la fede», ha spiegato, «gli chiedevano: “Chi vive?”. A quel punto il prigioniero poteva rispondere “Viva l’esercito federale” oppure “Viva Cristo Re”. Era una vera e propria disgiuntiva che costringeva a confessare pubblicamente la propria fede».
Con il tempo, questa confessione divenne una consigna di incoraggiamento e di lotta, un grido capace di rafforzare il morale: «“Viva Cristo Re e viva la Vergine di Guadalupe!” era il modo in cui si animavano a vicenda».
Mons. Elizondo ha ricordato che all’interno del clero dell’epoca vi furono accesi dibattiti teologici sulla legittimità di una guerra armata in difesa della fede. Tuttavia, ha sottolineato come gran parte del popolo, soprattutto i contadini delle regioni centrali del Messico – Jalisco, Guanajuato, Michoacán, Colima – non si ponesse sofisticate questioni teoriche.
«Non avevano grandi elaborazioni teologiche», ha affermato, «ma una fede del cuore, del sentimento religioso, un amore profondo per ciò che dava senso alla loro vita». Una fede carica di valori evangelici: famiglia, matrimonio, rispetto della vita, virtù cristiane, realtà per le quali molti ritennero degno sacrificare persino la propria esistenza.
Riflettendo sul presente, il vescovo ha messo in guardia dal rischio di uno Stato laico interpretato in chiave anticlericale e anticattolica. Pur riconoscendo i principi della separazione tra Chiesa e Stato, ha denunciato una prassi che tende a relegare la fede esclusivamente all’ambito privato, escludendo ogni riferimento a Dio dalla scuola e dagli spazi pubblici.
Ha inoltre denunciato tentativi di limitare la libertà di espressione della Chiesa, parlando apertamente di proposte di “leggi bavaglio” volte a silenziare vescovi, sacerdoti e laici nei mezzi di comunicazione.
Per mons. Elizondo, una sana laicità significa invece rispetto autentico della libertà di coscienza, di religione e di culto, comprese le manifestazioni pubbliche di fede. Ha ricordato, ad esempio, le imponenti peregrinazioni mariane che ogni anno radunano milioni di persone, pur avvertendo che esistono settori che vorrebbero restringere ulteriormente tali libertà per timore dell’influenza pubblica della religione.
«Il potere della Chiesa», ha concluso, «non è politico né economico: è spirituale e morale. L’errore di molti è vederla come un partito di opposizione, quando non lo è».
In vista del centenario, mons. Elizondo ha ribadito l’urgenza di recuperare la memoria storica della Cristiada, troppo a lungo rimossa dalla narrazione ufficiale messicana. «È necessario studiarla, scriverne, organizzare congressi, realizzare film», ha affermato, «perché si tratta di un fatto storico reale, che ha segnato profondamente il nostro Paese».
In questa prospettiva si inserisce il primo Congresso Cristero di Cancún, che si propone non solo come evento commemorativo, ma come spazio di studio, riflessione e testimonianza.



