di Giuseppe Canisio
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LA PERICOLOSITÀ DELL’IRAN NASCOSTA DALLA SOVRANITÀ…
La dichiarazione del presidente del Parlamento iraniano Qalibaf, che minaccia Stati Uniti e Israele definendoli “obiettivi legittimi” in caso di attacco, va letta non solo come l’ennesima prova della retorica aggressiva del regime di Teheran, ma come un tassello di una strategia ben più ampia e inquietante.
L’Iran usa il nemico esterno per soffocare con la forza il dissenso interno e giustificare una repressione sempre più brutale contro la propria popolazione.
Mentre da quindici giorni migliaia di iraniani scendono in piazza per protestare contro un sistema oppressivo, corrotto e incapace di garantire libertà fondamentali, il potere risponde con la criminalizzazione delle proteste, accusando potenze straniere di fomentare disordini e trasformando cittadini disarmati in presunti agenti di complotti internazionali.
È una narrazione vecchia, ma estremamente pericolosa, perché consente al regime di presentarsi come baluardo della sovranità nazionale mentre, nei fatti, scatena le forze di sicurezza contro manifestanti, giovani, donne, studenti, colpevoli solo di chiedere diritti e dignità.
L’Iran dimostra così ancora una volta di essere uno degli attori più destabilizzanti del Medio Oriente, pronto a evocare lo scontro militare globale pur di distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità interne e dalla violenza sistematica esercitata sul suo popolo.
Le minacce a Usa e Israele non sono solo propaganda: sono il segnale di un potere che non conosce limiti, che investe risorse enormi in apparati repressivi e in avventure militari indirette, mentre reprime nel sangue ogni voce critica, arresta, tortura e uccide per mantenere il controllo.
In questo contesto, i manifestanti iraniani diventano le prime vittime di un regime che, sentendosi assediato, reagisce con ferocia crescente, usando la paura, la censura e la violenza come strumenti ordinari di governo.
Parlare della “pericolosità dell’Iran” significa dunque riconoscere che il pericolo non è solo esterno, ma innanzitutto interno: un sistema che considera il proprio popolo un nemico e che, per sopravvivere, è disposto a trascinare la regione e il mondo sull’orlo di crisi sempre più gravi.



