I migranti che arrivano sono tutti “nuovi Europei”?


Aspre rampogne ha suscitato negli ambienti cattolici la decisione del Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci (FdI) di emettere un’ordinanza di chiusura degli hotspot siculi per ragioni di emergenza sanitaria.

Uno dei parroci della cittadina siracusana di Floridia ha ingiunto ai fedeli di non entrare più in Chiesa qualora non dissentissero dal contenuto di quella ordinanza.

Certo sono reazioni, forse un po’ scomposte, che si inseriscono comunque nella linea “interventista” seguita dalla CEI, che ha per esempio pubblicato sul proprio sito istituzionale il testo di un’Omelia del 20 giugno scorso del Segretario Generale Mons. Stefano Russo che, fra l’altro, afferma la necessità di portare nella preghiera «non solo le attese personali», ma anche «quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest’anno e ancor più nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza». 

Prosegue quindi Mons. Russo ricordando i «numerosi amici e amiche che hanno varcato il Mediterraneo o sono giunti in Europa attraverso vie di terra», molti dei quali «hanno dolorosamente perso amici e parenti», concludendo il discorso persino con un appello a cogliere «l’occasione propizia che ci è data di fare emergere tanti stranieri, “nuovi europei” dalla condizione di invisibili, valorizzando il loro lavoro e la loro presenza, preziosa per l’Italia e per loro stessi». Ed appare ben strano che all’interno di un’Omelia si citi una definizione politicamente delicata come quella, indifferenziata, di “nuovi europei”.

Siamo di fronte, come molto spesso accade, a letture parziali del fenomeno migratorio. Visioni che evitano di prendere in considerazione i problemi della integrazione sociale ed economica. Ma si può ridurre un fenomeno mondiale come l’immigrazione alle solite urla contro il razzismo? Non pare un comportamento corretto.

Davvero l’unica risposta ai migranti sta nella distribuzione gratuita di pasti, per quanto – ovviamente – questa sia cosa altamente meritoria e preziosa agli occhi di Dio e degli uomini?

O non è da porre, finalmente in maniera forte e decisa, il problema della costruzione di «condizioni concrete di pace, per quanto concerne i migranti e i rifugiati», il che «significa impegnarsi seriamente a salvaguardare anzitutto il diritto a non emigrare, a vivere cioè in pace e dignità nella propria Patria». È quanto insegnato da Papa Giovanni Paolo II, nella consapevolezza che fenomeni incontrollati possono far nascere, come sottolineato da Papa Francesco, «la paura che si producano sconvolgimenti nella sicurezza sociale, che si corra il rischio di perdere identità e cultura, che si alimenti la concorrenza sul mercato di lavoro o, addirittura, che si introducano nuovi fattori di criminalità».

Il fenomeno migratorio non può essere affrontato né dalle solite ONG, né dal solo Stato italiano. Le nazioni che lo ha fatto in passato, e pensiamo alle esperienze inglesi e francesi, hanno semplicemente “contenuto” i flussi, creando delle zone “protette” nelle loro città, all’interno delle quali i migranti di una stessa nazionalità sono stati concentrati, dando vita, certo, a spazi colorati e, per certi aspetti, anche divertenti e coinvolgenti, ma sicuramente non amalgamati. Il tutto, evidentemente, non integrando il sistema di vita dei “nuovi Europei” col nostro, non aprendosi ad accogliere non dico le nostre usanze, ma nemmeno le nostre leggi.

I fatti di cronaca europei, ancorché spesso nascosti dai grandi mass media, ce lo ricordano pressoché quotidianamente. L’integrazione non è solamente accoglienza, ma rispetto per chi accoglie e impegno per una reciproca convivenza. Nessuno di questi due aspetti sembra però riscuotere molta attenzione.

A questo punto interviene chi dice che scappano dalla guerra e che, essendo in pericolo, hanno diritto a tutele speciali. Innanzitutto, questo stesso “trattamento”, per così dire, di favore non si usa per i cristiani perseguitati ovunque.  E poi, diciamola tutta, quando ci guardiamo in giro e vediamo migranti che manifestano chiedendo con cartelli e striscioni (peraltro scritti in un italiano quasi corretto, tanto da chiedersi se siano davvero scritti da chi li agita…) “trattamenti” migliori, davvero pensiamo che siano venuti in Italia per integrarsi? O venendo nel nostro Paese abbiano con ciò rinunciato a contribuire a migliorare o cambiare la loro patria?

 

Mauro Rotellini

 


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