Padre Santiago Martín: “Nessuna epidemia provoca le stesse morti dovute all’aborto”


“Non mi sembra giusto dare un giudizio generale su come l’epidemia e le sue conseguenze siano state affrontate dalla Chiesa. C’è stato di tutto. Ognuno lo ha fatto seguendo le linee guida del proprio comportamento precedente. Quello che si basano solo sugli aspetti sociali hanno notato solo quello. Coloro che osservano anche gli aspetti soprannaturali della vita hanno ricordato ai loro parrocchiani che esiste la vita eterna e che questo è il destino di tutti, indipendentemente dal fatto che l’epidemia acceleri o meno”.

Così Padre Santiago Martín, consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e fondatore dei Francescani di Maria.

Padre Martín è laureato in biologia e in teologia morale ed è un giornalista con esperienze presso Abc (la televisione spagnola) e l’americana EWTN.

“È possibile che in alcuni casi sia stata cercata la confusione, creata dalla pandemia, per introdurre nuove le leggi sull’aborto”, ha spiegato a InfoCatolica il sacerdote. “Ci sono paesi in cui ciò è successo e questo è molto grave. A parte questo, va ricordato che l’aborto produce nel mondo tra i cinquanta e i sessanta milioni di morti innocenti all’anno. Nessuna epidemia provoca così tanti morti. Tuttavia, la società si è abituata a questo, al punto da considerare l’aborto come un diritto. Per quanto riguarda l’eutanasia, la stanno già applicando legalmente in alcuni paesi e in altri hanno approfittato dell’epidemia per far morire molti anziani, con la scusa che non potevano salvare tutti”, ha denunciato Padre Martín.

“Le messe non sono state abolite. Molti sacerdoti hanno continuato a celebrarle. Purtroppo, non tutti. Ma molti lo hanno fatto riscoprendo così il valore dell’Eucaristia come sacrificio incruento di Cristo. Il sacrificio della Messa vale sia se c’è il popolo che in sua assenza. È stato doloroso per i fedeli non poter partecipare al sacrificio eucaristico personalmente. In Spagna le chiese erano aperte per la preghiera individuale. Quelle rimaste chiuse sono rimaste tali per colpa dei sacerdoti, poiché i vescovi hanno esortato ad aprirle”, ha spiegato il religioso.

“Molti sacerdoti sono sempre stati disponibili per la confessione e per la comunione. Ci sono stati anche sacerdoti che hanno assistito i malati – i cappellani ospedalieri per esempio – che hanno contratto la malattia e sono persino morti. Una signora mi ha scritto criticando i sacerdoti perché non disubbidivano ai vescovi per celebrare la messa con la gente. Quando ho risposto che c’era un pericolo di contagio, mi ha detto che non gli importava e che tutti dobbiamo morire. Si vede che non aveva un figlio sacerdote e, inoltre, non pensava che se i sacerdoti fossero morti non sarebbe rimasto nessuno a celebrare la messa al termine dell’epidemia”, ha dichiarato il fondatore dei Francescani di Maria.

“Molti sono già tornati alla Messa come quelli che hanno appena attraversato un deserto ed hanno trova di nuovo la fonte di acqua dolce”, ha spiegato al giornalista spagnolo Javier Navascués padre Martín. “Bisogna tuttavia riconoscere che meno persone vanno alla Messa rispetto a prima e che le chiese si riempiono per la metà o solo per un terzo rispetto a prima. C’è molta paura. L’idea che è stata installata nel subconscio è quella che andare a Messa è pericoloso. E, disgraziatamente molti preferiscono la ‘sicurezza’, piuttosto che stare con il Signore. In realtà non c’è più pericolo nell’andare a Messa dell’andare al supermercato o del camminare nei luoghi affollati”.


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