Hanno provato ad ucciderla ma il Signore l’ha sempre preservata: Santa Tecla


 

Di Benedetta De Vito

 

Me ne stavo, in un pomeriggio di fuoco di questo settembre ancora legato al cuore d’agosto, tutta tranquilla a fare un cruciverba quando all’11 verticale, leggo: “La prima Santa martirizzata”. Oddio, salto per aria, mentre leggo le ultime due lettere che sono “L” e “A”, possibile che non so rispondere a questa definizione, io che vivo a modo mio nella Comunione dei Santi? Infatti no e solo dopo aver risposto all’11 orizzontale e aver messo una bella “T” per cappello alla parola, mi s’affaccia alla memoria un nome bello, che potrebbe essere quello di una macchina elegante, scattosa, lucente.

E’ Tecla – esplodo – tra me e me, Santa Tecla! Il nome è stupendo e scopro che, come Diana, vuol dire luminosa, gloria del Signore. Così, ispirata, corro a prendere il libro dei Santi, scritto da Piero Bargellini, che mi ha lasciato in eredità mia nonna, insieme alla sua scatola di aghi e fili, proprio a me che cucio borse e vestiti. Scrivendo e cucendo, il mio motto. E al 23 di settembre, quindi tra pochi giorni, trovo la storia della mia Santa che vi regalerò, per sommi capi, senza pensar di esaurir l’agiografia.

Eccomi a divorar lo scritto di questo gentiluomo fiorentino che amava i Santi e li rendeva vivi. E scopro niente meno che Tecla non è stata affatto martirizzata! E dunque il signor E. Morelli, che ha firmato il cruciverba, considerato difficile da risolvere come il mitico Bartezzaghi, ha preso una cantonata. A Tecla, infatti, come a molte protomartiri, han provato a far di tutto per ucciderla, ma il Signore l’ha sempre preservata. La sua morte, infatti, è misteriosa e quasi una leggenda. Inseguita dai nemici fu mangiata, se si può dir così, dalla roccia… Ma questa è la fine della storia e così, torniamo all’inizio. Cioè a una fanciulla stupenda che viveva a Konya, una fiorente cittadina dell’Anatolia, in Turchia. Era fidanzata con un  bel ragazzo di nome Tamiri. La loro unione doveva terminar nel matrimonio.

Ma le vie del Signore, misteriose come sono, dovevano riservare per la bellissima ragazza un destino differente. Infatti a un crocicchio della sua esistenza incontrò San Paolo, che lì stava portando la Parola del Signore e lei lo ascoltò e lo seguì, votandosi alla castità per essere sposa del Signore soltanto. Furente, Tamiri fece cacciare dalla città l’Apostolo delle geti, e abbandonò al rogo la sposa fedifraga. Tecla doveva morir tra le fiamme, ma un angelo scese dal cielo e alitò sul fuoco, spegnendolo. E lei fu salva, ma siccome la sua colpa era anche di essere bella, troppo bella. Ecco che un altro pretendente rifiutato, Alessandro, la fece condannare alle belve. E indovinate un poco?

Leoni e tigri si voltarono dall’altra parte, appisolandosi. Ma lei, sentendo vicina la morte, essendo ancora catecumena, si buttò in una pozza d’acqua dove nuotavan degli squali. Fu il suo battesimo del desiderio e fu salva, mentre gli squali (alcuni dicono trichechi), colpiti da una folgore finirono carne arrosto.

Sì, caro Morelli, andò proprio così e la fanciulla, che – così pare – vestì panni maschili per scappar di casa e seguire il Signore,  fu martire, cioè testimone, ma non subì il martirio da parte dei nemici della Fede. La sua vita, alla sequela di San Paolo, fu dedicata a portare il Vangelo, cioè la buona novella, in giro per il mondo. Ed ecco perché tante città se la contendon come fosse santa loro. A Milano, ad esempio, è considerata milanese, e così a Roma, a Parenzo, in Istria. Per i catalani è catalana. Fu di tutti, dico io, perché cattolica, cioè universale. Una Santa grandissima. Secondo San Gerolamo, sarà lei, accanto alla Regina del Cielo, nostra madre, ad accoglier gli eletti in Paradiso. E se per caso voleste immaginar com’era, bella, stupenda dai capelli lunghi, vi consiglio di andare a Este, cittadina veneta della quale è patrona, e andare al Duomo che conserva la stupenda pala di Giambattista Tiepolo che la ritrae, in veste rossa, gli occhi rivolti al cielo, mentre tutt’intorno dilaga la peste. Fu Tecla, infatti, a salvare la città dalla peste, che la ringrazia venerandola e facendo una gran festa perché il restauro della tela è durato sette anni e ora Tecla è tornata a casa.


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