Il patto Ue sulle migrazioni: permane il principio del Paese di primo ingresso


Di Emanuela Maccarrone

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, in questi giorni ha annunciato l’approvazione della riforma delle politiche  migratorie; alla base della riforma si auspica una miglior solidarietà tra i paesi dell’Unione  come afferma la stessa Von der Leyen:  “Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e ripristinare quella dei cittadini nella nostra capacità di gestire i flussi migratori come Unione”.

Secondo la presidente, la nuova riforma propone il superamento del patto di Dublino, in base al quale il dovere di gestire i flussi migratori spetta ai Paesi di frontiera poiché Stati di primo ingresso,le cui condizioni hanno penalizzato paesi quali l’Italia e la Grecia,in quanto esposti a frequenti flussi di migrazione.

Tuttavia nella nuova riforma permane il principio del Paese di primo ingresso su cui grava l’obbligo di effettuare uno screening dei migranti, ossia una serie di controlli sanitari e di sicurezza, d’identificazione, di rilevamento delle impronta digitali e la registrazione nella banca dati dell’Eurodac necessari a stabilire, entro cinque giorni, chi avrà l’asilo; solo su quest’ultimi si attiverà la solidarietà Ue.

I migranti ai quali non sarà riconosciuto l’asilo dovranno essere rimpatriati entro dodici settimane; compito che grava sul Paese di primo ingresso.

Il sistema di solidarietà è obbligatorio ma flessibile, in linea generale gli Stati membri potranno essere solidali attraverso l’accoglienza di migranti vulnerabili o con la ‘sponsorizzazione dei rimpatri’; in caso di emergenza il sistema descritto rimarrà lo stesso ma con misure più nette.

La sponsorizzazione dei rimpatri consiste nel rimpatrio di una parte dei migranti a carico di uno Stato membro diverso da quello di primo ingresso, entro otto mesi;alla scadenza degli otto mesi se lo Stato membro non avrà provveduto dovrà accoglierli nel proprio territorio.

Un punto importante della riforma riguarda la collaborazione con i Paesi d’origine  per affrontare e risolvere ‘in loco’ le cause della migrazione.

Non mancano le incertezze.

In un articolo di RaiNews, il Ministro degli interni Luciana Lamorgese afferma che non c’è un vero  superamento del patto di Dublino: “ Per questo chiederemo il superamento completo dell’attuale sistema che ruota intorno alla responsabilità dello Stato in ingresso e che non  può essere gravato da oneri difficilmente sopportabili”.

Sulla ‘sponsorizzazione’ la Lamorgese è scettica: “Non so fino a che punto queste possano essere effettivamente efficaci: perché le ipotesi di dare responsabilità di rimpatrio agli Stati membri diversi da quelli di sbarco mi sembrano difficilmente coniugabili con l’efficienza e la rapidità. Vorrei capire quali sono gli aspetti di ordine pratico e giuridico”.

Anche la Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece) è intervenuta sulla questione.

In un articolo dell’agenzia Sir, la Comece  si espressa con favore sull’iniziativa promossa dalla Commissione europea, ma facendo presente al Parlamento europeo e al Consiglio l’importanza di “ riconoscere migranti e rifugiati come persone con dignità e diritti fondamentali, e non come numeri”.

La Comece è dubbiosa riguardo il sistema dei ricollocamenti e ribadisce, al contempo, la necessità di garantire un maggior sostegno a tutti quei Paesi soggetti a frequenti flussi di migrazione.

 


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