Azerbaijan, Turchia e Pakistan hanno bombardato una Cattedrale nel silenzio dell’Occidente


Di Lorenzo Capellini Mion

Le forze dell’Azerbaijan, con l’aiuto della Turchia e del Pakistan, hanno bombardato la Cattedrale del Santissimo Salvatore (Ghazanchetsots) a Shushi.

“Questo atto di vandalismo va contro le leggi dell’umanità e di Dio. La ricostruiremo”, ha detto il presidente il Presidente armeno Artsakh Arayik Harutyunyan.

Sono tali e quali all’Isis, non si può e non si deve essere neutrali.

La cattedrale di Ġazančec’oc’ (traslitterato Ghazanchetsots), conosciuta anche come cattedrale di Cristo san Salvatore  è una chiesa armena situata nella città di Šowši (Shushi), nella repubblica dell’Artsakh (dai musulmani chiamata “Nagorno Karabakh”).

L’impianto originario venne eretto tra il 1868 ed il 1887 con una facciata in pietra calcare bianca. Il suo architetto, Simon Ter-Hakobyan, intendeva riprendere i motivi architettonici della cattedrale di Etchmiadzin, a Erevan, sede del Catholicosato della Chiesa armena apostolica. La torre campanaria su tre piani, che si trova di fronte all’ingresso occidentale della cattedrale, fu costruita nel 1858.

La chiesa restò in uso fino al 1920 allorché i pogrom anti armeni della città provocarono la distruzione dell’intero quartiere armeno. e la chiesa del Santo Salvatore fu parzialmente distrutta.

Durante l’epoca sovietica la cattedrale venne dapprima usata come un granaio e poi come un garage. Nel corso della guerra del Nagorno Karabakh le forze azere la usarono come deposito dei razzi Grad. La città venne ripresa dagli armeni il 9 maggio 1992. Negli anni successivi fu oggetto di interventi di restauro che interessarono anche il campanile dove vennero posizionate copie delle statue degli angeli che si trovavano al secondo livello della torre.

Nel 1998 venne riconsacrata come chiesa e fino a ieri, terminati i lavori di restauro che l’aveva riportata all’aspetto originario, ha svolto la funzione di cattedrale e sede della diocesi della chiesa apostolica armena nell’Artsakh.


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