Cardinale sequestrato e poi rilasciato nell’assordante silenzio dei media


Di Giuseppe Brienza

L’attuale situazione di tensione al limite della guerra civile nel Camerun anglofono conferma, se ce n’era bisogno, il fallimento del processo storico che ha portato negli anni Sessanta all’indipendenza le nazioni un tempo soggette al colonialismo occidentale.

Il caos nel quale sta sprofondando questa popolosa repubblica dell’Africa equatoriale, che fin dal 1º gennaio 1960 ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia e nel 1961 ha visto le regioni ex colonie dell’Impero britannico unirsi a formare la Repubblica federale del Camerun, sta coinvolgendo in primo luogo i settori più esposti come la Chiesa cattolica, le scuole, le opere sociali ed i bambini.

Finora i confitti locali hanno provocato oltre 3000 morti e provocato la fuga di centinaia di migliaia di profughi.

Nei giorni scorsi, in un attacco terroristico rivolto contro una comunità locale, sono stati brutalmente uccisi 7 bambini in una scuola e, successivamente, i miliziani anglofoni che dal 2017 stanno conducendo una sanguinosa rivolta indipendentista, hanno sequestrato una decina di persone nella località di Baba, a qualche chilometro da Bamenda, capoluogo della regione Nord-ovest. Tra i rapiti anche il cardinale Christian Tumi, 90 anni, arcivescovo emerito della città meridionale di Douala, l’unico finora ad essere stato rilasciato. Molti abitanti dei villaggi intorno a Baba erano scesi in strada per protestare contro il sequestro del presule, che era nel mirino delle bande armate per aver promosso la riapertura delle scuole nelle due regioni del Nord-ovest e Sud-ovest che dovrebbero essere parte del nuovo Stato indipendente anglofono, nella regione chiamata localmente Ambazonia – il nome deriva dalla Baia di Ambas, l’insenatura del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra Camerun francese e quello inglese -.

Nelle mani dei rapitori è rimasto, fra gli altri, il locale reggente tradizionale della comunità, Fon Sehm Mbinglo II e, secondo gli esperti, l’obiettivo dei gruppi armati sarebbe quello di «attirare l’attenzione della comunità internazionale provocando violenze». Da quando è terminata la fase più difficile della crisi epidemiologica da coronavirus, in effetti, gli attacchi si sono parecchio intensificati, nella disattenzione di gran parte della diplomazia e dei grandi media.

Secondo Elie Smith, uno stretto collaboratore del cardinale Tumi, il responsabile dell’azione armata sarebbe il “generale” degli Ambazoniani “Chaomao”, un ex pastore protestante, le cui motivazioni sarebbero la punizione del porporato colpevole dell’incoraggiamento ai bambini affinché vadano a scuola senza alimentare l’anarchia o addirittura ingrossare le file dei miliziani. Notizie confermate anche dai familiari del re di Kumbo.

Il 24 ottobre scorso otto bambini erano stati trucidati in un attacco armato alla scuola bilingue internazionale Mother Francisca, circostanza per la quale Papa Francesco aveva espresso il suo dolore, lanciando un appello per la fine della violenza e affinché sia garantita l’educazione e il futuro ai giovani.

Come riferito a VaticanNews dal vescovo di Kumba, monsignor Agapitus Enuyehnyoh, la popolazione locale sta patendo da quasi 4 anni una sofferenza e paura quotidiane a causa delle azioni violente e dei rapimenti a scopo di riscatto che, purtroppo, sono divenute frequenti. Bambini e ragazzi dopo gli ultimi attacchi hanno smesso di frequentare le lezioni per paura di essere colpiti, facendo così il gioco dei gruppi armati che, spiega il presule, vogliono l’indipendenza nella zona del Nord-ovest e del Sud-ovest del Paese usando la scuola come un’arma di pressione.

Per questo una figura di prestigio come il cardinale Tumi, che da tempo è impegnato nella ricerca di una soluzione alle istanze degli anglofoni ed alla pacificazione di questa Regione colpita peraltro da una forte crisi, è invisa agli indipendentisti violenti.

Il cardinale Tumi, dapprima come vescovo e poi come porporato, è stato sempre in prima linea di fronte alle difficoltà del territorio situato all’estremo Nord del Camerun, al confine con il Ciad, quasi dimenticato dalle autorità centrali, e alla povertà, cui si aggiungono in quest’area, profonde divisioni etniche. Per aver promosso la pace dopo l’inizio della crisi nel nord e nel sud-ovest del Camerun, e aver lottato contro la discriminazione nei confronti della minoranza anglofona nel Camerun (circa il 20 per cento della popolazione), il porporato ha persino ricevuto un riconoscimento civico, il “premio Nelson Mandela”, nel luglio del 2019.

Mentre la Chiesa cattolica si conferma quindi un punto di riferimento del popolo e la chiave della soluzione delle crisi dei Paesi un tempo definiti del “Terzo Mondo”, all’origine dei problemi che in essi si ripropongono ci sono agenti e protagonisti della c.d. comunità internazionale. Sotto l’egida delle Nazioni Unite, infatti, fra il 1959 e il 1960, furono promossi in Camerun due frettolosi plebisciti: l’uno per le province settentrionali del Camerun Meridionale, che scelsero di aderire alla Nigeria, l’altro per le provincie meridionali della stessa ex colonia inglese che invece aderirono al Camerun. La Risoluzione ONU n. 1350 del 13 marzo 1959, indisse il Referendum nel Nord del Camerun inglese, la n. 1352 del 16 ottobre 1959 nel Sud del Camerun inglese. Facilmente l’esito di tali processi rispose ad errori od interessi da parte di protagonisti i cui eredi, da non pochi decenni ormai, si ergono a giudici e soloni dei diritti dei popoli proprio nei confronti del Papa e della Chiesa. Ma anche in questo caso delicatissimo del Camerun anglofono, ad aver gestito male la situazione del processo d’indipendenza pare sia stata con tutta evidenza l’ONU…

E l’UE? Ne avremmo anche per Bruxelles, se è vero com’è vero che l’Europa commercia col Camerun, senza però aver manifestato finora nessun interesse a proporsi come mediatrice fra le parti. Gli Stati Uniti di Trump, invece, almeno a livello di dichiarazioni pubbliche, non pare stiano sottovalutando la situazione.

La Camera dei Rappresentanti americana, per esempio, sollecitata dall’ampia diaspora camerunense che vive negli Stati Uniti, è già intervenuta il 23 luglio 2019, condannando «gli abusi commessi nelle regioni anglofone del Camerun dalle forze di sicurezza e dai gruppi armati del governo del Camerun, comprese le uccisioni e le detenzioni extragiudiziali, l’uso della forza contro civili e manifestanti non violenti e le violazioni delle libertà di stampa, espressione e riunione».

La camera bassa del Congresso statunitense ha quindi chiesto alle autorità camerunensi di avviare «uno sforzo credibile […] per affrontare le doglianze e cercare soluzioni non violente per risolvere i conflitti, con riforme costituzionali che proteggano le preoccupazioni delle minoranze». Silenzio, invece, da parte dell’Unione europea, evidentemente troppo impegnata nel “Project Fear” sul coronavirus e sui progetti contabili per la “ripartenza”.


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È inaudito che i Tg nazionali ed i giornali europei, non ne accennano. Mi ricordo i radiotg Rai, della prima parte degli anni 90. Erano interessanti e validi, ad esempio come seguivano la guerra civile algerina, mentre il Tg rai televisivo praticamente, non ne parlava. Adesso c’è un indottrinamento unico ed una regia occulta che decide tutto.