Il rapporto tra scienza e fede e l’essenza spirituale dell’anima in sant’Alberto Magno


Di Sara Deodati*

La figura di Alberto Magno (1193/1206-1280), che è stato l’indimenticabile maestro di san Tommaso d’Aquino(1225-1274), è da ricordare anche per la sua straordinaria opera di “cristianizzazione” della filosofia aristotelica. Con ciò il vescovo, filosofo, teologo e scienziato tedesco ha affrontato e ci ha lasciato luminosi insegnamenti sulle principali tematiche di ordine teologico relative al rapporto tra scienza e fede, alla spiegazione razionale degli “universali” e, infine, all’essenza spirituale dell’anima.

Per sant’Alberto la conoscenza filosofica di Dio si differenzia essenzialmente da quella teologica e, da ciò, derivano secondo lui diverse e conseguenti metodologie epistemologiche e scientifiche da utilizzare. A chi sovrapponeva o confondeva fede e ragione, obiettava quindi chele cose teologiche non si accordano con quelle filosofiche nei loro principi, perché la teologia è fondata sulla rivelazione e non sulla ragione. Compito dei filosofi è pertanto quello di argomentare fondandosi su ragionamenti, laddove ai teologi spetta di spiegare e render comprensibile ai fedeli le Verità e i principi della Fede rilevata.

Se la filosofia parte da princìpi che sono o dovrebbero essere veritates per se notae, cioè evidenze naturali di cui tutti possono prendere coscienza, la teologia ha come princìpi i dogmi rivelati da Dio e proposti dalla Chiesa. La filosofia si nutre di esperienza mentre la teologia, che è una scienza riservata solo a coloro che hanno fede, si nutre di contemplazione mistica.

In ultima analisi, per Alberto Magno il metodo teologico si distingue da quello filosofico essenzialmente sia per il punto di partenza sia per il criterio di ricerca. In filosofia, infatti, opera la ratio inferior, mentre la teologia ricorre alla ratio superior, a quella parte cioè dell’anima che è illuminata dalla Rivelazione e dà luogo alla sapientia, superiore in quanto tale alla scientia. Questa superiorità non si traduce però in conflitto o esclusione reciproca, perché la ratio inferior ha un ruolo unico nelle conoscenze umane.

Altra delicata e complessa questione da lui affrontata è quella degli “universali”, vale a dire la riproposizione medioevale dell’antico problema degli “archetipi platonici”. Noi conosciamo, cioè, le proprietà degli oggetti e le definiamo secondo qualità ma, gli oggetti, in ultima analisi, sono riconosciuti a partire dalla loro definizione, cioè dall’enumerazione delle loro proprietà essenziali.

Ma cosa sono le qualità? Queste, secondo Alberto, possono essere inerenti all’oggetto o indipendenti. Possono essere delle descrizioni utilizzate per comprendere ma non avere corrispettivo reale, come un meridiano è una linea immaginaria ma utile in geografia, allo stesso modo potrebbero essere le proprietà delle cose.

Gli universali sono quindi le proprietà generali delle cose, considerate indipendentemente dalle cose stesse. Le possibilità d’interpretazione delle qualità astratte non sono comunque molte: o sono nelle cose, o sono dopo le cose, o prima delle cose oppure indipendentemente dalle cose.

L’universale “nella cosa”, in rebus alla latina, è l’impostazione “empirista” dell’universale: noi conosciamo la proprietà generale degli oggetti a partire dalla cosa stessa. Pure essendo una posizione empirista, è possibile che tale interpretazione si sommi anche alle altre in quanto è possibile che le qualità astratte delle cose, come le proprietà primarie degli oggetti (forme geometriche, analitiche etc.) potrebbero esistere anche prima delle cose stesse (si dà il caso che fossero nella mente di Dio come forme disincarnate, come un “cane” privo di materia).

L’universale “prima della cosa”, ante rem, è la proprietà generale priva di materia, cioè prima ancora che essa venga creata. In questo senso, si devono intendere gli universali prima della creazione divina. Un esempio potrebbe essere la conoscenza di una casa ancora non eretta, attraverso il suo progetto, come il progetto della casa che ne mostra la forma, sebbene essa non sia ancora “nella cosa”.

L’universale “dopo la cosa”, post rem, è la comprensione umana della proprietà generale dell’oggetto. In questo senso, la conoscenza dell’uomo arriva sempre in un momento successivo alla creazione della cosa stessa. Un esempio concreto potrebbe essere la conoscenza di un ferro da stiro a partire dal suo utilizzo, non più dal suo progetto, ma dalla sua osservazione diretta.

Infine, l’universale “indipendente dalla cosa” è la concezione nominalista dell’universale. Le proprietà astratte, generali delle cose potrebbero non esistere ed essere una pura descrizione della realtà ma non avere una denotazione reale. L’esempio più chiaro è il meridiano di Greenwich, una linea immaginaria inesistente che ci consente di descrivere utilmente il mondo. Il globo, infatti, non ha né meridiani né paralleli, eppure essi sono delle imprescindibili convenzioni per poter calcolare la rotta e la posizione degli oggetti in movimento attorno al globo. Allo stesso modo, si può pensare alle proprietà degli oggetti: esse possono essere delle descrizioni a posteriori utili.

L’unica visione degli universali incompatibile con tutte le altre è l’interpretazione nominalista, cioè convenzionale, in quanto esclude l’esistenza degli universali se non in termini di “descrizione”.

Sant’Alberto non poteva infine non riflettere sul problema della spiritualità dell’anima. Opponendosi al “monopsichismo”(da mono- + gr. psyche, anima, afferma l’esistenza di un’anima del mondo unica che si esplica nelle diverse anime) degli interpreti arabi di Aristotele, egli rivendica la molteplicità degli intelletti, e quindi garantisce l’immortalità delle anime intellettive dei singoli uomini.

L’anima, infatti, come spiega il teologo, è creata da Dio, è sostanza spirituale, tratta dal nulla, individuale, semplice, forma del corpo, sorgente di vita, sia fisica che spirituale. Unica nella pluralità delle sue facoltà, è fonte del conoscere e dell’agire. Per sua natura è immortale e, tale immortalità, non solo è una certezza di fede, ma anche una certezza del “senso comune”, che poi può avvalersi della elaborazione razionale che si manifesta attraverso il pensiero e le opere dei grandi filosofi come Platone, Aristotele e Agostino.

L’anima, dunque, è “bipartita”, da una parte è costituita da materia, dall’altra è puro spirito. La materia non è principio negativo ed alternativo rispetto alla natura di Dio, ma è la sostanza informata la quale può accogliere in sé la forma ed essere così impressa dalla mente divina. Nella materia è contenuto in partenza la vita la quale è di tre tipi: vegetativa, sensitiva e razionale, come descrive sant’Alberto, anche in questo caso riprendendo l’impostazione di Aristotele.

Alberto Magno è in definitiva da considerare il più grande studioso, filosofo e teologo tedesco del medioevo, e questo sia per la sua grande erudizione sia per il suo impegno nel far coesistere fede e ragione applicando la filosofia aristotelica al pensiero cristiano. Oltre ad Aristotele, egli utilizzò però anche gli scritti di Platone e di altri pensatori antichi, greci, giudaici e latini, al fine di inquadrare in un sistema logico l’intera dottrina cristiana. In questa sua opera S. Alberto offrì un materiale immenso, che risultò indispensabile a Tommaso d’Aquino nella predisposizione dell’insuperato compito cui si accinse nella Summa Theologiae (1265–1274).

 

* Laureata in Scienze Religiose nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

 


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