L’ennesimo cortocircuito del politicamente corretto: Transgender nelle competizioni femminili


JOE BIDEN, CAPO DELLA PIÙ POLITICAMENTE CORRETTA E ARCOBALENATA AMMINISTRAZIONE CHE LA STORIA RICORDI

Dalila di Dio

Ancora una volta, l’esasperata tensione tutta progressista all’uguaglianza a tutti i costi genera grossolane e prevedibili ingiustizie.

Questa volta a farne le spese sono le atlete di tutto il mondo vittime di una furia cieca che arriva a negare ciò che è ovvio: maschi e femmine sono diversi.

Uno dei primi provvedimenti siglati dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, capo della più politicamente corretta e arcobalenata amministrazione che la storia ricordi, è quello che la giornalista Abigail Shrier ha definito «un nuovo soffitto di vetro sopra le ragazze».

Il neo Presidente americano a gennaio – poche ore dopo il suo insediamento – ha emanato un ordine esecutivo a mente del quale qualsiasi istituzione educativa che riceve finanziamenti federali è tenuta ad ammettere atleti transgender nelle squadre femminili e nelle graduatorie per le borse di studio sportive riservate alle donne.

Una decisione perfettamente in linea con l’agenda tutta inclusività del Governo entrante, molto più preoccupato a marcare la differenza con Trump ed i suoi che a governare gli americani: vicepresidente donna, staff comunicazione composto da sole donne, una ampia pattuglia in rosa tra ministri, alti funzionari e consiglieri ed il primo sottosegretario transgender della storia americana.

Un’amministrazione che punta all’esaltazione della diversità come valore aggiunto ma che, tutta proiettata a comminare al terribile Trump la pena peggiore – la damnatio memoriae – sin da subito denuncia i propri limiti.

Sì, perché imporre che dei transgender gareggino nelle competizioni sportive nella categoria riservata alle femmine è già, di per sé, palesemente iniquo ma lo è ancor di più in un contesto – come quello USA – in cui per le giovani donne i successi sportivi diventano viatico per borse di studio universitarie e, quindi, per l’accesso un’istruzione di alto livello che, altrimenti, gli sarebbe preclusa.

La naturale conseguenza dell’ordine esecutivo del buon Biden – sì, perché lui è buono, ama la moglie, rispetta tutti e salverà il mondo, a differenza di quell’altro – è la cancellazione, per le giovani atlete americane, di ogni chance di affermarsi nello sport.

Con buona pace delle lotte per la parità di genere, i posti che nelle università sarebbero riservati alle donne finiranno ad atleti transgender, all’esito di una competizione ineluttabilmente impari.

Da alcuni anni, diverse federazioni hanno ammesso transessuali a gareggiare con le donne: lo scorso settembre anche l’Italia ha voluto fare la sua parte, ammettendo la prima atleta transgender, Valentina Perillo (al secolo Fabrizio), a gareggiare nelle qualificazioni per le Paralimpiadi di Tokyo 2021.

Fortunatamente, il mondo sportivo femminile ha – purtroppo senza troppa fortuna – provato a reagire all’ennesima idiozia del politicamente corretto.

Nel 2019, la tennista Martina Navratilova si espose a non poche critiche per avere posto l’accento sul problema: «Critico la tendenza degli attivisti trans di bollare come transfobico chiunque abbia qualcosa da dire» scriveva sul Sunday Times «Questa è una forma di tirannia. Io sono una persona forte ma ho paura che altri possano essere ridotti al silenzio o alla sottomissione» ed aggiungeva «Questa è una truffa. Centinaia di atleti che hanno cambiato genere semplicemente dichiarandolo e limitandosi a un trattamento ormonale hanno vinto nelle categorie femminili quello che non avrebbero mai potuto ottenere in quelle maschili specialmente negli sport in cui è richiesta potenza È ingiusto che le donne debbano competere con persone che biologicamente sono ancora uomini».

Giusto ieri, invece, la paladina dell’onestà intellettuale Selvaggia Lucarelli si schierava a favore della “alzatrice di pesi” Stanlio Hubbard, Gavin fino all’età di 34 anni.

Nell’indignarsi per i commenti dei cattivi di turno, sottolineava: «tra l’altro una che ha vinto due medaglie d’oro».

Due medaglie d’oro. Nel sollevamento pesi. Gareggiando con delle donne.

Incredibile.

Ma se per una donna è difficile battere un uomo nella corsa o nel nuoto, l’apoteosi della follia si raggiunge con gli sport di combattimento: recentemente è tornato alla ribalta il primo atleta MMA – mixed martial arts – transgender, Fallon Fox.

Su Wikipedia, si legge che è nato a Toledo nel 1975 e “gli è stato assegnato” il sesso maschile sebbene già dalla tenera età di cinque anni fosse in conflitto con il proprio genere. Alla voce “personal life”, si riferisce che è stato cresciuto da “devoti cristiani ma è diventato un ateo”.

Dopo la transizione nel 2006, Fallon da alcuni anni combatte contro le donne con sommo gaudio del movimento LGBT e, dopo aver rotto un paio di crani di femmine nate femmine, nel 2020 è stato addirittura nominato “bravest athlete in history”.

Orde di indignati hanno coperto di insulti Lauryn Brison – atleta MMA – per aver osservato, recentemente, che Fallon è «essenzialmente un uomo che picchia le donne mentre la gente lo celebra» con riferimento al riconoscimento del 2020.

Insomma, i progressisti hanno grande riguardo per donne e parità di genere finché non appare all’orizzonte un’altra lobby a cui fare l’occhiolino.

Awoman.

 


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