“E allora le foibe?”: la storia (e la memoria) di parte di Eric Gobetti


“FACT CHECKING” É UNA NUOVA COLLANA STORICA DELL’EDITORE LATERZA CHE, A TRENT’ANNI DALL’ABBATTIMENTO DEL MURO DI BERLINO, RIPROPONE IL METODO VETERO-MARXISTA DELLA “VULGATA” NARRATIVA. PROPONIAMO QUINDI LA PRIMA DI UNA SERIE DI RECENSIONI CRITICHE A CURA DELLO STORICO CATTOLICO ANDREA ROSSI SU QUELLA CHE, SE PROPALATA DAI GRANDI MEDIA, POTREBBE CONCRETIZZARE UNA NUOVA OFFENSIVA ANTI-CULTURALE E ANTI-STORICA

Di Andrea Rossi

Nell’estate 2020 diversi organi di informazione italiani hanno rilanciato una notizia proveniente dalla Slovenia (citiamo su tutti l’articolo di Lucia Bellaspiga pubblicato su “Avvenire” il 27 agosto 2020), riguardante i risultati di una indagine speleologica in una cavità carsica presso Kocevje. In questo piccolo comune della Slovenia meridionale è stata ritrovata infatti la tomba di centinaia di “collaborazionisti” sloveni fucilati dalla polizia politica della Jugoslavia comunista nell’estate 1945. Un fatto, questo, noto da diversi anni (purtroppo mancano studi in italiano: unica eccezione il lavoro di John Corsellis e Marcus Ferrar, Slovenia 1945, pubblicato da Libreria editrice goriziana, Gorizia 2005).

Ci si potrebbe chiedere perché partire da qui, per parlare di un volume, quello di Eric Gobetti intitolato E allora le foibe? (Editori Laterza, Bari-Roma 2021, pp. 117, € 13) interamente concentrato sulle vicende che videro coinvolti gli italiani residenti e poi occupanti delle regioni al nostro confine orientale. La risposta è semplice: perché la storia ha bisogno di comparazioni per essere compresa e, nelle foibe (o in miniere abbandonate, in fosse comuni, o in altri luoghi isolati), oltre a molti nostri connazionali, finirono nel 1945 decine di migliaia di anticomunisti prigionieri nelle mani di Josip Broz “Tito”: sloveni, croati, montenegrini, albanesi, serbi, ungheresi e tedeschi.

Ricostruire la storia di una zona complessa con vicende stratificate come se si guardasse attraverso un microscopio, è utile solo per chi vuole a tutti i costi dimostrare una propria tesi, isolandola da ogni altro contesto, la qual cosa è poi il limite di tutti i volumi della collana edita dalla casa editrice Laterza e intitolata “Fact checking” (Controllo dei fatti). Isolare un tema (il “fact”), non offrirne comparazioni, osservarlo come un biologo guarderebbe un frammento di DNA, e controllare la veridicità di quanto ricostruito (il “checking”), facendo così una definizione illusoria, una tautologia (quando va bene) o una distorsione degli eventi storici (come nel caso delle foibe).

Non si intende qui contestare la ricostruzione degli eccidi degli italiani fatta da Gobetti: i numeri sono importanti ma non sono tutto, ed è poi senz’altro vero che al termine del secondo conflitto mondiale pagammo gli eccessi di un regime, quello fascista, che dal 1922 negò qualsiasi diritto (anche religioso) alla minoranza slovena creando una polveriera destinata a conflagrare con l’invasione della Jugoslavia dell’aprile 1941. Bisognerebbe però dire che la Jugoslavia della dinastia Karageorgevic non era esattamente un luogo dove le minoranze ungheresi, tedesche, albanesi e italiane erano tenute in palmo di mano senza contare le rivalità interne, specie quelle fra croati e serbi. Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la successiva invasione e collasso della Jugoslavia (fatto che sfugge dall’indagine dell’Autore ma che fu accolto con gran soddisfazione da molte etnie e con autentico tripudio a Zagabria) iniziò una stagione sanguinosa che non fu solo un conflitto fra occupanti italotedeschi e il “movimento di liberazione” di Tito, ma una guerra civile, interetnica e ideologica. Fra il 1941 ed il 1943 fummo certamente occupanti spietati della Slovenia, ma nello stesso periodo occorre dire che i nazionalsocialisti semplicemente deportarono tutti gli sloveni non “assimilabili” dalla zona annessa al Reich, divenuta una provincia austriaca (Untersteiermark) mentre gli ungheresi presero possesso militarmente dei territori a cavallo del fiume Mura.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la provincia di Lubiana divenne autonoma e governata da Leon Rupnik (1880-1946), un ex generale jugoslavo che ebbe l’appoggio della borghesia cittadina e di gran parte del clero, a partire dal vescovo Gregorij Rožman (1883-1959), oltre che ovviamente dei nazisti (tutto si trova ben descritto in un volume, non citato da Gobetti – come del resto anche quello prima menzionato di Corsellis e Ferrar-, dal titolo: To walk with the devil: slovene collaboration and axis occupation 1943-45, University Press, Toronto 2013).

Fu Rupnik a organizzare una corposa milizia cattolica e anticomunista, comunemente definita “Domobranci” o “belogardisti”, che combatté al fianco dei nazionalsocialisti e dei fascisti contro gli uomini di Tito, fino al 1945. Insomma, non fu la guerra degli italiani contro gli slavi, come semplicisticamente si trova nello studio di Gobetti, ma un conflitto totale fra sloveni e, assieme, fra partigiani e occupanti tedeschi, italiani e ungheresi.

Possiamo chiederci (l’Autore lo fa) se gli “infoibati italiani” a guerra finita furono tanti o pochi. Di certo in confronto alla tragedia della minoranza tedesca del Banato, o degli ungheresi della Batscka (regione della Pianura Pannonica compresa fra i fiumi Danubio e Tibisco), totalmente espulsi dalla Jugoslavia comunista e oggetto di rappresaglie indiscriminate, i numeri sono di gran lunga inferiori, ma non trascurabili; così come non irrilevante il fatto che, con le buone o le cattive, entro il 1950 l’Istria e la Dalmazia si svuotarono degli italiani, esattamente come la Serbia si svuotò da tedeschi etnici e dei magiari. Difficile negare, insomma, che il processo di costruzione della nazione multietnica di Tito ebbe alla sua base un progetto basato sull’ideologia (totalitaria e non democratica, distinzione mai presente nel volume di Gobetti). La dizione “pulizia etnica” ci pare incontestabile: le minoranze non slave furono eliminate in modo radicale, fatta salva per quella albanese, comunque mantenuta ai margini del governo comunista; tutto questo senza soffermarci sulla persecuzione religiosa che colpì in modo trasversale cattolici, ortodossi e musulmani. In conclusione, alcune ricostruzioni che hanno portato alla creazione in Italia della “Giornata del ricordo” possono apparire retoriche, ma dire che rappresentino un caso unico rispetto ai nostri confinanti, ci pare esagerato; per gli sloveni il ricordo delle tragedie di Kocevjie, di cui abbiamo detto, sono non da oggi un momento di amara riflessione sulla dittatura comunista, mentre da decenni, nella località austriaca di Bleiburg, decine di migliaia di croati ogni anno commemorano la resa delle forze armate croate all’esercito di Tito e la successiva cruenta fine di decine di migliaia di indipendentisti passati per le armi sommariamente dai partigiani comunisti. Fare semplici questioni complicate, insomma, non è mai un buon affare.

E ci si permetta, in conclusione, che mettere Simone Cristicchi o Frediano Sessi nella lista delle “cattive letture” sul tema, come fa Gobetti, non appare un elemento di “fact checking” ma di inutile faziosità ideologica; specie se fra le “letture consigliate” non si trova un solo volume di quelli più recenti pubblicati, in lingua inglese, dalle maggiori università britanniche o statunitensi.


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