2 Giugno: se scorriamo i 75 anni di storia repubblicana cosa c’è da festeggiare?


LA REPUBBLICA – LA CUI NASCITA E’ STATA SOLO SUBITA DA UN BEL PO’ DI ITALIANI – SI E’ RIVELATA ESSERE UNA INGRATA MATRIGNA

Di Pietro Liccardi

Il 2 Giugno del 1946 si svolse il referendum col quale gli italiani furono chiamati a scegliere se continuare ad essere sudditi del Re sabaudo o cittadini di una repubblica.

Gli italiani scelsero il Re ma si ritrovarono sudditi della repubblica.

Per molti anni si è dibattuto se Umberto I di Savoia, succeduto a Vittorio Emanuele III, il sovrano che consegnò l’Italia al Duce e che l’8 Settembre 1943 fuggì da Roma lasciando mezza Penisola nelle mani dell’ex alleato da quel momento diventato occupante sanguinario, fu mandato in esilio perché così vollero gli italiani o perché i partiti venuti fuori dalla resistenza, democratici a parole ma evidentemente molto meno di fatto, trovarono il modo di addomesticare i risultati elettorali.

Un nodo che forse ha sciolto, anche se non del tutto, Massimo Caprara, per vent’anni segretario di Palmiro Togliatti, colui che all’epoca del referendum oltre ad essere il capo dei comunisti italiani era anche guardasigilli e incaricato di sovrintendere alle consultazioni.

In un articolo pubblicato sul mensile Il Timone nel 2020 Caprara ha chiaramente scritto che non tutti gli italiani erano entusiasti per il cambio di regime, tanto che a Napoli, in quel Sud dove i Savoia ebbero più consensi, monarchici e comunisti cominciarono a prendersi a fucilate ma soprattutto che nel corso della solenne udienza del 10 giugno 1946, fu comunicato soltanto il numero dei voti espressi, senza pronunziare la vittoria. Ciò in seguito ad un invito di Togliatti, il quale contravvenì a quanto tassativamente stabilito dalla norma dell’ordinamento giudiziario fascista ancora in vigore. La Repubblica infatti venne proclamata in altra incolore seduta, con rito ordinario della Cassazione, quando ormai era stato già nominato Capo provvisorio dello Stato.

Insomma, la repubblica non nacque secondo i migliori auspici e da un buon numero di italiani è stata solo subita, come fu subita l’unificazione risorgimentale, attuata con sanguinose repressioni e plateali brogli elettorali: i famigerati plebisciti che in moltissime città portarono alle urne molti più elettori di quelli che avrebbero dovuto effettivamente votare.

Quindi, ancora una volta, ci chiediamo: cosa dobbiamo festeggiare? Soprattutto se scorriamo sia pure velocemente i settantacinque anni di storia repubblicana.

L’unica cosa buona che il nuovo regime ha portato è stata la ricostruzione post-bellica e il boom economico, ma solo fintanto il partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, ha saputo tener testa al Partito comunista, che fin da subito ha cominciato ad estendere i suoi tentacoli all’interno delle istituzioni.

Già vent’anni dopo la repubblica ha cominciato a manifestare le sue debolezze e contraddizioni, a cominciare dal “mitico” ’68, che solo in Italia è durato la bellezza di dieci anni, con continui scioperi e disordini con contorno di bombe e stragi di inermi cittadini. Subito dopo è arrivato il terrorismo rosso delle Brigate Rosse, che ha insanguinato e terrorizzato il Paese per un ventennio, sconfitto solo quando il partito comunista, vista minacciata la sua egemonia politica, ha sbloccato le istituzioni consentendo di utilizzare i mezzi giuridici e repressivi con i quali mettere dietro le sbarre quelli che fino a poco prima erano solo “compagni che sbagliano”.

Intanto milioni di meridionali erano espatriati o emigrati a Torino e le altre città industriali del Nord per prestare la propria manodopera. Questo perché la repubblica ha preferito assecondare le richieste della Fiat e degli altri grandi gruppi industriali anziché procedere finalmente al recupero sociale ed economico del Mezzogiorno, verso il quale sono stati inutilmente incanalati per decenni fiumi di denaro pubblico che hanno gonfiato le tasche della malavita organizzata e di politici disonesti e corrotti.

Per tutto il periodo della cosiddetta “guerra fredda” poi sull’intero Stivale, terra di confine tra i due blocchi, si è combattuta a suon di attentati una guerra sotterranea tra Usa e Urss, di cui Ustica è solo un episodio, costata centinaia di vite innocenti senza che le istituzioni repubblicane potessero far valere o difendere la sovranità nazionale.

Quello che era diventata la prima repubblica, nata nel 1946, lo abbiamo infine visto negli anni Novanta del secolo scorso con lo scandalo di Tangentopoli, reso pubblico dalla famosa inchiesta “Mani pulite” la quale – lo abbiamo scoperto poco dopo – non ha rappresentato affatto il riscatto della “buona” Italia repubblicana, quella della politica pulita e onesta sorta dalle ceneri del fascismo, ma un tentativo di colpo di stato “bianco” che doveva togliere di mezzo tutti i “vecchi” partiti per consegnare il paese, complice una buona fetta della magistratura, ai comunisti dalle “mani pulite”.

Nel frattempo l’Italia continuava a rimanere il Paese sconfitto e umiliato dalla guerra, vassallo dello straniero, che nei governi e parlamenti repubblicani ha sempre trovato alleati pronti a difenderne gli interessi a scapito di quelli nazionali.

Sull’Italia della cosiddetta “seconda repubblica” preferiamo stendere un pietoso velo, perché se almeno quelli usciti dal periodo bellico erano politici di una certa levatura culturale e morale, che nel bene – poco – e nel male – molto – sono riusciti a mantenere in qualche modo a galla la barca tricolore, chi li ha sostituiti è stato capace soltanto di mostrare il peggio, facendo sprofondare l’Italia in un baratro dal quale forse non riuscirà più a uscire per i secoli a venire.

Quindi ci chiediamo ancora una volta: cosa c’è da festeggiare?

Per quel che ci riguarda stapperemo spumante solo quanto tornerà il Re, possibilmente un Borbone, perché dei Savoia – massoni – ne abbiamo le tasche piene.

 


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