Pio XI e il Magistero di resistenza nell’era dei totalitarismi


TRA IL CAPITALISMO DEGENERATO E IL SOCIALISMO IMPRATICABILE LA QUESTIONE SOCIALE, ANCORA UNA VOLTA, NON POTEVA ESSERE RISOLTA CHE DALLA VISIONE CRISTIANA

Di Anna Tortora

Il pensiero e l’atteggiamento sociale di Pio XI si inquadrano sullo sfondo di due scenari che caratterizzano questo periodo storico: da una parte la grande crisi economica mondiale (il crollo di Wall Street, 1929, con un esteso fenomeno di disoccupazione); dall’altra l’affermazione l’affermazione dei totalitarismi di Destra e di Sinistra: la rivoluzione russa (1917) con i suoi echi nel movimento operaio, e, all’opposto, il nazismo.

Il Pontefice fu chiamato in causa su ambedue i versanti, ha scritto Mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi. “Su quello sociale, l’occasione propizia fu il quarantesimo della Rerum Novarum. Di essa l’enciclica Quadragesimo Anno (QA) del 1931 non fu solo una celebrazione, ma un autentico sviluppo. Il Papa si faceva carico di leggere i grandi mutamenti registrati nel decorso mezzo secolo. E additava, innanzitutto, la degenerazione del capitalismo, con la concentrazione della ricchezza, e fenomeni conseguenti anche nell’ordine internazionale, come il nazionalismo, l’imperialismo economico, l’internazionalismo bancario. Ma al contempo prendeva in considerazione gli sviluppi del socialismo, condannando senza riserve la sua forma più radicale, il comunismo, mettendo severamente in guardia anche nei confronti della mano tesa del socialismo più mitigato: ‘socialismo religioso e socialismo cristiano sono dunque termini antitetici: nessuno può essere un buon cattolico ad un tempo e vero socialista’”.

Tra il capitalismo degenerato e il socialismo impraticabile, la questione sociale ancora una volta, come al tempo della Rerum Novarum, non poteva essere risolta che dalla visione cristiana. Pio XI affronta in modo più preciso e articolato il problema dei criteri del giusto salario, insistendo sul salario familiare. (La QA ne fa un’affermazione netta al n.72).

“Quanto al ruolo dello Stato nell’economia, e in genere nella società, la QA riprende con vigore il principio di sussidiarietà, antitesi sostanziale ad ogni totalitarismo. È in questo contesto che va letto il giudizio che, in questa enciclica, Pio XI dell’esperimento corporativo fascista, giudicandolo sì positivo, per i vantaggi che esso presenta sul piano dell’armonia sociale, ma alludendo anche ai suoi limiti proprio in considerazione della sua organizzazione funzionale allo Stato totalitario” (Mons. Domenico Sorrentino).

“Per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti del fascismo, la storiografia non ha mancato di far notare che egli manifestò una disponibilità di fondo, che gli fece preferire la trattativa concordataria per la Conciliazione anche a prezzo di un sostanziale avallo all’esperimento autoritario e dell’abbandono di Sturzo e del Partito popolare” (Cfr. P. Coppola, La Chiesa e il fascismo, Documenti e interpretazioni, Laterza, Bari 1971).

Non bisogna, però, nemmeno dimenticare che, se l’atteggiamento di Pio XI, specialmente con i Patti Lateranensi, riuscì di sostegno al regime mussoliniano (qualcosa di simile occorre dire per il Concordato con la Germania nazista), esso gli fu anche sempre una spina nel fianco.

Si pensi al forte pronunciamento della [lettera enciclica di Pio XI] “Non abbiamo bisogno” in occasione della tensione del regime con l’Azione Cattolica nel 1931. Inequivocabile fu anche la presa di posizione rispetto al nazismo, in particolare con la “Mit brennender Sorge del 1937, contestuale peraltro alla “Divini Redemptoris” contro il comunismo [altra enciclica, promulgata il 19 marzo 1936, nella quale Papa Ratti ha], condannato senza appello come intrinsecamente perverso” (Mons. Domenico Sorrentino).


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