La Chiesa una e unica e le ferite dell’unità


DALLE QUATTRO NOTE CHE PERMETTONO DI RICONOSCERE COME “UNA” E “UNICA” LA CHIESA DI CRISTO (UNITÀ, SANTITÀ, CATTOLICITÀ E APOSTOLICITÀ) DERIVANO DIRETTAMENTE I PRINCIPI DA SEGUIRE PER CURARE LE FERITE DELL’UNITÀ E CONDURRE RETTAMENTE LA CHIESA NEL CAMMINO ECUMENICO

Di Sara Deodati

I quattro attributi che qualificano la Chiesa nel suo essere e nel suo esprimersi, ovvero unità, santità, cattolicità e apostolicità, sono riuniti per la prima volta nel Simbolo della fede detto niceno-costantinopolitano (IV sec.). Definiti nel Medioevo conditiones, argumenta, caracteres, praerogativae o notae, valgono ad indicare una qualità nativa della Chiesa, configurando altrettante sue dimensioni strutturanti, tali da fondarla e costituirne una prerogativa costituzionale e irrinunciabile. Tali note indicano altresì l’intimo rapporto di Cristo con lo Spirito Santo e doni fondamentali e definitivi della Trinità alla Chiesa. Eliminare anche uno solo di tali attributi farebbe venir meno un elemento costitutivo del Corpo di Cristo e, non a caso, la Santa Messa inizia “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. «La Chiesa universale – insegna a tal proposito il Concilio Vaticano II – si presenta come “un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”» (Lumen gentium, 21 novembre 1964).

In definitiva, la Chiesa è una in quanto corpo dell’unico Cristo, santa perché dal capo riceve il lavacro di purificazione e lo Spirito di santità, cattolica perché fatta sacramento del suo amore per ogni uomo e, infine, apostolica perché posta in missione da quell’Unico Salvatore che il Padre ha mandato.

I doni dell’unità, della santità, della cattolicità e della apostolicità giungono quindi alla Chiesa dall’Eucarestia, che San Tommaso d’Aquino ha definito giustamente il sacramento dell’unità della Chiesa (sacramentum ecclesiasticae unitatis) nel quale i cristiani divengono un solo corpo in Cristo Gesù.

In quanto doni, le quattro proprietà divengono dei doveri per la Chiesa e, quindi, suo obbligo storico e possibilità escatologica (in questo senso si dice che la Chiesa deve permanentemente diventare ciò che è: una, santa, cattolica e apostolica).

Dopo aver definito in generale le quattro note della Chiesa veniamo ora nello specifico a illustrare come queste vengano a configurarla anche nella sua unicità.

L’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica, in forza di tale sua essenza e per espressa volontà del Salvatore, trova come suo fondamento la figura di Pietro, quale colonna e sostegno della Verità (cfr. 1 Tm 3,15). Dopo la sua resurrezione, infatti, Gesù diede lui da pascere, quale Pastore supremo, le “pecore” dei fedeli (cfr. Gv 21,17), affidandogli contestualmente, assieme al collegio apostolico, la diffusione e la guida della Chiesa (cfr. Mt 28,18ss.).

In virtù dello Spirito Santo, la moltitudine unificata dei credenti in Cristo è immagine visibile della Santa Trinità e costituisce una potente forza di pace in grado di riconciliare tutte le cose in Cristo.

L’unità nella Chiesa si manifesta significativamente per una ragione antropologica, in quanto sono persone umane quelle che appartengono alla Chiesa, la cui struttura si realizza nella corporalità, nella socialità e nella storicità e tende sempre ad esprimersi in forme storiche visibili.

Come afferma la Dichiarazione Dominus Jesus (6 agosto 2000), esiste «un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste [subsistit in] nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui» (n. 17).

Il termine subsistit ha generato molteplici dibattiti ed approfondimenti durante il Concilio Vaticano II, in quanto precedentemente alla formulazione contenuta nel n. 8 della Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), la Chiesa di Cristo era univocamente identificata in quella cattolica romana. Subsistit significa invece che la Chiesa è ma non è solo. La sussistenza della Chiesa di Cristo nell’attuale Chiesa cattolica è intesa come un rapporto d’identità non escludente.

Anche san Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ut unum sint (25 maggio 1995), ha presentato questo modo di vedere la Chiesa confermando, in continuità con l’ultimo Concilio, come lo Spirito Santo può agire in qualche modo anche nelle altre confessioni e comunità cristiane perché al di fuori dell’organismo visibile di essa si possono  trovare «parecchi elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium, n. 8).

La formula subsistit esclude comunque in maniera categorica la possibilità di ammettere che, in toto, l’unica Chiesa di Cristo possa sussistere al di fuori dei confini di quella cattolica. All’esterno della compagine visibile di essa, al massimo, esistono degli elementi della Chiesa (elementa Ecclesiae) quali la Parola di Dio, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità e altri doni interiori dello Spirito Santo i quali, per la loro intrinseca natura, tendono e conducono sempre verso la vera e unica Chiesa cattolica.

Il concetto di comunione (koinonìa) è strettamente legato alla comune risposta dei fedeli alla vocazione divina che sfocia ed esprime nel contempo «il nucleo profondo del Mistero della Chiesa e può essere una chiave di lettura per una rinnovata ecclesiologia cattolica» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Communionis notio, 28 maggio 1992). L’unità della Chiesa, che non sopprime la diversità poiché vi sono carismi, doni e ministeri che nella comunità assumono configurazioni proprie e sono in grado di sviluppare una meravigliosa fecondità, comporta specificatamente una triplice comunione nella professione della medesima fede, nella comune partecipazione del culto divino e partecipazione agli stessi mezzi di salvezza, nella fraterna concordia della famiglia di Dio e nella comunione di vita ecclesiastica. Questa unità di fede, di culto e sacramenti e di vita sociale (vinculum symbolicum, vinculum liturgicum e vinculum sociale o gerarchico), dal punto di vista ecclesiale, forma un tutt’uno e non è possibile separare uno dei vincoli dall’altro. Questi legami visibili di comunione sono così precisati dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli; celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti; successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio» (n. 815).

L’unità della fede che si celebra nei sacramenti, essendo la liturgia il culmine e la fonte della vita cristiana, è fruttuosa solo se vissuta in comunione con la Chiesa e come risposta all’eterno amore che la Parola annuncia e che il sacramento rende presente nella storia dell’uomo.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo, però, il dono dell’una e unica Chiesa di Cristo è stato compromesso dalle continue divisioni e infedeltà dei credenti. Dopo le discordie dovute alla presenza dei “giudaizzanti” e dalle influenze dello gnosticismo di cui parla il Nuovo Testamento, le prime gravi lacerazioni ecclesiali sono causate dalle controversie cristologiche del IV secolo (donatismo, arianesimo, pelagianesimo). Un secondo passaggio traumatico è scaturito dalle reciproche scomuniche tra il patriarcato di Costantinopoli (Chiesa d’Oriente) e la Chiesa di Roma che ha dato origine nel 1054 allo Scisma ortodosso. Quest’ultimo non è stato originato da differenze nella teologia trinitaria, la più importante delle quali definita del Filioque con il rifiuto, da parte degli orientali, della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. La terza grande ferita all’unità risale alla cosiddetta Riforma protestante del XVI secolo, con la negazione di Lutero degli stessi fondamenti dell’essere Chiesa (esse Ecclesiae) e l’imposizione di un concetto di Parola di Dio che non ha bisogno della mediazione sacramentale per operare la salvezza.

Il Concilio Vaticano II, in riferimento agli “eredi” di coloro che sono stati responsabili delle menzionate scissioni e che, pertanto, sono nati e appartengono a comunità sorte a seguito dei peccati contro l’unità, precisa che essi «non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore… Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore» (Decreto Unitatis redintegratio, 21 novembre 1964, n. 3).

Oltre alle divergenze dottrinali, al grande dramma di separazione tra i cristiani ha contribuito anche l’intreccio di fattori teologici e non teologici di ordine linguistico politico e culturale che è stato all’origine di non pochi nodi e incomprensioni che ancora oggi non si è riusciti a risolvere. Il dono dell’unità è inoltre continuamente minacciato dall’ostinazione del peccato con il peso sempre pesante delle sue conseguenze e dall’infedeltà alla legge di Dio che, oltre ad essere un’offesa a Lui, ha sempre un effetto disgregante sui singoli e sulle comunità. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, «le scissioni che feriscono l’unità del Corpo di Cristo (cioè l’eresia, l’apostasia e lo scisma) non avvengono senza i peccati degli uomini» (n. 817). La teologia ecumenica contemporanea è comunque interessata specificamente al peccato che riguarda intere comunità. La dottrina circa le scissioni che feriscono l’unità del Corpo di Cristo, uno degli effetti dell’eresia, dell’apostasia e dello scisma, andrebbe integrata con la fenomenologia delle sètte (o Nuovi movimenti religiosi) e di alcuni esiti del provvedimento di scomunica, anche se quest’ultimo provvedimento non è propriamente l’azione di colui che si allontana dalla comunione, bensì lo status ecclesiologico risultante e abitualmente accompagnato dalla relativa pena canonica.

La Chiesa è consapevole che la riconciliazione di tutti i cristiani nell’unità supera le forze e le doti umane. A questo proposito risulta evidente che il raggiungimento di una tale meta, non può che essere assistita dallo Spirito Santo. Il desiderio di ritrovare l’unità è allo stesso tempo un dono di Cristo e pertanto la Chiesa deve sempre cercare di pregare, impegnarsi e raggiungere di nuovo la comunione che il Salvatore vuole per lei. È per questo che Gesù ha pregato così nell’ora della sua Passione: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).

Sebbene gli elementi di santificazione e di verità presenti nelle altre Comunità cristiane costituiscano già «la base oggettiva della pur imperfetta comunione esistente tra loro e la Chiesa cattolica» (Giovanni Paolo II, enciclica Ut unum sint, 25 maggio 1995, n. 11), la cura di ristabilire l’unione richiede l’impegno di tutto il Corpo di Cristo, sia dei fedeli che dei pastori  e «tanto nella vita cristiana di ogni giorno quanto negli studi teologici e storici» (Unitatis redintegratio, n. 5). È questo il principale compito del cammino ecumenico la cui necessità è evidente se si pensa che essere separati dalla piena comunione comporta per la separazione alcuni dai mezzi di grazia che Cristo ha voluto per la sua Chiesa.

Nell’enciclica Ut unum sint Giovanni Paolo II ha recepito il cambiamento di mentalità ecclesiale e l’orientamento interiore di chi ha preso coscienza dello stato di peccato causato dall’accettazione passiva della situazione di divisione del Corpo di Cristo. Solo se ci si impegna a lottare per il suo superamento, attraverso un nuovo atteggiamento di umiltà, è possibile raggiungere quella fraternità, quello spirito di dialogo e di rispetto per gli altri, necessari per fare avanzare il cammino verso l’unità.

Nel Decreto del Concilio Vaticano II Unitatis redintegratio sono tracciati tre principi teologici indispensabile per la corretta conduzione del dialogo ecumenico:

1) chiarezza dottrinale (tradire la verità sarebbe in opposizione con la natura di Dio che offre la sua comunione e con l’esigenza di verità scritta nel cuore di ogni uomo);

2) spiegazione profonda ed esatta della fede cattolica così da essere integralmente compresa nel suo contenuto dai fratelli separati;

3) carità ed umiltà nello stile del dialogo.

In definitiva da tali principi emerge un criterio complessivo: non può esistere un vero ecumenismo senza una interiore conversione che conduca ad una vita più conforme al Vangelo. Infatti, come hanno affermato i Padri conciliari, «il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento dell’animo, dalla abnegazione di se stessi e dal pieno esercizio della carità» (Unitatis redintegratio, n. 7).

Il cammino verso l’unità è imprescindibile dalla preghiera personale e da quella comune per l’unità dei cristiani, nella quale l’amore col quale ci si rivolge a Dio per l’auspicato dono della perfetta comunione trova la sua espressione più alta. A questo impegno primario devono aggiungersi gli altri criteri della reciproca conoscenza fraterna, della formazione ecumenica di fedeli, del dialogo fra teologi, della comunione tra i cristiani duranti gli incontri delle differenti Chiese e comunità, della cooperazione tra i credenti nella promozione umana.

La credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più elevata se i cristiani superassero le divisioni e la Chiesa realizzasse la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli uniti col Battesimo ma privi dalla sua piena comunione.

In conclusione, l’unità della Chiesa non esprime uniformità bensì articolazione organica. La promozione dell’ecumenismo, pertanto, non ostacola la diversità bensì l’arricchisce, così come il riconoscimento e la promozione di una diversificazione dei carismi non impedisce l’unità. Quest’ultima dovrebbe rimandare allo spirito dei primi cristiani, dato che Gesù l’ha donata alla sua Chiesa fin dall’inizio.

Tanto più in un mondo secolarizzato e lacerato come l’attuale, la divisione contraddice l’annuncio del Vangelo e la missione della Chiesa. La partecipazione al Corpo di Cristo è posta per la riconciliazione di tutto il genere umano, di cui è germe e primizia. Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio che prefigura e promuove la pace universale. Il Concilio Vaticano II ha ribadito che questa unità sussiste, «senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno più sino alla fine dei secoli» (Unitatis redintegratio, n. 4).


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