Ecco come un peccatore può rallegrare il cuore di Dio


CI SARÀ PIÙ GIOIA IN CIELO PER UN PECCATORE CONVERTITO, CHE PER NOVANTANOVE GIUSTI CHE NON HANNO BISOGNO DI CONVERSIONE

Di Padre Giuseppe Tagliareni

Sembra impossibile, ma un peccatore può rallegrare il cuore di Dio. Lo dice Gesù stesso. E ciò avviene precisamente quando il peccatore si converte e ritorna a Dio. Nel capo 15 del Vangelo di San Luca sono narrate tre parabole, che esprimono molto bene qual è la gioia di Dio quando può riabbracciare un’anima che si era perduta dietro le tentazioni e seduzioni del maligno e del mondo.

«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (Lc 15,4-10).

“Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto… (Lc 15,11-13).

Iddio, come un buon pastore, va in cerca della pecorella perduta fino alla morte: la segue e la raggiunge dovunque si sia cacciata e se accetta, la mette sulle spalle perché lacera com’è, non ce la fa a camminare da sola. Per Lui quell’anima è preziosa come una moneta d’oro e non si rassegna a perderla. La vuole nel suo tesoro e fa di tutto per ritrovarla. Ancor di più, l’anima che pecca e si allontana da Dio è un figlio prediletto che sciupa tutto il suo patrimonio e si riduce in miseria, all’abiezione e alla fame; tutta la sua dignità è perduta e il suo destino è la morte.

Le tre parabole fanno capire qual è latteggiamento di Dio verso i peccatori. Per Lui siamo tutti preziosi come figli che rallegrano la sua famiglia. Egli, come buon pastore, si ritiene il primo custode delle anime: le nutre e le difende dai pericoli. Certo, una pecorella può smarrirsi per vari motivi e sottrarsi volontariamente o no alla custodia del suo pastore. Ma questi non rimane senza averla cercata e ritrovata. Cioè Dio manda sempre qualche Suo rappresentante a recuperare la pecorella smarrita e, se lei accetta, a riportarla all’ovile. Allora si scatena la gioia di Dio.

La parabola del figliol prodigo fa capire di più. Dio è come quel padre che costata la volontà del figlio di allontanarsi da casa. Per quanto lo addolori, non toglie al figlio la sua volontà e lo lascia andare via, pur prevedendo che non sarà felice. Spera che presto ritorni, che comprenda che nessuno può amarlo così come lo ama il padre suo e che nulla di buono troverà fuori di casa sua. Pur lontano, l’occhio del padre lo segue e il suo cuore gli ripete un appello insistente: “Torna! Perché non vieni? Io ti accoglierò con amore, perché tu sei sempre mio figlio!”. È questo appello che muove il figlio a ritornare, anche se si riscontra confuso e impresentabile ai suoi stessi occhi.

“Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Dio non guarda a come si è ridotto il peccatore, ma al suo cuore: ora è un cuore pentito e umiliato, un cuore che non presume di fare da solo e di inebriarsi con la libertà senza regole e divieti, un cuore ferito dalle disavventure e dal non-amore del mondo, un cuore deciso a “tornare a casa”, a non allontanarsi più da Dio. È questo che fa scatenare la gioia di Dio, che inonda i Suoi Angeli.

Gesù descrive la festa: il padre prima lo abbraccia e lo bacia, cioè lo riconosce per suo figlio e gli ridà la sua comunione; poi ordina un solenne banchetto, a cui non manchi nulla, neanche le musiche e le danze, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Lo fa lavare e profumare, gli rimette una tunica nuova e i calzari ai piedi, l’anello al dito e il suo posto nel banchetto di festa. Cioè gli ridà tutta la dignità di figlio Suo, che egli aveva del tutto perduta, gli fa sentire la gioia di tutti per il suo ritorno e infine lo difende dall’invidia del fratello maggiore, che non si era mai allontanato da casa.

Dunque, il cuore di Dio si affligge per chiunque si allontani da Lui, fonte della vita e della felicità, e si rallegra quando un peccatore ritorna cioè si converte e decide di rientrare nella comunione con Dio. In fin dei conti, Egli ci ha creati per farci felici: cosa che solo Lui può fare. Se permette le disavventure di chi allontana da Lui, è per farci rendere conto che fuori di Lui c’è solo illusione, vanità, inganno, brutti incontri, perdita della dignità e del patrimonio, vuoto esistenziale, fallimento e morte: una vera maledizione.

Gesù è colui che non si dà pace fino a quando vede un fratello incamminarsi per la via della perdizione. Attraverso apostoli e discepoli Egli moltiplica la sua presenza e i suoi appelli a tornare al Padre e si fa vedere pronto ad accoglierli e perdonarli nel Suo nome: cosa che scandalizzò non pochi suoi ascoltatori, come quando partecipò con gioia al banchetto di Matteo il pubblicano. Disse: “Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mc 2,17). E così anche a casa di Zaccheo convertito: “Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,1).

Se questa è la gioia di Dio: ritrovare l’anima perduta, salvare, convertire, perdonare, ristabilire la comunione interrotta col peccatore convertito, allora si comprende qual è la vera consolazione che noi possiamo dare al Cuore di Dio Padre e di Gesù. Noi consoliamo il Padre dei Cieli afflitto riportandogli i figli prodighi che gli si erano allontanati. Consoliamo il Cuore divino di Gesù portando i suoi appelli ai peccatori ancora lontani e invitandoli a tornare a casa.

Sappiamo bene che tutto ciò è grazia: grazia che promana dal Cuore di Cristo trafitto sulla croce e presente nella santissima Eucaristia. È dunque vera fonte di divina consolazione l’adorazione a Gesù presente nell’Ostia santa, intercedendo per i peccatori. La preghiera che Gesù più esaudisce è quella per la conversione dei peccatori. Anche noi possiamo contribuire a che si scateni nei Cieli una più grande gioia. Quando un peccatore si converte veramente, il primo consolato è Dio stesso e poi il figlio ritrovato. È bello allora costatare la gioia nel volto del figlio ritrovato e risorto; è bello sentire l’eco della musica e delle danze che si fanno in Cielo, davanti al volto santo del Padre sorridente di purissima gioia.

 


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