Ecco cos’è un vero pellegrinaggio di fede


STRANIERI E PELLEGRINI. LA NOSTALGIA DELLA FELICITÀ DELLE ORIGINI

Di Padre Giuseppe Tagliareni

Da quando l’uomo è uscito dal Paradiso terrestre, dopo aver perso la comunione con Dio e subito la condanna alla tribolazione e alla morte, la nostalgia della felicità delle origini è rimasta nel cuore dell’uomo come l’aspirazione più profonda, insieme incancellabile e irrealizzabile, ad una condizione felice insieme col Creatore della vita e Signore della storia. Di fatto l’uomo si trova fuori della sua eredità originaria, condannato a tribolazioni e pene senza numero e infine alla morte fisica. Il Paradiso fu perduto per sempre e gli uomini s’industriano di creare qualcosa che gli somigli sulla terra, ma senza mai riuscirvi appieno. C’è dunque bisogno di uscire dal proprio mondo e tornare a Dio. Non abbiamo qui dimora stabile: siamo “stranieri e pellegrini sopra la terra” (Eb 11,13).

Abramo era ricco e onorato in Ur dei Caldei, in Mesopotamia, verso il 1850 a.C. Aveva abbondanza di greggi e di armenti, salute e longevità; ma non aveva figli. Dio lo scelse per farne il primo pellegrino e il padre della fede. Parlò al suo cuore e gli promise un’altra terra, una discendenza e una grande benedizione che sarebbe passata a tutti i popoli. Abramo “credette” e partì, senza sapere dove andava. Fu il primo patriarca, che si mise in cammino sulla Parola di Dio, lasciando tutto per la promessa di Dio. L’animo di Abramo è quello di chi crede, si fida di Dio ed è disposto a giocare la sua vita sulla Sua promessa. In lui la fede diventa obbedienza e quindi amore, desiderio di fare la Sua volontà. E Dio lo guidò e lo benedì.

La meta è ignota, avvolta nel mistero di Dio. È una eredità che è più nei cieli che sulla terra: supera di molto ciò che è umanamente conquistabile con le proprie forze. La Parola di Dio invita ad alzare lo sguardo e sperare l’impossibile. Abramo lo fece e divenne il padre della fede nel Dio unico e lamico di Dio. Sull’esempio del santo patriarca, ogni uomo è chiamato a fare il cammino della fede, a lasciare la propria terra e le proprie sicurezze e mettersi a cercare Iddio sopra ogni cosa, guidato solo dalla Sua Parola. L’approdo finale è la patria del Cielo. I veri cercatori di Dio si sentono stranieri nel mondo e pellegrini verso il Cielo. “Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città” (Eb 11,16).

Un altro grande esempio di pellegrinaggio è l’Esodo del popolo ebraico dall’Egitto verso il Sinai e poi verso la Terra promessa, condotti da Mosè e poi da Giosuè, simbolo di Gesù che ci porta alla patria celeste. Il popolo di Dio si trova in una condizione di schiavitù al Faraone, simbolo di Satana; tramite Mosè è chiamato ad uscire dalla terra dell’idolatria e della schiavitù per acquistare una nuova patria e la libertà dei figli di Dio. Confortati da tanti segni prodigiosi e alleati con Dio mediante il sangue dell’Agnello pasquale, si mettono in cammino verso l’ignoto, lasciando tutto quanto apparteneva all’Egitto e al suo Faraone. Dio li guida mediante Mosè e dà loro tante vittorie mediante Giosuè, fino a farli entrare nella terra promessa.

L’Esodo fu un pellegrinaggio di tutto un popolo, verso la terra “dove scorre latte e miele” (Es 3,8). Le sue caratteristiche sono molteplici ed emblematiche: l’agnello pasquale e il sangue dell’Alleanza, il passaggio del Mar Rosso, la manna per quaranta anni, le mille tentazioni e prove nel deserto, le ricorrenti mormorazioni e contestazioni,  la teofania del  Sinai e i Dieci Comandamenti, il vitello d’oro, il serpente di bronzo, il rinnovamento della generazione, le vittorie sui popoli ostili, l’attraversamento del Giordano, la conquista di Gerico e della terra promessa. Tutto ciò non si spiega senza la piena direzione di Dio e la Sua azione potente a guidare tutto un popolo variegato, di “dura cervice”, pieno di dubbi e d’incertezze, a prendere possesso di terre, campi e città a loro estranee, fortificate e nemiche. L’inestricabile intreccio delle iniziative divine e delle risposte umane porta a buon fine tutti se vi è fedeltà alla chiamata.

In questo popolo non tutti credono, non tutti arrivano; molti cadono lungo il cammino e si perdono. I loro figli, generazione nuova, prenderanno possesso della terra promessa, condotti da Giosuè, dopo aver rinnovato l’Alleanza a Sichem e giurato fedeltà all’unico Dio. La fedeltà all’alleanza è la condizione indispensabile per godere dei favori di Dio e prendere possesso della terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza. Essenziale a tutto il cammino dell’Esodo è l’obbedienza a Mosè e Giosuè quali rappresentanti di Dio, l’unità attorno ai capi religiosi, la condivisione della meta, la celebrazione del culto voluto da Dio, la rinuncia assoluta a ritornare in Egitto, il rifiuto dell’idolatria e la fedeltà all’Alleanza con Dio come unico Dio, l’accettazione della Sua Legge di amore e di santità, la precarietà di una vita sotto le tende, senza poter nulla coltivare né edificare di stabile, se non nelle dimensioni dello spirito.

Il ritorno in patria dopo lEsilio di Babilonia è un altro vero pellegrinaggio, che mette in rilievo altri elementi  essenziali, che sono: uscire da Babilonia, città dell’esilio, e anelare a Gerusalemme la città santa,  ricostruire il tempio distrutto. L’esilio segnò un tempo di grande tribolazione per gli ebrei: la loro città principale fu presa dai nemici, la monarchia decapitata,  nobili e popolo deportati, moltissimi i morti. Il tempio fu dato alle fiamme e anche il sacerdozio fu distrutto. “Su i fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo, al ricordo di Sion… I nostri aguzzini ci chiedevano: Cantateci i canti di Sion”, ricorda con amarezza il salmista. “Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra… se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia” (cfr. Sal 137).

Nel lungo esilio, il desiderio di ritornare in patria non si esaurì ma si intensificò. Con termini poetici ben lo esprime il salmo 42-43: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a Te, o Dio. La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”… In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo dal paese del Giordano e dall’Ermon, dal monte Misar…” Tale animo e tale desiderio animava anno per anno quelli che andavano al tempio di Gerusalemme a lodare il Signore, soprattutto per la festa di Pasqua.

“Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! Lanima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. .. Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. Passando nella valle del pianto la cambia in una sorgente, anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni. Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion…” (dal salmo 84). L’anelito del pellegrino è giungere al tempio santo di Dio nella Città santa e offrire il sacrificio di lode e di comunione, per potere avere le Sue Benedizioni e le Sue grazie, per ritrovarsi nel Popolo eletto e riacquistare la dignità e leredità perduta.

L’esempio di Abramo, l’Esodo e il ritorno dopo l’esilio in Babilonia ci fanno comprendere che cos’è un vero pellegrinaggio. Questo è un uscire dalla condizione di partenza (patria, schiavitù, esilio: simbolo della condizione umana fuori dall’Eden), spinti dalla fede in una chiamata che viene dall’alto, per un futuro pieno di dolci speranze (una grande Benedizione, la Terra promessa, la città santa col suo tempio). Il viaggio ha qualcosa di un non-ritorno, si snoda tra mille difficoltà, si scontra con ostacoli, richiede lotte e sacrifici, è fatto nella più grande precarietà. Ma il suo esito è felice: è vedere Dio. D’altra parte, la comune meta affratella i pellegrini, li unisce nella comune precarietà, li spinge all’aiuto fraterno, alla condivisione, alla carità. Fa riscoprire la dimenticata verità che siamo tutti in cammino verso la Patria celeste e siamo tutti in terra di esilio e bisognosi l’uno dell’altro.

La meta del pellegrinaggio è di solito Gerusalemme o Roma o un santuario mariano, un luogo santo dove il divino si è manifestato e dove chiama a congiungersi con esso, lasciando tutto come Abramo per una nuova Patria, la Città santa del Dio vivente, da Lui fatta per stare sempre con noi. In essa gli eletti saranno salvi e vedranno il Suo volto per sempre. Essendo la Beata Vergine Maria Madre del Salvatore, i Santuari mariani sono tra i più ricercati e amati dai fedeli: dove è Maria, è presente la consolazione degli afflitti e la salvezza sicura.

 


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