L’Italia ha bisogno di politica non di gilet gialli

L’Italia ha bisogno di politica non di gilet gialli

MENTRE CONTINUA, MA IN MODO “PACIFICATO”, LA PROTESTA DEI PORTUALI DI TRIESTE PRESIDIATI DALLE FORZE DELL’ORDINE, IN ATTESA DELL’INCONTRO DI SABATO PROSSIMO CON IL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE (!) STEFANO PATUANELLI, CI CHIEDIAMO SE QUESTO MOVIMENTO SACROSANTO DI PROTESTA NON VADA AD ESAURIRSI COME I “GILET GIALLI” IN FRANCIA…

Di Vincenzo Silvestrelli

L’Italia dal 1992 ha avuto un assetto politico e sociale disgregato dalla distruzione dei partiti popolari attraverso l’azione della magistratura politicizzata. A quegli anni risalgono anche la privatizzazione delle aziende pubbliche e la sottoscrizione degli accordi di Maastricht che hanno portato a gravi conseguenze per il nostro Paese.

Anche i sindacati, che avevano nei partiti un sostegno nell’azione politica, si sono trasformati in organizzazioni burocratiche, non più in grado di rappresentare adeguatamente il disagio sociale, in particolare delle categorie meno protette.

Le grandi conquiste sociali come la sanità pubblica generalista, il sistema pensionistico e la tutela dei diritti nel lavoro, che hanno caratterizzato la “prima” Repubblica, sono stati pesantemente limitati senza che il sindacato abbia avuto la possibilità e/o la volontà di opporsi in maniera adeguata.

Oggi le sigle confederali, pur mantenendo in apparenza ruoli riconosciuti dalla precedente situazione, hanno perso la loro funzione sociale e la rispettiva capacità di opposizione.

La mancanza della struttura politica basata sui partiti ha portato nel 1994 alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi con il suo partito basato sul carisma del leader e sulla acquisizione di spezzoni di forze politiche precedenti sia di destra che di sinistra, riunite dalla sua capacità di leadership.

Il venir meno progressivo del ruolo del Cavaliere ha causato un centrodestra più diviso. Le forze politiche che lo compongono sono in competizione fra loro e quindi sono caratterizzate dall’uso di una comunicazione spesso “di reazione”, orientata cioè ad ottenere consensi immediati dai rispettivi simpatizzanti e/o sostenitori. Questo tipo di comunicazione impedisce lo sviluppo di ragionamenti più complessi e quindi più efficaci nel lungo periodo, oltreché idonei a formare una progettualità di governo della società. La riproposizione di questo tipo di elaborazione politica è però necessaria per sviluppare una classe dirigente caratterizzata da un progetto ideale di ampio respiro rivolto ad un elettorato meno dipendente dai selfie, dai post e dall’emotività in generale. L’evoluzione di un centrodestra di governo richiede questo passaggio.

A proposito delle recenti proteste dei portuali di Trieste si nota che l’agitazione, che evidenzia un indubbio e sacrosanto disagio sociale, non ha l’appoggio esplicito né di partiti né di sindacati. Questo movimento spontaneo ha oltretutto obiettivi limitati e, a ben vedere, non condivisi dalla maggioranza della popolazione italiana. Raccoglie inoltre forze eterogenee senza un progetto comune, ivi compresi dei no-vax che, in Italia, ricordano la meteora dei gilet gialli in Francia, sicuramente repressi brutalmente dalla polizia di Macron ma, comunque, la cui forza propulsiva aveva sostanzialmente perso efficacia.

Per costruire una struttura politica in grado di cambiare il Paese e di difenderlo c’è bisogno di una azione concertata fra vari soggetti sociali, non solo i partiti od i sindacati rinnovati, ma anche le imprese, le categorie professionali, gli enti locali, l’associazionismo etc. Una nuova mobilitazione con obiettivi condivisi per costruire una prospettiva politica di governo della società che sia ambiziosa ma tenga anche conto dei limiti e delle possibilità, sia interne che internazionali, dell’attuale panorama economico e politico.

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