Un’umile monaca, lo stato della Chiesa e i mali che sovrastano la “povera Italia”


LA BEATA OSANNA ANDREASI (1449-1505) NON È TRA LE PIÙ CONOSCIUTE GLORIE DEL PANORAMA CATTOLICO. MA HA QUALCOSA DA INSEGNARCI…

Di Aurelio Porfiri

Nella nostra fede cattolica ci viene detto che dobbiamo conformarci all’insegnamento di Nostro Signore, vivere ad immagine del suo insegnamento. Del resto in Genesi 1, 26-28 viene detto: “E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”. E chi si conforma a questo più dei santi e beati, in cui viva risplende l’immagine del Padre.

Parliamo oggi della beata Osanna Andreasi (1449-1505), non tra le più conosciute glorie del panorama cattolico. Mantovana, di famiglia nobile, rifiutò di sposarsi per accedere alla vita contemplativa. Malgrado questo fu chiamata anche a responsabilità pratiche di governo come reggente del ducato di Mantova. Il padre Giovanni Lauriola ofm ci lascia questa descrizione della nostra Osanna: “Osanna, pur favorita di grandi fenomeni mistici, non riesce a descrivere Dio che sperimenta durante quei momenti sublimi. Colpita dalla visione di Dio che gode nel suo intimo, ella non vorrebbe ritornare più nel suo corpo, per non separarsi da tanta bellezza e bontà. Da qui il desiderio profondo dell’unione eterna con Dio, lasciata da questi rapimenti e voli mistici. Negli ultimi anni della sua vita, Osanna vede in visione lo stato della Chiesa e presagisce i mali che sovrastano la “povera Italia”. Per questo si offre vittima di espiazione e si unisce al preziosissimo sangue di Gesù, verso le cui piaghe nutre grande devozione. Ne è ricompensata dal Signore con molti doni soprannaturali, come la trafittura del cuore, l’incoronazione di spine e le stimmate, benché senza lacerazione dei tessuti, ma ben visibili sotto forma di turgore. Il compenso più grande, però, è quello di prendere parte, attraverso la passione del Cristo, all’opera di redenzione. La passione, infatti, non solo è sempre il centro della sua meditazione, ma anche della sua vita spirituale, facendole sublimare le sue innumerevoli sofferenze fisiche e morali che diventano sostanza della sua vita spirituale e mistica”. Ma perché ci occupiamo di questa umile monaca?

Dobbiamo fare un salto di circa un secolo, quando un padre e due figlie si recano a Mantova, nella metà del sedicesimo secolo. Qui entrano in contatto con la corte dei Gonzaga, dove era ancora vivo il culto della beata Osanna. Si dà il caso che le due figlie erano eccellenti pittrici, Sofonisba ed Elena Anguissola. Viene quindi dipinta la beata Osanna che verrà in seguito assegnata prima a Sofonisba Anguissola (1535-1625) e successivamente ad Elena Anguissola (1532-1584). La famiglia Anguissola era molto speciale, in quanto il padre molto temeva all’educazione dei figli e abbiamo in questo caso un raro caso di sorelle pittrici di alto livello.

Dicevamo del ritratto della beata Osanna. Antonio Iommelli lascia questa descrizione: “Il dipinto, elencato nel 1611 tra i beni appartenenti al cardinale Girolamo Bernerio (Schütze 1999), fu da questi donato insieme ad altri quadri al cardinale Scipione, entrando a far parte della ricca collezione di casa Borghese dove è segnalato per la prima volta nel 1693 come “un quadretto in tavola di un palmo incirca con una Monaca che tiene Cristo in una mano, e dall’altra un giglio, del n. 267 cornice nera”.

Elencata come opera di scuola veneziana negli elenchi fedecommissari (1833) e da Giovanni Piancastelli (1891), questa tavola fu assegnata da Adolfo Venturi al pittore senese Raffaele Vanni, contrariamente da Roberto Longhi che nel 1928 pensò ad un pittore fiorentino della prima metà del Seicento. Sulla base di un confronto con un dipinto della Galleria di Lord Yarborough a Londra, nel 1955 Paola della Pergola pubblicò il quadro come opera di Sofonisba Anguissola, riconoscendo nella figura ritratta il volto di Elena, sorella della pittrice cremonese, celebrata dalle fonti come talentuosa artista. Tale parere, accolto senza riserve da Maria Kusche (1989), fu messo in dubbio da Anastasia Gilardi che nel 1994 schedò il dipinto come “cerchia delle sorelle Anguissola”, interpretando il soggetto – senza non pochi dubbi – come autoritratto di Elena; a differenza di Mina Gregori (1994), di Valerio Guazzoni (1994) e di Rosanna Sacchi (1994) i quali intesero il quadro come ritratto di una consorella domenicana eseguito in convento dalla pittrice.

A mettere un punto alla questione è stata Angela Ghirardi che, in occasione della mostra sulla beata mantovana Osanna Andreasi, organizzata a Mantova nel 2005, ha riconosciuto il soggetto come autoritratto di Elena, qui raffiguratasi nei panni della terziaria domenicana come suggeriscono il giglio, simbolo di purezza, e il cuore trafitto dal crocifisso, tipico attributo caratteristico della santa che rimanda alla passione di Cristo rivissuta dalla mistica nel proprio corpo sotto forma di stimmate”. Quindi, Elena, che sarà suora poi con il nome di suor Minerva, ritrae sé stessa nei panni della Beata, quasi a suggerirci quella identificazione che noi facciamo con altri modelli di vita cristiana che ci conducono alla perfezione che ci richiede la nostra fede esigente.

La Beata (Elena) ci fissa con un lieve sorriso, serena, malgrado in una mano tenga il cuore trafitto dal crocifisso, segno di passione ma anche di rinascita, e nell’altra il giglio, segno di purezza. Notiamo come i due segni vengono presentati alla stessa altezza dalla pittrice, abbassando un braccio rispetto all’altro, simbolo della interconnessione fra le due dimensioni della purezza e della passione, la purezza è passione ma accettare quest’ultima porta poi alla purezza.

 


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