Cosa intendiamo con l’espressione “Vita eterna”?


ECCO UNA REALTÀ CHE SUPERA LA NOSTRA COMPRENSIONE

Di Giuliva Di Berardino

Alla fine del simbolo di fede apostolico confessiamo: “credo la  risurrezione della carne, la vita eterna, amen“. Conseguenza della resurrezione della carne è quindi la fede nella vita eterna.

Ma cosa intendiamo con l’espressione “Vita eterna”?

Innanzitutto questa espressione indica uno stato di vita che si contrappone alla nostra esperienza di vita che finisce con la morte. Si tratta quindi di una vita che non procede secondo le nostre categorie e che, in realtà, nessuno è in grado di spiegare, non potendone fare esperienza. Scuramente, quello che si può intuire, è che, quando parliamo di “vita eterna”, intendiamo una realtà che supera la nostra comprensione.

Nella Bibbia, per descrivere la vita eterna, viene utilizzato spesso un linguaggio simbolico, evocativo, poetico, che ha permesso e facilitato la contemplazione della bellezza di Dio, come bellezza eterna. Così, tra tante immagini proposte, si è imposta soprattutto un’immagine biblica, simbolo della beatitudine eterna: il Paradiso (parola di origine persiana che significa “giardino”: Ne 2,8; Qo 2,5; Ct 4,13).

Già dal momento della Creazione, al principio del Libro di Genesi, che significa appunto principio, non solo come tempo, ma anche come fondamento, Dio ha piantato per l’uomo “un giardino in Eden” (gan be-‘eden, Gen 2,8) come luogo della comunione tra sé e l’essere umano, l’adam. Si può quindi comprendete che il giardino, il paradiso, non è un luogo fisico, ma un luogo teologico, posto agli inizi della storia, immagine che meglio profetizza la fine della storia, che è la comunione eterna, di massima pace e pienezza di bene.

Ora, questa verità, questa speranza indicibile, viene narrata nella Bibbia con immagini diverse ed espressioni diverse. Le immagini hanno tutte come riferimento i  bisogni umani propri della sfera affettiva, sessuale, sociale e politica: il cibo di un banchetto con cibi e vini squisiti (cf. Is 25,6; Mt 22,1-10), l’amore, che è sempre comunione profonda di tutto l’essere (cf. Ap 17,7-9; 21,2), l’incontro sessuale, che si realizza nelle nozze cantate nel Cantico dei Cantici e profetizzate come alleanza tra Dio e il suo popolo, la pace tra i popoli e la scomparsa della guerra (cf. Is 2,4; 9,6), la concordia tra gli animali e tra gli uomini e le bestie feroci (cf. Is 11,6-8), l’assenza di pianto e di lutto, profetizzato in particolare nel Libro dell’Apocalisse.

Per quanto riguarda invece le espressioni, diremo che servono a qualificare queste stesse immagini umane come realtà che supera l’umano: lo Shalom,  cioè la pienezza in Dio, la beatitudine, cioè la gioia, la vita eterna, cioè una vita che dura per sempre. Troviamo poi la convivialità del banchetto, cioè la comunione, la luce, cioè la grazia di non trovarsi più nelle tenebre del peccato. Tutto questo ci fa cogliere il fatto che, per noi, le promesse di Dio non sono come le promesse umane, perché esse corrispondono a Colui che le ha pensate per noi: il Dio vivente, il Dio fedele all’alleanza, il Dio “che non mente” (Dt 32,4), che è “amante della vita” (Sap 11,26), che si fa amare perché è un “Dio misericordioso e compassionevole” (Es 34,6, ecc.).

Un aspetto interessante è che nella Bibbia, per descrivere la vita eterna non si assumono toni  seri, ma, al contrario, si ricorre spesso a dimensioni giocose, ironiche, come il gioco del lattante con il serpente velenoso, profetizzato in Is 11,8, la danza, la festa della nuova creazione, in cui i cieli nuovi e la terra nuova innalzano la lode a Dio (Is 65,17; 66,22; Ap 21,1).

La vita eterna è gioia, festa, danza, lode cosmica, universale, in cui tutte le creature esprimono il loro “amen”, come ringraziamento eterno e gioioso per il compimento dell’amore che Dio ha manifestato in tutti e in ciascuno. Così, nella Bibbia, è soprattutto il linguaggio profetico, che esprime le promesse d’amore di Dio per il suo popolo, a colorarsi di toni differenti, fino a determinarsi nell’apocalittica, un vero e proprio genere letterario che tende a descrivere il compimento della speranza cristiana che è la fine di questo mondo e il ritorno di Gesù nella gloria, altro dogma di fede fondamentale per i cristiani.

La promessa del ritorno di Gesù nella gloria è legata, infatti, al giudizio finale e alla vita eterna del mondo che verrà, un dogma che, come appunto dicevamo, è tratto dalla Bibbia, in particolare dai testi di stile apocalittico che in modo progressivo, da Ezechiele, o il Deutero-Isaia fino a Daniele, ci trasmettono la tensione dei credenti di tutti i tempi, già da questa vita, nei riguardi del giorno escatologico, il “giorno del Signore”, di cui ci parla tutta la letteratura apocalittica.

In particolare ricordiamo Mt 25, 31-34 : “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.

 

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani, giovedì 18 novembre


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