Due epidemie fecero strage nell’impero romano e i cristiani ne fecero “scuola ed esame”. Ed oggi?

Due epidemie fecero strage nell’impero romano e i cristiani ne fecero “scuola ed esame”. Ed oggi?

di Diego Torre

COVID E SPERANZA CRISTIANA

Con l’esplosione del covid 19 è iniziato un tempo di sofferenza e di paura come mai per questa generazione. Eppure i nostri padri hanno visto ben altre prove: l’epidemia “spagnola”, molto più mortale; la guerra mondiale, con fame e morte; il dopoguerra con la sua povertà ….

Ne usciremo del tutto? Come e quando? E, soprattutto, con quale spirito? E i cristiani in particolare come stanno reagendo?

Anche per loro, nel contesto materialista in cui siamo immersi da tempo, è stato ancor più facile guardare alla vita terrena come all’unico bene ed alla medicina come unica soluzione dei mali. Ma così si è persa per strada la visione sovrannaturale, anche in tanti cristiani “praticanti”. Eppure abbiamo sofferto e protestato perché ci avevano tolto la S. Messa e atteso con ansia di incontrare e ricevere il Signore nella Ss. Eucarestia. Poi è finito il lockdown del 2020, sono trascorsi i mesi e abbiamo scoperto che a desiderare Gesù non eravamo poi in tantissimi.

“Dobbiamo riconoscere che è cresciuta la disaffezione alla Messa, gesto fondamentale della fede, e rischiamo d’essere un popolo sempre più disperso. Siamo umilmente sinceri: si riempiono le piazze della movida, i luoghi di vacanza e di divertimento, ed è comprensibile un desiderio di svago, di tempi più sereni, condivisi in famiglia e con amici. Ma non sono in molti a sentire la necessità di venire a Gesù….(Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia, 27.8.2020).

Ormai per tanti la Messa si poteva surrogare con la trasmissione in streaming: stando in ciabatte, senza il rischio di non trovare posto in chiesa, senza sottoporsi alle procedure sanitarie previste; ma soprattutto senza …. rischiare il contagio. I preti più zelanti hanno moltiplicato le Messe per agevolare i fedeli, gli scansafatiche hanno preso atto del calo, lieti di lavorare di meno.

La paura e la pigrizia hanno lasciato il segno; nei preti e nei fedeli. Verifichiamo così il calo alla frequenza delle S. Messe e la difficoltà di gruppi ecclesiali e classi di catechismo a ripartire. Eppure non si è saputo di contagi nati nelle Messe, né di disobbedienza dei fedeli alle norme sanitarie; anzi… in nessuna altro luogo le misure vengono rispettate in modo così draconiano.

Chiediamoci allora: per tanti la Messa che cos’è? Assemblea condominiale dei parrocchiani, catechesi elaborata e noiosa, luogo della raccolta delle offerte? Quanti ricordano che l’Eucaristia è trovarsi ai piedi della Croce, presenti e partecipi all’immolazione dell’Agnello, dalla quale deriva ogni salvezza? Quanto viene ancora ricordato e adeguatamente espresso tutto ciò? Perduta la sacralità del Santo Sacrificio non se ne coglie più l’indispensabilità, la grandezza e l’unicità. Non si tratta di una devozione fra le altre, non è la “somma” delle preghiere dei cristiani presenti, ma il sacrificio che la Chiesa universale offre attraverso il suo Capo, che è Dio, sacerdote e vittima, all’Eterno Padre.

Il calo dei fedeli è una conseguenza (anche) del calo della fede e della riduzione del messaggio cristiano ad un orizzonte antropologico. «Si è insinuata nelle nostre menti una forma subdola di materialismo ateo che ci ha fatto rivolgere alla scienza come all’unico approccio possibile per l’affronto del male. ..». (Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia)

Ma dinanzi a qualunque prova per i cristiani c’è una marcia in più per iniziare la sempre possibile ripresa: la Speranza, ovvero certezza dell’amore di Dio, che volge al bene delle anime anche le esperienze più negative, la considerazione che Egli non ci carica di pesi superiori alle nostre forze ed è sempre a nostro fianco nel portarli. Egli è pronto ad aiutarci in questa personale e universale via crucis, in cui, nonostante tutto, l’umanità avanza in hac lacrimarum valle verso il Regno.

Non è un’autosuggestione  con effetti placebo, non è l’ottimismo, bensì una virtù teologale. Essa “…risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna” (CCC1818). La beatitudine eterna, non il benessere terreno! Non si tratta di essere immuni da prove e problemi ma di affrontarli nella giusta prospettiva ultraterrena, col sostegno di tutte le grazie necessarie, e così« Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele Colui che ha promesso» (Eb10,23).

Mai perdere la virtù della speranza“… per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull`aiuto della grazia dello Spirito Santo “(CCC1817).

A differenza dei pagani noi sappiamo «che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rom 8,28); anche il covid. Giobbe docet! La speranza  dà un senso alla vita e alla morte. Essa spiega e supera le epidemie.

Nel 165 e nel 251 d.c. due epidemie fecero strage nell’impero romano. E i cristiani, scrisse il vescovo Dionisio, ne fruirono come “scuola ed esame”, dando spiegazioni sul senso sovrannaturale degli eventi, ed offrendo a tutti sostegno, lasciarono allibiti i pagani. Esse hanno quindi favorito l’ascesa del cristianesimo? Cipriano vescovo di Cartagine, Dionisio vescovo di Alessandria, Eusebio vescovo di Cesarea e altri padri della chiesa pensavano di sì. E’ già avvenuto. Può avvenire ancora.  Ma tanta carità scaturì perché alimentata da fede e speranza e non da un mieloso buonismo filantropico.  Nel tempo del crollo delle ideologie, nonché delle certezze mediche ed economiche, quando l’uomo si guarda intorno sempre più smarrito…ora più che mai è l’ora di Dio.

 

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