Comunione sulla mano e in piedi: perché la Cei non ne valuta la “coerenza eucaristica”?


di Giuseppe Brienza

 

FARE LA COMUNIONE SULLA MANO E IN PIEDI NON ESPRIME LA REALTÀ DELLA TRASFORMAZIONE DEL PANE NEL CORPO E SANGUE DI CRISTO, PORTANDO IMPERCETTIBILMENTE IL POPOLO A PERDERE LA FEDE IN QUESTO SACRAMENTO

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II con la costituzione Sacrosantum Concilium (4 dicembre 1963), proprio guidando il popolo di Dio a vivere l’azione liturgica a partire dalla «assemblea», esige dai fedeli e dai ministri di compiere e conformare i loro gesti e atti nella consapevolezza che essi esprimono in maniera visibile il «deposito della Fede».

Il Concilio ha così determinato la riforma del Messale Romano detto di Paolo VI in conseguenza del quale i battezzati sono ora coinvolti con parole e gesti nella celebrazione della Messa.

Così come in altre nazioni, i Vescovi italiani hanno progressivamente applicato le indicazioni liturgiche atte a realizzare questa maggiore partecipazione del popolo di Dio alla liturgia e, fra le varie novità – in realtà non prevista dal testo della Sacrosantum Concilium -, ha colto anche la possibilità di concedere ai fedeli la Comunione sulla mano. Così nel maggio 1969 l’allora Sacra Congregazione per il Culto divino ha pubblicato l’istruzione Memoriale Domini sul «modo di distribuire la comunione» che ha previsto per le Conferenze Episcopali la facoltà di introdurre la ricezione delle specie eucaristiche sulla mano anziché sulla lingua. Il documento ha precisato che questo era il modo originario utilizzato nella Chiesa antica ma che, successivamente, si era passati alla comunione sulla lingua per vari motivi di opportunità e necessità, specialmente da quest’ultimo punto di vista l’esigenza di non disperdere i frammenti eucaristici.

La Conferenza Episcopale Italiana ha colto la possibilità ben venti anni dopo l’istruzione Memoriale Domini approvando nell’assemblea del maggio 1989 una istruzione nella quale prevede che, accanto all’uso della comunione sulla lingua, si «permette di dare l’Eucarestia deponendola sulle mani dei fedeli protese entrambe verso il ministro, ad accogliere con riverenza e rispetto il Corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi. Chi la riceverà sulle mani la metterà in bocca davanti al ministro o appena spostandosi di lato per consentire al fedele che segue di avanzare».

A oltre trent’anni dall’introduzione di tale possibilità e all’indomani di un lungo periodo (quasi due anni e mezzo) durante il quale ai fedeli italiani è stato imposto come unico modo per ricevere l’Eucaristia quello sulla mano per motivi sanitari, ci chiediamo se non sia arrivato il momento di fare una riflessione.

Già in un articolo del 2014 un liturgista molto aperto alla riforma liturgica come Don Pietro Pratolongo, allora docente di Liturgia allo Studio teologico interdiocesano di Camaiore (STI) e oggi preside della Scuola Diocesana di Formazione Teologico-Pastorale “Francesco Fogolla” (SDFTP) di Massa Carrara-Pontremoli, aveva auspicato una “verifica” sulla concessione della comunione sulla mano «mani poste in vari modi, non assunzione subito del sacramento e altro. È importante dare ai fedeli il retto uso del gesto in quanto nella liturgia prevale il “ricevere” e non il “prendere” (assumere da soli le particole fraintende il gesto). L’Eucarestia è un “dono” e va sempre ricevuta».

L’Eucarestia, infatti, è una Presenza vera, reale e sostanziale ed esige l’adorazione, il silenzio e il ringraziamento. Su questo, aggiungeva nell’articolo il teologo toscano, «resta molto cammino da fare sia per ministri che per fedeli».

Più volte in effetti sia Vescovi sia liturgisti italiani hanno segnalato il mancato rispetto delle condizioni per la ricezione della Comunione sulla mano ma, dopo ben 26 mesi di “Stato di emergenza” nei quali è stato, ripeto, imposto a differenza di quanto accaduto in altre nazioni durante la pandemia, l’obbligo di riceverla in questo modo, con la Chiesa italiana che dal 1° aprile chiede ai Vescovi di ripristinare la libera scelta (pur con la formula del “preferibilmente” sulla mano), continuare con l’unilateralismo ci sembrerebbe come minimo divisivo.

Nella Sacrosantum Concilium, al n.48, si esprime a tal proposito che i fedeli «partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente». Dal punto di vista della “pia” ricezione della S. Eucaristia, siamo proprio sicuri che allo stato dei fatti la concessione della Comunione sulla mano e in piedi non necessiti per lo meno di un “tagliando”? Ecco perché riterremmo quindi giunto il tempo di valutare la istituzione, da parte della CEI, di una commissione di studio sulla “coerenza eucaristica” della Comunione sulla mano. Una iniziativa che dovrebbe valutare la coerenza “oggettiva” naturalmente, non certo “soggettiva”, nella ricezione dell’Eucaristia, perché solo Dio scruta nei cuori.

Nel 2021, del resto, una conferenza episcopale importante come quella statunitense ha ritenuto di costituire una commissione di studio su un “tema eucaristico” non totalmente diverso da quello della validità della Comunione sulla mano e in piedi. Parliamo della necessità di prendere una posizione chiara rispetto ai cattolici ricevono la comunione pur avendo ripudiato nella loro vita pubblica gli insegnamenti della Chiesa «creano scandalo e indeboliscono la determinazione degli altri cattolici di essere fedeli alle esigenze del Vangelo». Il caso era sorto per la situazione specifica di un «presidente cattolico che si oppone agli insegnamenti della Chiesa» come Joe Biden, fautore della legalità dell’aborto volontario ma, nel testo alla fine approvato dalla commissione statunitense, non sono stati inseriti riferimenti espliciti ad alcun politico. Il fatto però di negare la Comunione a personaggi pubblici che difendono posizioni non in linea con l’insegnamento morale della Chiesa vale anche per chi non mostra di non credere “oggettivamente” nella transustanziazione (vale a dire ricevendo con un comportamento esterno, non rispettoso della realtà dell’Eucaristia). Gli stessi presuli statunitensi sono stati unanimi nell’evidenziare che il documento della commissione va ben oltre la questione dei politici cattolici e mette soprattutto in evidenza il ruolo attuale del Sacramento nella vita della Chiesa.

In definitiva, prescindendo dalla condizione soggettiva personale di chi riceve l’Eucaristia, che rimane la questione più importante agli occhi di Dio, fare però la comunione in un modo che riflette poco la sacralità dell’atto, cioè in piedi e sulla mano, non esprime la realtà della trasformazione del pane nel Corpo e Sangue di Cristo, portando impercettibilmente il popolo a perdere la Fede in questo Sacramento.

Non è poco significativo a mio avviso che solo dopo molta esitazione, la CEI abbia colto la possibilità offerta dalla Congregazione per il Culto divino e, solo vent’anni dopo dall’istruzione Memoriale Domini, cioè dal 1989, ha previsto che «accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’Eucarestia deponendola sulle mani dei fedeli protese entrambe verso il ministro, ad accogliere con riverenza e rispetto il Corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi. Chi la riceverà sulle mani la metterà in bocca davanti al ministro o appena spostandosi di lato per consentire al fedele che segue di avanzare».

L’istituzione della commissione di studio CEI potrebbe essere preziosa anche per intraprendere una rinnovata catechesi sul significato dell’Eucaristia, in risposta a un calo, nel nostro Paese, non solo della partecipazione alla Messa, ma anche della fede nella presenza reale del corpo e del sangue di Gesù Cristo nella comunione.


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