La comunità politica e le prime comunità cristiane

di Don Gian Maria Comolli*

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA COME PROGETTO PER RIFORMARE LA SOCIETÀ: LO È STATO FIN DAL TEMPO DEI PRIMI CRISTIANI, MA ORA?

La lealtà allo Stato, come dichiarò Gesù nella diatriba dare a Cesare quel che è di Cesare, è richiamata in alcuni tratti delle Lettere che san Paolo e San Pietro indirizzarono alle prime comunità cristiane. La sottomissione all’autorità, però, non deve essere vissuta passivamente bensì giustificata dalle ragioni di coscienza (cfr. Rm 13,5). Questo poiché il potere costituito risponde sempre all’ordine stabilito da Dio (cfr. n. 380).

L’autorità politica, composta da uomini, dirige, gestisce e custodisce altri uomini e, quindi, anche il cristiano che appartiene ad una comunità, oltre che riconoscersi totalmente uomo del suo tempo, ha il dovere del rispetto nei confronti dell’autorità pur difendendo e custodendo con la dialettica i valori e principi irrinunciabili.

In questa ottica san Paolo esplicita maggiormente i rapporti verso l’autorità nella Lettera ai Romani (cfr. Rm 13,1- 7), mentre san Pietro esorta i cristiani a rimanere “sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore” (1 Pt 2,13).

In entrambi i casi, sottolinea il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2 aprile 2004), «si tratta allora di un’obbedienza libera e responsabile ad un’autorità che fa rispettare la giustizia, assicurando il bene comune” (n. 380). Rispettare la giustizia si concretizza nel “premiare i buoni e punire i malfattori” (1 Pt 2,14) mediante una giustizia equa, efficace e rapida, garantendo la certezza della pena e l’espiazione di questa.

Il Compendio, inoltre, sollecita a pregare per i governanti, «una preghiera raccomandata da san Paolo durante le persecuzioni, che indica esplicitamente ciò che l’autorità politica deve garantire: una vita calma e tranquilla, da trascorrere con tutta pietà e dignità» (n. 381). È questo un consistente supporto che i cittadini donano a chi gestisce il bene comune come più volte richiamato da Papa Francesco nelle sue omelie mattutine pronunciate dalla Cappella di Casa Santa Marta, fino a definire «un peccato da portare in confessione non pregare per i governanti» (18 settembre 2017). Pregare, anzitutto, affinché i politici si pongano certe domande… Ad esempio, afferma il Santo Padre: «ogni uomo e ogni donna che assume responsabilità di governo deve porsi queste due domande: io amo il mio popolo per servirlo meglio? E sono umile da sentire le opinioni degli altri per scegliere la migliore strada? Se costoro non si fanno queste domande, il loro governo non sarà buono» (omelia pronunciata a Santa Marta il 16 settembre 2013).

Pregare, dunque, affinché Dio, il Governatore della Storia, doni agli eletti dal popolo: “la saggezza per governare”. E, il nostro pensiero, si rivolge a Salomone che ben comprendendo la sua piccolezza e mediocrità di fronte ad un incarico oneroso, così invocava Dio: “Dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono, perché io sono uomo debole e dalla vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito” (cfr. Sap. 9,1-18).

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*sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blogwww.gianmariacomolli.it.

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