La libertà, il 25 aprile e le dittature di oggi


di Andrea Rossi

COME TROVIAMO IL NOSTRO PAESE IN QUESTA NUOVA COMMEMORAZIONE DEL 25 APRILE? 

La commemorazione del 25 aprile di quest’anno trova un Paese indebolito da due anni di pandemia, che proprio nel momento in cui le Istituzioni europee procedevano per sostenere la ripresa dell’economia, si è trovato a dover affrontare le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina Azione spregevole e vile quest’ultima, con un corollario di atrocità nei confronti della popolazione civile che non si vedevano dalle guerre balcaniche degli anni ’90 o, addirittura, dalla Seconda guerra mondiale.

Di fronte a questa tragedia, non esistono equidistanze. Non si può mettere sullo stesso piano chi è aggredito e chi aggredisce. Sostenere un processo di pace è compito dell’Italia come dell’Europa, ma la pace non può essere separata dalla giustizia. Il beato Teresio Olivelli (1916-1945), comandante partigiano cattolico, fondatore delle “Fiamme Verdi”, morto nel campo di concentramento nazista di Hersbruck, aveva intitolato il suo giornale clandestino Il ribelle. Sua la preghiera del partigiano, intitolata “ribelli per amore”.

Oggi occorre una nuova ribellione contro questa ingiustizia terribile, che ha costretto centinaia di migliaia di donne e bambini a cercare scampo abbandonando tutto: la patria, la casa, i beni e gli affetti più cari. È perfino superfluo sottolineare quanto il popolo ucraino, fervente di fede greco-cattolica, vive la propria cristianità in modo appassionato e vitale, dando quotidiano esempio di quei valori così sbiaditi nell’Europa laicizzata di oggi. E riflettiamo, d’altro canto, su che pessimo servizio la chiesa ortodossa russa stia rendendo ai valori tradizionali, e quanto possa essere credibile un patriarca il quale, per sostenere la lotta contro la decadenza laicista dell’occidente, benedice (questa la verità!) un dittatore responsabile di una aggressione selvaggia e sanguinosa.  Scriveva Olivelli: «Siamo contro una cultura fratricida; la nostra rivolta non va contro questo o quell’uomo, è rivolta dello spirito. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti».

È con questo spirito che occorre affrontare questa stagione, stringendosi alla ribellione del popolo ucraino, accogliendo le famiglie profughe, con la convinzione che non vi sia una via per la pace senza che l’esercito russo metta fine a una invasione dissennata e incomprensibile. Quando, speriamo presto, questo conflitto si concluderà, ogni crimine di guerra andrà indagato con scrupolo, e con scrupolo andranno valutati i comportamenti dei singoli e dei responsabili. Oggi, il nostro compito è sostenere chi si batte per democrazia e libertà, senza “se” e senza “ma”. È l’unico modo serio per onorare il ricordo di chi, da Enrico Mattei (1906-1962) ai caduti delle Malghe di Porzus, fu sempre dalla parte giusta della storia.

Come ha giustamente sostenuto Daniele Capezzone: «Con che coraggio si festeggia ogni anno il 25 aprile, cioè la liberazione da una dittatura, se poi ci si rifiuta di rendere possibile “un altro 25 aprile” il “loro 25 aprile”, per i popoli [ad esempio quello ucraino] che sono tuttora oppressi? È la vecchia storia di una parte – ahimè maggioritaria – della sinistra italiana: antifascista sì, ma non antitotalitaria».


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77 anni di menzogne sulla storia per uno stato attuale peggiore di qualsiasi dittatura.