Le considerazioni di un magistrato sui quesiti referendari del 12 giugno

Le considerazioni di un magistrato sui quesiti referendari del 12 giugno

di Giuliano Mignini*

IL MAGISTRATO MIGNINI: “IN MATERIA DI GIUSTIZIA SEMBRA CHE IL PROPOSITO DEI RIFORMISTI E, IN QUESTO CASO, DEI PROMOTORI DEL REFERENDUM, SIA QUELLO DI MODIFICARLA PER DIVIDERLA E IN QUALCHE MODO OSTACOLARLA, COME SE LA GIUSTIZIA FOSSE QUALCOSA DA CUI ESSERE TUTELATI

Ogni proposito di riforma di una istituzione tende, in via generale, a modificare alcuni aspetti della stessa per renderla più efficiente e incisiva. In materia di Giustizia, invece, sembra che il proposito dei riformisti e, in questo caso, dei promotori del referendum, sia quello di modificarla per dividerla e in qualche modo ostacolarla, come se la giustizia fosse qualcosa da cui essere tutelati.

In estrema sintesi, il quesito relativo alla legge Severino tende ad evitare la sospensione di amministratori locali che abbiano subito una condanna penale anche definitiva. Questo è il risultato finale che si avrebbe nel caso in cui si affermasse il “Sì”. Per evitare che una persona condannata solo in primo grado e poi assolta in appello, si cancella tutta la norma e si spalancano le porte degli uffici pubblici anche ai condannati definitivi. In un Paese afflitto dalla corruzione, inserire una tale possibilità renderebbe il nostro paese la Mecca del malaffare.

Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Eliminazione delle firme per la candidatura a componente del CSM. In un corpo elettorale è impensabile che non si formino spontaneamente “correnti”, cioè articolazioni dei magistrati in base a diversi orientamenti culturali. Per evitare che l’appartenenza correntizia vada a favore o contro un magistrato bisognerebbe stabilire il sorteggio dei candidati ma si porrebbero problemi di costituzionalità. Così com’è il quesito non serve a nulla.

Consigli giudiziari. Il quesito mira a consentire la presenza di avvocati nei Consigli giudiziari in occasione delle valutazioni in merito agli avanzamenti di carriera dei magistrati. Ma tra gli avvocati possono esserci quelli che si sono scontrati col magistrato in occasione di processi. Possono esserci i docenti universitari, non gli avvocati. Un avvocato di una parte civile che ha svolto un processo in linea col magistrato tenderà a favorirlo. In caso contrario a osteggiarlo.

Il quesito sulle misure cautelari mira ad escludere la possibilità, per il Pubblico Ministero (PM), di chiedere la misura cautelare per il pericolo di reiterazione del reato, salvo che nei casi più gravi. Nelle more del passaggio in giudicato di una sentenza, dati i tre gradi di giudizio che, per fortuna, ci sono in Italia, può passare anche molto tempo. Se si abroga la norma, per reati come gli atti persecutori o altri, pur sempre gravi, l’indagato rimarrà libero e potrà delinquere. Poi non servirà a nulla pentirsi quando la norma dovesse essere abrogata e il cittadino si sentirà non protetto.

Separazione delle carriere. Sia il PM che il giudice sono organi dello Stato e dallo Stato sono pagati. Non solo. Entrambi hanno un dovere di imparzialità. Che pochi o molti magistrati non lo siano, il principio rimane inalterato. È di moda chiamare il PM “accusa” ma, posso sbagliare, mi pare che questa espressione non esista nel codice di procedura penale. Il PM è un organo di giustizia a cui spetta il compito di svolgere le indagini, dirigere la polizia giudiziaria, esercitare l’azione penale, cioè promuovere (o meno) il processo e svolgere in contraddittorio e allora in parità con la difesa la funzione di controparte di questa e, infine, di richiedere la condanna o l’assoluzione. Meglio avere un PM così o un accusatore a prescindere?

E poi, sullo sfondo di questa soluzione del PM separato dal giudice, c’è il PM sottoposto al  Governo e allora si potrebbero fare solo i processi graditi al governo e non altri.

 

* Magistrato nel 1979 e Pubblico Ministero a Perugia. E’ noto per aver indagato sulla misteriosa morte del dottor Francesco Narducci, successivamente collegata alla inchiesta fiorentina sul “Mostro di Firenze” e per aver indagato sull’omicidio della studentessa Meredith Kercher. Dal 2004 al 2012 ha fatto parte della Direzione distrettuale antimafia umbra

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