“Lo scafandro e la farfalla”, la testimonianza vera di un viaggio incredibile

di Franco Olearo*

NEL FILM “LO SCAFANDRO E LA FARFALLA” (FRANCIA 2007) LA QUESTIONE DELLA DISABILITÀ E DEL SUICIDIO ASSISTITO SONO AFFRONTATI IN MANIERA SERIA E NON IDEOLOGICA

In questo film francese del 2007, diretto da Julian Scnabel (drammatico/biografico, 112 min.), il protagonista Jean-Dominique Bauby, interpretato da Mathieau Amalric, ha 43 anni ed è un uomo affermato. Caporedattore di una famosa rivista femminile, con tre figli avuti dalla sua convivente, vive nel lusso e si concede spesso avventure sentimentali. Un giorno, dopo un malore in automobile, si ritrova totalmente paralizzato, capace solo di sentire e di vedere da un occhio. Ma il suo cervello è perfettamente attivo: è ormai un “locked-in”, cioè un sano di mente che vive in un corpo che non gli appartiene più se non per la capacità di udire e di vedere da un solo occhio.

Ricoverato in una clinica specializzata ha però imparato, con l’aiuto di una graziosa e paziente ortofonista, a esprimersi di nuovo (lei recita l’alfabeto, lui batte le ciglia per indicare quale lettera vuole utilizzare). La prima frase che riesce a comunicare è:

  • «Voglio morire».
  • «Lei vuole morire!» – risponde la ragazza, trattenendo a stento la delusione – «ci sono persone che l’amano. Io la conosco appena ma lei già conta molto per me. Lei è vivo, quindi non mi dica che vuole morire. È una mancanza di rispetto, è osceno!».

Per quest’uomo chiuso in uno corpo-scafandro è stato lo sconforto di un momento: Jaen-Dominique riprenderà gli esercizi per potersi esprimere sempre meglio e comunica alla ragazza: «ho deciso di non compiangermi più. Ho scoperto che oltre al mio occhio ci sono altre due cose che non sono paralizzate: la mia immaginazione e la mia memoria: posso immaginare qualunque cosa, qualunque persona, qualunque luogo; farmi accarezzare dalle onde della Martinica, andare a trovare la donna che amo… oppure ricordarmi di me giovane e affascinante; questo sono io!».

È la scoperta semplice e prodigiosa di Jean che da quel momento sente il bisogno imperioso di trasmetterla agli altri e concepisce l’idea quasi folle di scrivere un libro autobiografico. Sono questi i due passaggi – chiave che ci raccontano la storia tutta intima, senza eventi esterni di un essere che qualcuno dei suoi amici vorrebbe considerare un “vegetale” ma che invece è e si manifesta come un uomo a pieno titolo. Il regista bilancia in modo perfetto la cruda descrizione dello stato in cui si trova Jean con i feed-back della sua esuberante vita passata. Nella parte iniziale noi vediamo tutto attraverso il suo unico occhio, ora appannato ora no e ascoltiamo la sua voce che ci guida nei suoi pensieri, cosciente di non poter esser udito da nessuno. Solo nella parte finale del film, quando Jean è ormai riuscito a ridare un senso rinnovato alla sua esistenza, aumentano i flashback: quelli di un invidiabile capo redattore di una prestigiosa rivista francese di moda, una vita passata nel lusso e nelle belle cose, tre simpatici figli avuti dalla sua convivente e le molte avventure amorose che delineano un quarantenne, non certo un santo, ma un uomo con tanta voglia di vivere.

Certo, ci sarà chi vorrà commentare che per Jean, un intellettuale di professione e di passione, sarà stato più facile rifondare la propria esistenza  intorno al  solo frutto del pensiero, ma si tratta di una conclusione non sostenibile: Jean aveva impostato la sua esistenza sui piaceri della vita, sulla bellezza femminile che traspare dalle foto della sua rivista e dalle sue donne: significativo è il sogno nel quale immagina di trovarsi in un ristorante a gustare ostriche, vino d’annata e ogni altro piacere del palato, lui che ora vive alimentato artificialmente.

Il film sottolinea molto bene che per ottenere questo “miracolo della normalità” in una situazione così eccezionale non è sufficiente l’impegno del paziente: sono decisivi quasi quanto la sua voglia di vivere  le operatrici che si prodigano intorno a lui per ridargli con costanza e pazienza una parvenza di vita normale (con il supporto di attrezzature ospedaliere eccezionali: saranno state pubbliche?) e l’affetto della madre dei suoi figli, che passa lunghe giornate con lui, parlandogli come se nulla fosse accaduto.

Dieci giorni dopo l’uscita del suo libro, quando ormai Jean iniziava a pronunciare con le labbra le prime parole e stava per ordinare un camper speciale con il quale potersi muovere per la Francia, una polmonite troncava definitivamente la sua esistenza.

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* redattore/editore del portale FamilyCinemaTv

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