Covid, la denuncia: “persone danneggiate da protocolli ciechi e coercitivi”

a cura di Angelica La Rosa

UN GRUPPO DI SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE SCRIVONO AL PRESIDENTE DELLA CEI: “NON SAPPIAMO QUALI DECISIONI PRENDERANNO LE AUTORITÀ POLITICHE E SANITARIE NEI MESI A VENIRE, SAPPIAMO INVECE COSA CONTINUEREMO A FARE NOI: AUSPICARE UN REALE DIBATTITO SCIENTIFICO, DIFENDERE LE PERSONE VIOLATE NEI LORO DIRITTI FONDAMENTALI E METTERCI IN ASCOLTO DI CIASCUNO

Nel corso del Seminario della Commissione medico scientifica indipendente CMSI tenutosi nei giorni scorsi a Milano sul tema “Elezioni in vista e gestione della pandemia-Nuove e decisive conoscenze scientifiche richiedono un cambio di rotta” un gruppo di sacerdoti, religiosi e religiose di tutta Italia ha reso pubblica la lettera inviata lo scorso 13 agosto al card. Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) e a diversi Vescovi. La missiva è stata letta da don Emanuele Personeni,  ex vicario parrocchiale di Ambivere e Mapello nella diocesi di Bergamo, recentemente esonerato da ogni incarico pastorale per motivi disciplinari.

Nel documento si chiede un incontro e un confronto su come è stata affrontata la pandemia, in particolare riguardo “la chiusura delle chiese, la sospensione dell’Eucaristia, la negazione del sacramento agli infermi, l’impossibilità di accompagnare i propri cari alla morte…“.

A seguire il testo completo della lettera.

A sua Eminenza, Card. Matteo Maria Zuppi

A sua Eccellenza, Vescovo…

Siamo un gruppo di presbiteri, religiosi e religiose provenienti da svariate Diocesi italiane che a seguito di due anni e mezzo di provvedimenti governativi di dubbio fondamento scientifico, relativamente all’emergenza Covid-19, con gravi conseguenze sociali e familiari, hanno sentito il bisogno, in stile sinodale, di incontrarsi, ascoltare la voce dello Spirito e discernere le vie migliori per provvedere al bene dell’uomo in questo tempo difficile. La condivisione ci ha messi di fronte a un’evidenza lampante: ogni persona, ciascuna col proprio fardello di ferite, attese e valori, ha bisogno di essere ascoltata e riconosciuta.

Il fatto è che il clima di paura ha persuaso i più che l’attenzione alle singole persone fosse un lusso che non ci si poteva permettere; che si sarebbero risolti più rapidamente i problemi se ci si fosse chiusi in casa e che la sanità sarebbe stata più efficiente se fosse diventata indifferente alle attese e ai bisogni di ciascuno.

Non si è voluto considerare che l’umanità è un bene che si nutre di verità e legami di fiducia e che la menzogna e l’abbandono uccidono più del virus; si vuole continuare ad ignorare, inoltre, che l’applicazione cieca di protocolli impersonali e coercitivi finisce da un lato per danneggiare la salute delle persone e, dall’altro, per spersonalizzare i rapporti al punto da inibire il senso naturale del rispetto reciproco.

Il prezzo di questa ingiustizia è l’immane sofferenza di molta gente. Pensiamo alle persone che hanno accettato di vaccinarsi perché non più in grado di reggere il peso dei ricatti affettivi e delle minacce, il giudizio tranciante dei colleghi, delle autorità sanitarie, quello sarcastico dei personaggi televisivi, quello inappellabile dei capi delle Istituzioni. Pensiamo a chi ha rifiutato l’inoculazione, bambino, giovane, adulto o anziano che fosse, ed è stato escluso dalla vita sociale, scolastica, sportiva, parentale; a chi è stato sospeso dal lavoro, privato dello stipendio, marchiato pubblicamente come untore. Pensiamo ai medici che hanno preferito curare invece che stare a guardare e, perciò, sono stati sospesi e radiati dall’Ordine. Pensiamo agli insegnanti espulsi dalla scuola perché hanno difeso il senso critico, la verità scientifica, la libertà di cura. Pensiamo a chi, avendo riportato effetti collaterali da inoculazione, si vede ora respinto e deriso dalle Istituzioni in cui aveva creduto. Pensiamo anche al senso di colpa che perseguita alcuni tra coloro che hanno preso parte attiva all’esecuzione di questo programma: tutti costoro hanno bisogno di ascolto, non di condanne né di ammirazione.

La divisione sociale ottenuta mediante l’utilizzo combinato di propaganda e punizioni esemplari ha spezzato legami che si sarebbero detti incrollabili, financo quelli ecclesiali. Lo diciamo per incoraggiare la nostra Chiesa a mettersi in ascolto di tutti e di ciascuno. Da cristiani dobbiamo tendere l’orecchio a quei credenti che non hanno capito la chiusura delle chiese, la sospensione dell’Eucaristia, la negazione del sacramento agli infermi, l’impossibilità di accompagnare i propri cari alla morte. Quali stringenti ragioni sanitarie possono aver giustificato tanta disumanità?

La Chiesa, forse, pensa di avere spento le perplessità di molti affermando la liceità dei vaccini contenenti linee cellulari provenienti da aborti; ma non è così. Il suo pronunciamento le ha addirittura accresciute e ha lasciato le persone più sole ancora. Chi le ascolterà adesso? Chi ascolterà i cristiani che si sono visti messi fuori dalla comunità perché privi del super green pass?

La libertà evangelica sta a fondamento dell’autonomia di giudizio e di azione della Chiesa e la affranca da qualsivoglia dipendenza dai sistemi politico/ideologici con cui essa entra in contatto. In virtù di questa libertà auspichiamo che la Chiesa attivi con urgenza, oltre ad una vicinanza attiva nei confronti delle persone discriminate, anche tempi e spazi di incontro, narrazione e ascolto-non-giudicante della sofferenza e della rabbia diffuse, in obbedienza a Gesù Morto e Risorto che ha vinto tutte le paure e tutte le morti. Crediamo sia il primo passo da compiere verso un pieno e sincero mea culpa. Molte persone, anche lontane dalla fede, bussano alle porte delle nostre parrocchie sperando di trovare l’accoglienza e la carità degli ospedali da campo. Vorremo farle aspettare ancora? Non sappiamo quali decisioni prenderanno le autorità politiche e sanitarie nei mesi a venire. Sappiamo invece cosa continueremo a fare noi: auspicare un reale dibattito scientifico, difendere le persone violate nei loro diritti fondamentali e metterci in ascolto di ciascuno.

Chiediamo in spirito di fraternità a Lei, Eminenza, un incontro per condividere la preoccupazione che abita nei nostri cuori e ascoltarci reciprocamente.

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Ringrazio questo gruppo di cattolici disposti a parlare a nome delle persone emarginate dalle decisioni sanitarie di stile sovietico prese dalle autorità politiche italiane, senza che la gerarchia cattolica spendesse una parola in loro difesa.

In due anni di pandemia la nostra gerarchia non ha saputo guidare i fedeli a chiedere a Dio, che ha in mano i nostri destini, la salvezza dalle malattie, ma si è fatta promotrice dell’impiego di soluzioni spacciate come scientifiche e risultate medicalmente inefficaci se non controproducenti.

Leggevo di recente che la grande considerazione di cui gode la Chiesa Cattolica Polacca tra i fedeli del sui paese è il retaggio del aver saputo opporsi al regime sovietico dal dopoguerra fino agli anni ’90. quale retaggio vuole lasciare la Chiesa Cattolica Italiana a noi fedeli ?