La fede è la risposta dell’uomo all’amore di Dio

di don Ruggero Gorletti

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 2 OTTOBRE 2022 – XXVII Domenica per Annum

Dal vangelo secondo san Luca (17, 5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

COMMENTO

I discepoli nelle narrazioni del Vangelo hanno spesso dimostrato di essere persone spiritualmente rozze e ricurve sui valori terreni della vita. Questa volta però fanno una richiesta bellissima: «accresci in noi la fede!».

Che cos’è la fede? Anzitutto la fede è fiducia in Dio, abbandono alla sua volontà. È  l’atteggiamento del bambino che si fida del papà. La fede ha però anche un altro significato: se mi fido di una persona, ritengo che ciò che questa persona mi dice sia vero. Per cui chi crede, oltre ad avere per Dio una fiducia di figlio, crede che siano vere le cose che Dio ci ha rivelato, attraverso la tradizione, la sacra scrittura e il magistero autentico della Chiesa. Il magistero autentico della Chiesa, non la parola sporadica di questo o quel vescovo, e nemmeno di questo o quel Papa, ma il magistero ufficiale, bimillenario della Chiesa è l’unico che interpreta la rivelazione di Cristo secondo verità, come ci dice il Vangelo di Luca (Lc 10,16) «chi ascolta voi ascolta me».

La fede è una virtù. La virtù che cos’è? È un modo di essere di una persona, non è un fatto singolo, un caso sporadico. La virtù, diceva san Tommaso d’Aquino, è un habitus, è come un vestito, per dire che è un modo di essere costante. Come il concetto opposto, il vizio, la virtù è qualcosa che fa sì che ogni persona sia quella che è. Facciamo un esempio: chi ha il vizio di essere goloso non è colui che una volta tanto si è lasciato andare ad una mangiata eccessiva, ma è una persona che ha abitualmente un rapporto disordinato con il cibo. Così per la virtù della fede: il credente non è colui che talvolta, in seguito a speciali circostanze, ha sentito nel suo cuore un sentimento particolarmente intenso nei confronti di Dio, ma colui che ha fatto diventare normale, abituale, il fidarsi di Dio, il credere alle sue parole e farle diventare pratica di vita. La fede non è un fatto sentimentale: se così fosse sarebbe instabile, come lo sono i sentimenti: oggi mi sono alzato con il piede giusto, voglio bene a Dio, oggi mi gira tutto storto, di Dio non voglio sapere nulla. La fede è invece un fatto che investe l’uomo in quelle che sono le sue qualità più specifiche: l’intelligenza e la volontà. Capisco con l’intelligenza che una cosa è vera, capisco, anche in base a quello che suscita nel mio cuore, che l’annuncio del Vangelo è vero, e che può fare del bene alla mia vita, e decido con la volontà di crederci.

Molte persone dicono di non avere ricevuto il dono della fede: come uno che non ha ricevuto in dono il talento di due piedi buoni non può fare il calciatore professionista, così chi non ha ricevuto il dono della fede non può credere. Non è colpa sua, è un dono che non ha avuto. Ma è proprio così? In realtà no. La fede è la risposta dell’uomo all’amore di Dio. La fede è risposta, viene dopo. L’amore di Dio viene prima, ed è per tutti gli uomini. Credere comporta uno sforzo della volontà. Intuisco che Dio mi ama, che questo è importante per la mia vita, e mi sforzo, con difficoltà, spesso senza riuscirci, ma mi sforzo, di volergli bene anzitutto facendo quello che Lui vuole, osservando i suoi comandamenti («chi mi ama osserva i miei comandamenti», Gv 14,15). Così l’amore per Dio, la fiducia in Lui e nelle sue parole, aumenta in me. Se continuo a vivere nel peccato, lontano da Lui, aspettando una illuminazione dal Cielo, posso aspettare tutta la vita, non è detto che arrivi.

Ma, e vado a concludere, è così importante credere in Dio? Non è sufficiente cercare di vivere bene, onestamente, rispettando i prossimo e cercando di aiutarlo? Perché complicarsi la vita con questi ragionamenti? Forse che i non cristiani e gli atei non possono fare del bene? Certo che sì. Ma senza fede, dice la Lettera agli Ebrei e ribadisce l’ultimo Concilio ecumenico (Eb 11,6 e Gaudium et Spes n. 10), non si può piacere a Dio. Chi, come noi, ha ricevuto il dono, gratuito e immeritato, dell’unica, vera e definitiva rivelazione di Dio, quella di Gesù Cristo, e dell’insegnamento autorevole della sua Chiesa, non può vivere bene se rifiuta questo insegnamento, se vive come se Dio non ci fosse. Non illudiamoci. Il nostro agire è determinato da quello che pensiamo. Se non abbiamo un motivo valido e forte per agire bene, per essere onesti, per aiutare il prossimo, lo faremo finché non ci costerà troppo sacrificio, dopo di che smetteremo di farlo.

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