La chiesa militante ha perso il suo più grande teologo

La chiesa militante ha perso il suo più grande teologo

di Diego Torre

IN MEMORIA DI UN PADRE DELLA CHIESA


Sorprende ed impressiona il constatare come il primo e l’ultimo esponente di grandi istituzioni portino lo stesso nome.

Romolo ed Augusto fondarono la città e l’impero di Roma; 1100 anni dopo l’ultimo imperatore si chiamò Romolo Augusto.

Costantino fondò la città, che prese il suo nome, e con essa, di fatto, l’impero bizantino. 1100 anni dopo il valoroso Costantino XI Paleologo, venerato come santo e martire dalla chiesa ortodossa, cadeva nella difesa della città, espugnata dai turchi, e finiva così l’impero romano d’oriente.

Nella notte di Natale dell’800 Carlo (ancor’oggi venerato nella diocesi di Aquisgrana con rito proprio) veniva incoronato Sacro Romano Imperatore nella Roma dei Cesari e dei Papi. 1100 anni dopo il beato Carlo I d’Asburgo fu costretto a rinunciare ai troni di Austria ed Ungheria, ponendo così definitivamente fine alla realtà storica e spirituale della respubblica cristianorum, che era stata al centro della storia europea e mondiale.

Benedetto XVI volle prendere il nome del patriarca dell’occidente. “San Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. … San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. …. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). (Benedetto XVI, 9 aprile 2008).

Indubbiamente Papa Benedetto (come S. Giovanni Paolo II) volle continuare l’opera di rivalutazione delle radici cristiane del vecchio continente, fallendo sul piano politico ed istituzionale ma dando l’apporto del suo genio teologico sul piano della denuncia per le radici negate e su quello dei contenuti positivi con il suo magistero. La sua capacità di sintesi riprende il pensiero filosofico greco, il diritto romano, la storia europea; li armonizza e sublima alla luce del magistero cristiano. E’ esattamente quanto seppe fare il cosiddetto medioevo. Ma dall’alto della sua sapienza egli seppe confrontarsi con tutte le correnti del pensiero moderno, dall’illuminismo ad oggi, senza rinunciare alla propria identità in nome di un dialogo fine a sé stesso.

Lo stesso fece nei confronti dell’Islam con la lectio tenuta all’Università di Ratisbona nel 2006, che gli attirò gli stupidi sarcasmi del laicismo imperante e gli attacchi del fondamentalismo musulmano.

Muore con questo Benedetto l’ultimo dei profeti d’Europa? Muore con lui il sogno di un Europa di cui l’attuale Unione è una pallida e squallida caricatura?

Già da semplice sacerdote analizzò la crisi della Chiesa e ne previde gli sviluppi. Da Pontefice tentò di correggerne le storture, di combattere il relativismo, anche in ambito ecclesiale, di promuovere i principi non negoziabili: vita, famiglia e libertà d’educazione. E tutto ciò con grande sofferenza, fra attacchi e sarcasmi dei nemici, nonché incomprensioni e tradimenti degli “amici”.

Rimane il suggestivo ricordo di un uomo gentile e perseguitato che aveva la straordinaria capacità di rendere semplici e comprensibili anche concetti complessi; e con grande sintesi. E ciò avveniva con grande luce della mente e gioia dello spirito per chi aveva la gioia di ascoltarlo o anche soltanto di leggerlo. Rimane il suo straordinario magistero.

E se la chiesa militante ha perso il suo più grande teologo, quella trionfante ha acquisito un grande santo, un Padre della Chiesa stessa.

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