Il “Manifesto dei valori” non rende il Pd pluralista e accettabile a tutta la società

Il “Manifesto dei valori” non rende il Pd pluralista e accettabile a tutta la società

di Don Gian Maria Comolli

ECCO PERCHÉ NON TROVEREMO PRINCIPI NON NEGOZIABILI NEL VECCHIO MA NEANCHE NEL NUOVO “MANIFESTO DEI VALORI” DEL PD

È in pieno svolgimento nel Partito Democratico la preparazione del “Congresso costituente” necessario per il cambio di leadership dopo la notevole sconfitta subita alle scorse elezioni politiche. Da quanto emerge, le idee appaiono però ancora alquanto confuse e molteplici le divisioni all’interno dei vari schieramenti.

A questo caos, si aggiunge anche quello di un nuovo “Manifesto dei Valori” che dovrebbe essere presentato in questi giorni, sostituendo quello attualmente in vigore approvato il 16 febbraio 2008. Un voluminoso documento diviso in sette parti. Non è nostra intenzione esaminarlo, ma essendo per tutti i membri del Pd un “faro”, ci soffermiamo come cristiani sul concetto di “laicità dello Stato” (cfr. punto 3) e su alcuni principi che per la Dottrina sociale della Chiesa sono irrinunciabili.

Il concetto di “laicità dello Stato” è interpretato ambiguamente nel documento del Pd.

Osserva in merito il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2 aprile 2004): «permangono purtroppo ancora, anche nelle società democratiche, espressioni di intollerante laicismo, che osteggiano ogni forma di rilevanza politica e culturale della fede, cercando di squalificare l’impegno sociale e politico dei cristiani, perché si riconoscono nelle verità insegnate dalla Chiesa e obbediscono al dovere morale di essere coerenti con la propria coscienza; si arriva anche e più radicalmente a negare la stessa etica naturale. Questa negazione, che prospetta una condizione di anarchia morale la cui conseguenza ovvia è la sopraffazione del più forte sul debole, non può essere accolta da alcuna forma di legittimo pluralismo, perché mina le basi stesse della convivenza umana» (n. 572). Ebbene, per restituire a questo termine nobiltà e porre le basi per un costruttivo confronto, dobbiamo precisare che “laicità” non significa dimensione “a-valoriale” o relativista o, addirittura, di assenza di moralità! Tanto più se alcuni valori, principi e ideali sono riconosciuti anche nel dettato costituzionale, altrimenti si corre il rischio di divenire facilmente ostaggi del modello culturale dominante di carattere “scientista-tecnologico”.

Questa visione che sostituisce la verità con l’attualità e con il presente, ben si comprende, si pone in totale contraddizione con la cultura classica e umanista che sta alla base di varie carte costituzionali europee.

Ricorda, a tal proposito, il Compendio DSC: «la “laicità” indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Cercare sinceramente la verità, promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale – la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona – è diritto e dovere di tutti i membri di una comunità sociale e politica» (n. 571).

Strettamente collegato con il concetto di laicità vi è quello di “non negoziabilità” dei valori essenziali cui il Documento del Pd non fa accenno alcuno, emerso con tale efficace formula per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata il 24 novembre 2002 dal Dicastero per la Dottrina della Fede.

La Nota, firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nel ruolo di Prefetto del Dicastero, fu approvata da Giovanni Paolo II e, nel paragrafo 3, ribadisce che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno». Se però, prosegue, il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali», egli è ugualmente chiamato «a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nocivo per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili».

Quali sono i fondamenti veri e solidi e perciò non negoziabili? Gli ultimi tre pontefici li hanno indicati nel modo più chiaro nella tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale, nel riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia fondata sul matrimonio e formata da un uomo e una donna e, infine, nella salvaguardia del diritto/dovere dei genitori ad educare i propri figli.

«Questi principi – ha affermato Benedetto XVI – non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa» (30 marzo 2006).

Ecco perché, l’inserimento nel “Manifesto dei valori” di un partito lo renderebbero più pluralista e più accettabile e credibile a tutta la società.

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