Quale lezione ci proviene dalla guerra in Ucraina?

Quale lezione ci proviene dalla guerra in Ucraina?

di Sergio Caldarella

IL MONDO IN BIANCO E NERO…

Negli ultimi giorni la NATO ha ammassato, al confine con l’Ucraina, circa 90.000 soldati statunitensi ed un totale di 300.000 militari di diverse nazioni, dozzine di elicotteri Apache, 50 cacciabombardieri, 25 AMX-10P francesi, centinaia di UH-60 Black Hawk, 30 BMP-1 sloveni, 80 Leopard, bombardieri B1B e B-52, jet F-35, F-16, paracadutisti, lanciamissili Himars M142 e chi più ne ha più ne metta e l’operazione continua nel silenzio dei media che, al massimo, menzionano i sistemi di difesa contraerea dai costi esorbitanti Samp-T, Spada e Skyguard inviati dalla prospera Italia.

Tutto questo per dire che la brava e buona Europa sta concentrando un’armata al confine con la Russia. L’ultima volta che il confine orientale ha visto un tale ammassamento di truppe è stato nel giugno del 1941, prima che i nazisti iniziassero l’infausta operazione Barbarossa. 

Il cittadino medio occidentale, imbambolato davanti alle televisioni ed ai loro rosei imbonitori mascherati da brava gente, non si cura molto di questi dettagli e, quando se ne interessa, non sa neppure più da che parte girarsi per cominciare di nuovo a dare un senso al proprio mondo. Questa è la situazione in cui è stato precipitato il XXI secolo. 

Facciamo un passo indietro: cosa ci insegna tutto questo? Che noi siamo i buoni ed i Russi sono i cattivi?

Va bene, prendiamo per buona questa volgarità propagandata congiuntamente da politica e media secondo cui il mondo è bianco o nero e torniamo al giugno del 1985, quando il muro di Berlino non era ancora caduto ed il cantante Sting pubblicò l’album The Dream of the Blue Turtles in cui uno dei versi della canzone recitava: “If the Russians love their children too / How can I save my little boy from Oppenheimer’s deadly toy? Se anche i russi amano i loro bambini / Come posso salvare il mio bambino dal giocattolo mortale di Oppenheimer?”

Il “giocattolo di Oppenheimer” è qui la bomba atomica. Anni dopo il cantante spiegò che l’ispirazione per questo testo gli era venuta, ai tempi dell’università, quando, molto prima dell’era di internet, grazie a degli accorgimenti tecnici escogitati con un amico di corso, riuscivano a guardare i programmi per bambini della televisione russa.

Il cantante rimase all’epoca “impressionato dalla cura e dall’attenzione che i russi dedicavano ai loro programmi per bambini”. La meraviglia era anche data dal fatto che, due anni prima, l’allora presidente Reagan, in un famoso discorso, aveva additato la Russia come “L’impero del male”.

Com’era allora possibile che nell’impero del male si amassero i bambini? Che contraddizione era mai questa? Alla fine del XX secolo il pensiero critico ed autonomo rispetto alle mirabolanti dichiarazioni della politica non solo era ancora legittimo, ma persino incoraggiato, e questa canzone produsse un notevole effetto ponendosi, per i giovani di allora, come un contraltare al rocambolesco discorso di Reagan.

Il cantante, con una domanda molto semplice: “what might save us, me and you / Is if the Russians love their children too, quello che può salvare te e me / è se anche i russi amano i loro figli”, aveva aperto ad una prospettiva antitetica a politica e mass-media i quali si impegnavano a dipingere la Russia come il lupo cattivo.

Chi può però desiderare la distruzione totale di un olocausto atomico per i propri figli? Una domanda facile che portò molte teste a porsi degli interrogativi. 

Poi arrivò l’89 e Mikhail Gorbaciov, penultimo segretario del PCUS, aprì le frontiere e liberò i Paesi del blocco comunista, ritirando le truppe sovietiche dietro la garanzia, anche se solo verbale, di “non espansione della NATO verso Est”. Se, però, andate a sbirciare le pubblicazioni dell’industria culturale contemporanea troverete che l’Harvard University, in un articolo provvidenzialmente apparso il 16 marzo 2022, ci informa che, secondo Robert Zoellick, uno dei funzionari del tempo, “non c’è stata nessuna promessa di non allargare la NATO. There was no promise not to enlarge NATO.

Fino al 2017 sapevamo, però, che queste garanzie erano state date e basta dare una sbirciatina all’archivio dati offerto dal National Security Archive per sincerarsene: “La famosa assicurazione del Segretario di Stato americano James Baker ‘non un pollice verso est’ sull’espansione della NATO, nel suo incontro con il leader sovietico Mikhail Gorbaciov, il 9 febbraio 1990, faceva parte di una cascata di assicurazioni sulla sicurezza sovietica date dai leader occidentali a Gorbaciov e ad altri funzionari sovietici durante tutto il processo di unificazione tedesca nel 1990 e nel 1991, secondo documenti declassificati statunitensi, sovietici, tedeschi, britannici e francesi.”

Chiaramente il diplomificio di punta americano non sta facendo disinformazione propagando le bufale di Zoellick, come potrebbe mai? Essendo un diplomificio di punta, domani possono anche dire che la luna è fatta di formaggio e, in quel momento, tutti i benpensanti scopriranno che è sempre stato così ed accuseranno, quelli che dicono che è un satellite fatto di roccia, di complottismo o antivaccinismo e tutte quelle altre perle di puro sragionamento che provengono ormai dalle sedi dell’ufficialità politico-accademico-mediatica, il triunvirato (o triunmulierato) della volontà di potenza.

Ammettiamo allora che la menzogna del triumvirato sia verità e che, come dice Zoellick – un funzionario di grado molto inferiore rispetto all’allora Segretario di Stato James Baker – “non c’è stata nessuna promessa” e Gorbaciov, insieme a decine di altri diplomatici, hanno sognato tutto. Ammettiamo che anche questo sia vero, perché quando si prova a discutere con gente che mente fino a questi livelli, anche accettare le loro menzogne prima o poi, attraverso un ragionamento, conduce alla verità.

Un po’ come quando si prova (sconsigliato) a ragionare con un pazzo: mettiamo che lui creda di essere Napoleone e voi lo assecondate, ma poi gli chiedete, “dov’è il tuo cavallo bianco?” e lui vi risponde “nella scuderia” e voi continuate “ed i tuoi soldati?”, “la tua uniforme?”, etc. fino al punto in cui il folle, proprio per non cedere al ragionamento, vi metterà le mani addosso o vi chiamerà “complottista”, altrimenti che folle sarebbe? 

Dicevamo: “non c’è stata nessuna promessa”, così, partendo dalla Repubblica Ceca (1999) fino alla Repubblica della Macedonia del Nord (2020), la NATO, per “garantire l’orientamento democratico”, si è espansa fino ad includere altri 14 Paesi ad oriente.

Voi magari non lo sapete, ma “orientamento democratico” non significa libertà di parola, autodeterminazione, equilibrio sociale, ma carri armati, missili, bombe, pistole e tutta questa roba. 

Vedete come, anche qui, si mostra l’inconsistenza, la vacuità e la fragilità delle narrative proposte dal triunvirato del XXI secolo? Innanzitutto che rapporto vi è mai tra armi e democrazia? Una volta la democrazia si misurava dall’imperio della legge e dalla libertà, oggi si misura invece sulle armi di cui si può disporre?

Tutti i modelli buoni si impongono da sé, da qui l’antico principio del Bonum est diffusivum sui. Che dire, allora, di un modello che chiama se stesso buono e mette mano alle armi? Sì, la frase si vis pacem, para bellum, seppur proveniente da un autore minore come Vegezio, il quale travisa apertamente un concetto platonico, è nota come uno dei paradigmi della Romanità ma, al XXI sec., sembra sia sfuggito che i Romani non avevano ancora testate nucleari le quali impongono, invece, un si desiderat pacem, praeparet pacem.

Il ché sarebbe, poi, anche più appropriato per una società la quale pretende di dirsi cristiana e di seguire gli insegnamenti del “Principe della pace” (Isaia 9,6), ma questi sono discorsi che al XXI sec. non appaiono più rilevanti. Dobbiamo invece mentire, trasformare l’alto in basso ed il basso in alto, invocare la guerra come se fosse la pace e glorificare le armi, anche quando ci si dice cristiani.

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