Dio desidera che ciascuno di noi sia aperto alla verità

di Giuliva di Berardino 

IL VANGELO DEL GIORNO COMMENTATO DA UNA TEOLOGA LITURGISTA


Gv 10, 22-30

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Il testo del Vangelo di oggi inizia con una specie di cornice, in cui Gesù viene collocato: esattamente si trova a Gerusalemme, in occasione della festa della Dedicazione del tempio, che celebrava la purificazione del tempio fatta da Giuda Maccabeo descritta nel secondo libro dei Maccabei. Era una festa molto popolare, che si svolgeva in inverno, e Gesù si trovava sul piazzale del Tempio, mentre cammina lungo il portico di Salomone.

Questa collocazione non è da sottovalutare perché è in qualche modo in relazione al discorso che fa Gesù. Infatti, alla fine del testo, Gesù afferma la sua unità col Padre, dichiarando di essere col Padre una cosa sola e il tempio è proprio, per l’antico Israele, simbolo dell’unità, dell’unificazione in Dio di tutto il popolo eletto, che è un popolo sacerdotale, secondo la dichiarazione che Dio fece a Mosè riguardo al suo popolo.

Come Israele è uno in Dio in quanto celebrava il Signore nel suo tempio, così Gesù è uno in Dio in quanto vive nella natura umana la sua realtà divina.

Ora, proprio nel tempio, in quel luogo in cui tutto l’Israele si unifica in Dio nel culto, i capi dei giudei si mettono intorno a Gesù per metterlo alla prova e gli chiedono di dire apertamente se è Lui il Messia. Gesù, proprio lì, sotto il portico, quindi nella zona esterna alle mura del tempio, nel freddo dell’inverno, perché la festa della Dedicazione del tempio cade in inverno, dice loro la verità: voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Gesù lo dice chiaramente: quando ci si chiude di fronte alla testimonianza di un altro, non servono neppure le prove, perché si resta chiusi.

Dio invece desidera che ciascuno di noi sia aperto alla verità, perché lì dove c’è apertura di mente e di cuore, c’è attenzione all’altro, c’è il vero discernimento, perché solo in questa disposizione interiore di accoglienza e di apertura si può riconoscere la voce del pastore, la sola voce che conduce all’unione col Creatore e quindi alla somma sapienza. Ma Gesù continua il suo discorso, specificando cosa bisogna fare per far parte delle sue pecore, come per invitare questi capi dei Giudei, e quindi anche noi, a diventare sue pecore: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Così il discorso si fa profondo, in un crescendo che interpella l’emotività di chi ascolta: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Sono parole che toccano il cuore, perché rivelano che Gesù è un pastore vero, che ci prende per mano, che ci accompagna. Egli cammina con noi tenendoci per mano! Chi di noi non ha fatto l’esperienza del bisogno che umanamente si avverte di mettere la mano in quella di un altro, quando camminiamo, per non sentirci soli, e, delle volte, anche per non cadere? Allora questo linguaggio di Gesù ci fa percepire il senso di questa esperienza umana così semplice, ma tanto profonda: essere una pecorella che si lascia guidare da Gesù non significa non avere intelligenza e non farsi domande, ma significa appartenere a Dio, significa sentirsi sostenuti dal Signore dell’universo. Per questo Gesù ci assicura che non ci potrà mai accadere di essere strappati dalla sua mano, perché, se ci sentiamo così, comprendiamo bene che la mano di Gesù che ci sostiene è la stessa mano di Dio! E infatti Gesù lo dichiara apertamente: Io e il Padre siamo una cosa sola.

Ma per essere una pecorella di Gesù e quindi per appartenere a Dio, il Vangelo oggi ci propone tre atteggiamenti: ascoltare, cioè stare attenti a sentire Gesù vicino; seguire, cioè fare atti concreti di fiducia in Dio, e infine, crescere nella conoscenza di Dio, perché non c’è conoscenza senza fiducia e non c’è sapienza senza fede. Chiediamo allora oggi al Signore che ci faccia sentire la sua mano che ci sostiene, la sua presenza vicina che ci consola e il suo amore che ci spinge fuori dai nostri recinti. Buona giornata!

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