Un crimine come l’aborto non si può giustificare se si è umani

Un crimine come l’aborto non si può giustificare se si è umani

di Maria Bigazzi

SE SI VUOLE PARLARE DI VERO PROGRESSO SOCIALE E DI RISPETTO, È NECESSARIO DEFINIRE E RIBADIRE L’IMPORTANZA DELLA DIGNITÀ DI OGNI PERSONA

Se si vuole parlare di vero progresso sociale e di rispetto, è necessario definire e ribadire l’importanza della dignità di ogni persona, a cominciare dalla custodia della vita in tutti i suoi stadi.

In un’epoca dove “Tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione” come ben scriveva Chesterton, ci si ritrova a dover combattere per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate, ovvero, che la vita è inviolabile.

Anni e anni di rivoluzione sociale, di liberalizzazione senza regole e stravolgimento della natura dell’uomo hanno portato ad accettare e dichiarare come diritto l’uccisione di un innocente qual è il bimbo nel grembo materno, e delle persone malate o invalide, considerate un peso per la società.

Non viene riconosciuto inviolabile il diritto dell’embrione ma diventa diritto umano a livello europeo la pratica dell’aborto.

Sono l’emancipazione, i diritti delle donne, la libertà, le deboli armi con cui i pro-choice cercano di scusare quello che è a tutti gli effetti un assassinio legalizzato in molti Paesi come in Italia.

Come sempre a fare più rumore è il male, così si ha più visibilità tra i media quando uno Stato accoglie la legge sull’aborto come un passo avanti nel progresso sociale, quando si manifesta contro la vita e contro la famiglia, rispetto a quando si porta avanti la battaglia dura, silenziosa e costante di chi difende la verità anche a costo di grandi sacrifici.

Non si può affermare di essere “umani” e comprensivi, aperti e accoglienti, se si giustifica un crimine come l’aborto, l’eutanasia e qualunque altro tipo di manipolazione contro la vita. Sostenendo tali pratiche si sottoscrive la liceità di uccidere senza nessuna coscienza chi non rientra in determinati standard decisi da chissà chi.

Nel 2023 siamo arrivati al punto in cui la manipolazione della vita è giunta a livelli impensabili: una violenta guerra combattuta contro la dignità e la persona stessa, considerata come un oggetto su cui sperimentare qualunque cosa.

Il 28 aprile scorso ricorreva l’anniversario doloroso di una vicenda che ha scosso molti cuori. Alfie Evans, il gladiatore, come lo chiamava suo papà, veniva lasciato morire dai medici dell’  Alder Hey Children’s Hospital nel nome del “best interest”. Come lui tanti altri casi di bambini innocenti che si sono visti privati di qualsiasi diritto di cura e di sostentamento.

Negli anni del covid ci veniva continuamente ripetuto che la salute era la prima cosa a cui pensare a costo di sacrificare e bruciare qualsiasi libertà individuale, calpestando tranquillamente Costituzioni e Leggi, mentre quotidianamente assistiamo alla distruzione della persona alla quale è negato persino di nascere e vivere.

Occorre dare voce a chi non ha voce, gridare la verità dai tetti senza paura e difendere ciò che la ragione stessa non può negare.

Per questo ancora oggi si scende in piazza, come oggi a Roma dove si marcerà in difesa della Vita, per ribadire che ogni vita è sacra e inviolabile, che la menzogna della libertà di scelta non è altro che una breccia per progredire nel progetto neomalthusiano di distruzione della persona per una società “purificata” da chi non rientra nei modelli decisi, quelli che probabilmente riguardano la famosa l’agenda 2030 e non solo.

Ma alla testimonianza diretta per le strade o attraverso i tanti mezzi di comunicazione e nei propri ambienti di vita quotidiana, è necessario affiancare una continua, perseverante e sincera preghiera, affinché la cultura della morte cessi di vivere, lasciando spazio alla luce della cultura della vita che si fonda su Colui che è la vera Vita.

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