L’allarmismo climatico? Una balla

L’allarmismo climatico? Una balla

di Pietro Licciardi

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UN “GURU” PENTITO DELL’AMBIENTALISMO MILITANTE HA CHIESTO SCUSA PER LE BALLE SCRITTE E PUBBLICATE

Michael Shellenberger è un noto giornalista investigativo che ha raccontato storie importanti su diversi argomenti, tra i quali la deforestazione amazzonica, l’aumento della resilienza climatica e la crescente eco-ansia; il ruolo del governo degli Stati Uniti nella rivoluzione del fracking e il cambiamento climatico. Per questo è stato definito un “guru ambientale”, “guru del clima”, “il principale intellettuale pubblico del Nord America sull’energia pulita” e “sommo sacerdote” del movimento umanista ambientale. Insomma da oltre trent’anni Shellemerger è un vero attivista per il clima e l’ambiente. Eppure nel 2020 ha scritto un articolo in cui ha pubblicamente chiesto scusa «a nome di tutti gli ambientalisti» per tutte le balle da lui dette e pubblicate che hanno contribuito a creare l’attuale e irrazionale paura per il famigerato “cambiamento climatico”.

Come ovvio il suo mea culpa è stato censurato dalle testate appartenenti al mainstream tuttavia è stato pubblicato a suo tempo dall’autore su environmentalprogress.org ed è stato proposto in italiano da Scenari economici.

Cosa dice in sostanza l’ambientalista pentito con alle spalle un impeccabile curriculum di attivista di sinistra? Innanzitutto che il cambiamento climatico non è affatto la fine del mondo e non è neppure il problema ambientale più grave che abbiamo; inoltre sfata alcuni dei miti ambientalisti più pervicaci. Ad esempio l’Amazzonia non è il polmone della terra, non è il cambiamento climatico ad aggravare i disastri naturali, le emissioni di carbonio sono in calo nella maggior parte delle nazioni ricche fin dalla metà degli anni ’70 e che la quantità di terra che utilizziamo per allevare animali per l’alimentazione – che per inciso è il maggiore uso di terra che si fa nel mondo – è diminuita di un’area grande quasi quanto l’Alaska.

Sempre a proposito di alimentazione Shellenberger fa sapere che produciamo il 25% di cibo in più di quello di cui abbiamo bisogno e le eccedenze alimentari continueranno ad aumentare man mano che il mondo diventa più caldo, oltre al fatto che abbiamo bisogno di una agricoltura più “industriale”; alla faccia dei menagrami del clima, dei fan della farina di grilli e dei detrattori degli Ogm.

Ovviamente tutto questo è stato bollato come “negazionismo climatico” ma questo per il nostro giornalista, già invitato in qualità di revisore esperto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) non è altro che una dimostrazione del potere di chi propaga l’allarmismo climatico in quanto i fatti sopra citati provengono tutti dai migliori studi scientifici disponibili, compresi quelli condotti o accettati dall’IPCC, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) e da altri importanti organismi scientifici. Studi che ovviamente non arrivano al grande pubblico.

Ma perché Michael Shellenberger ci ha messo tanto a vuotare il sacco? Lo spiega candidamente lui stesso: inizialmente per imbarazzo, essendo colpevole con gli altri suoi colleghi dell’allarmismo giunto a livelli quasi parossistici. Per anni infatti anche lui ha definito il climate change una minaccia esistenziale per la civiltà umana. Ma soprattutto ha taciuto per paura; paura di perdere amici e finanziamenti nello svelare la menzogna e la disinformazione che aleggia sulle questioni climatiche, specialmente dopo aver visto la sorte riservata ai pochi coraggiosi che hanno osato appellarsi alla scienza, vera.

Tuttavia, colla crescita esponenziale della campagna intimidatoria e terroristica e dopo aver costatato quanta presa ha sul pubblico, soprattutto giovanile, Shellemberg ha deciso di schierarsi mettendo tutto nero su bianco. Ha scritto così un libro: Apocalypse Never: Perché l’allarmismo ambientale fa male a tutti noi basato su vent’anni di ricerche e trent’anni di attivismo ambientale.

Parlare di tutte le balle ambientaliste confutate nel libro sarebbe troppo lungo ma qui di seguito segnaliamo alcune questioni che smentiscono alcune delle “perle” dello stupidario verde: – Le fabbriche e l’agricoltura moderna sono le chiavi per la liberazione dell’uomo e il progresso ambientale; – La cosa più importante per salvare l’ambiente è produrre più cibo, in particolare carne, su meno terra; – La cosa più importante per ridurre l’inquinamento atmosferico e le emissioni di carbonio è passare dal legno al carbone, al petrolio, al gas naturale e all’uranio; – Il 100% di energie rinnovabili richiederebbe l’aumento dei terreni utilizzati per l’energia dallo 0,5% al 50% di oggi; – dovremmo volere che le città, le fattorie e le centrali elettriche abbiano densità di potenza più alte, non più basse; – il vegetarismo riduce le proprie emissioni di meno del 4%; – Greenpeace non ha salvato le balene, ma il passaggio dall’olio di balena al petrolio e all’olio di palma; – la carne bovina “ruspante” richiederebbe 20 volte più terra e produrrebbe il 300% in più di emissioni, quindi ben vengano gli allevamenti intensivi; – il dogmatismo di Greenpeace ha aggravato la distruzione della foresta amazzonica; l’approccio colonialista alla conservazione dei gorilla in Congo ha prodotto un contraccolpo che potrebbe aver portato all’uccisione di 250 elefanti.

Perché siamo stati tutti ingannati?

Michael Shellenberger, ancora una volta con cognizione di causa, spiega che i gruppi ambientalisti hanno accettato centinaia di milioni di dollari da potentati economici interessati a far girare l’economia in un senso piuttosto che in un altro; basti pensare al colossale movimento di risorse finanziarie messe in moto dalla “transizione ecologica” che tra le altre cose vorrebbe convertire tutti quanti alla trazione elettrica. Inoltre potenti gruppi motivati da convinzioni anti-umaniste hanno costretto la Banca Mondiale a smettere di cercare di porre fine alla povertà e a rendere invece la povertà “sostenibile”, mentre lo stato d’ansia, la depressione e l’ostilità verso la civiltà moderna sono alla base di gran parte dell’allarmismo.

 

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