Ricordando la figura e l’operato del padre gesuita Peter Gumpel

di Pier Luigi Guiducci

RELIGIOSO TEDESCO, E’ NOTO PER I SUOI CONTRIBUTI TEOLOGICI E STORICI

Qualche giorno fa si è svolto a Roma, presso la Curia Generalizia dei Padri Gesuiti, un incontro per ricordare la figura e l’operato del p. Peter Gumpel sj. Nell’articolo che segue voglio ricordare questo straordinario sacerdote.

Il 12 ottobre 2022 era un mercoledì. In quel giorno, conclude il suo esodo terreno (verso le ore 11) p. Peter (al secolo Kurt)  Gumpel.  Gesuita. Aveva 98 anni. Dal 2010 viveva nell’infermeria della residenza romana ‘San Pietro Canisio’. Ora, la sua tomba si trova nel cimitero teutonico in Vaticano. Lo andavo a trovare periodicamente. E parlavamo per ore. P. Gumpel era nato nella Bassa Sassonia, ad Hannover (nel quartiere Kleefeld), il 15 novembre 1923. Questo religioso tedesco rimane noto per i suoi contributi teologici e storici, per i ruoli ricoperti nel proprio Ordine (la Compagnia di Gesù), per il sostegno al confratello p. Paolo Molinari nominato perito al Concilio Ecumenico Vaticano II, per i compiti fiduciari ricevuti da Pontefici, per l’insegnamento presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma), per il lavoro svolto accanto al p. Molinari nella sede della Postulazione Generale dei Padri Gesuiti a Roma. 

La famiglia

Gumpel proveniva da una ricca famiglia tedesca. Essendo i genitori impegnati in varie attività, il piccolo Peter crebbe educato da una contessa (rigida, con pochi sentimenti). Il nonno paterno aveva fondato una banca ad Hannover, poi un’azienda di potassa, e sedeva nel consiglio di amministrazione di diverse società industriali. Tale forza economica lo rese un’autorità importante della Repubblica di Weimar. Era amico personale e consigliere del Presidente della Repubblica, il Maresciallo Paul Von Hindenburg, e aveva fatto di tutto per impedire la nomina a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler. Hindenburg lo aveva rassicurato, ma poi mutò orientamento.

Di conseguenza, l’assegnazione a  Hitler  del ruolo di Cancelliere,  fu un dramma per i Gumpel. I loro nonni, infatti,  erano ebrei. Solo il padre di Peter si era sposato con una donna cristiana e convertito al cattolicesimo. Nonostante il battesimo e la nuova fede, secondo l’ideologia nazista,  veniva  comunque  ritenuto un “mezzo ebreo”. La famiglia fu così costretta ad affrontare vari drammi.  Il nonno paterno venne deportato prima a Theresienstadt, poi nel campo di sterminio di Treblinka e lì assassinato.  Il padre, impegnato in ruoli diplomatici, fuggì prima a Parigi e poi raggiunse il Portogallo. Non ebbe più la possibilità  di tornare in patria. La madre subì un arresto e una condanna a morte all’inizio del 1939. Gli salvò la vita un alto ufficiale amico di famiglia. 

Gli studi

In tale contesto, Kurt (aveva 10 anni), da una prima educazione ricevuta a Berlino, passò a studiare in Francia.  Abitò per due anni con la madre, in un abitato poco esteso. Cominciò a imparare la lingua ma non fu facile –  essendo tedesco –  inserirsi tra gli altri bambini. Fece poi ritorno in Germania. Nel 1938 (aveva 15 anni) fu ammesso sotto falso nome nel Collegio ‘John  Berchmans’ dei Gesuiti di  Nijmegen (Nimega), in Olanda. Vi rimase otto  anni. Qui, conseguì la licenza in filosofia. Molto tempo dopo, divenuto un buon conoscitore dei Paesi Bassi, quando emerse la questione del Catechismo Olandese (1966), Paolo VI lo inviò come proprio fiduciario in visita in Olanda. 

Da ricerche effettuate risulta che Kurt Gumpel (Kurt era il suo vero nome) è elencato come “mezzo ebreo” negli archivi di guerra del 1941 di Nijmegen. 

La data di nascita corrisponde, e l’indirizzo è quello della scuola dei gesuiti dove Kurt Gumpel fu allievo dal 1939. 

Olanda. Regno Unito. Spagna (1944-1954)

Il 4 settembre 1944 Peter Gumpel entrò nel noviziato della provincia olandese della Compagnia di Gesù. Nel 1946-1947 svolse vari incarichi nel Collegio ‘Sant’Ignazio’ di Amsterdam. 

Nel dicembre del 1947 venne informato  da un ufficiale britannico della morte della madre (avvenuta a Berlino). Nel 1947-1949 fu ripetitore di filosofia a Roma presso il Pontificium Collegium Germanicum et Hungaricum. Il 6 settembre del 1952 fu ordinato sacerdote. 

Nel 1949-1953 studiò teologia  all’Heythrop College di Londra, e conseguì a fine corso la licenza. In questa istituzione p. Gumpel  poté interagire anche con il confratello piemontese Paolo Molinari. Ne derivò un’intesa operativa che durò tutta la vita. In quel periodo,  p. Molinari giocava a pallone. E p. Gumpel era un suo tifoso. Alla domanda di chi scrive se lui avesse mai giocato a calcio, con umorismo rispondeva: “No, perché è intellettualmente più gratificante e fisicamente meno stancante tifare dagli spalti per quelli che giocano”. In quel periodo aiutò il p. Molinari a imparare l’inglese.

Lo scontro con Hans Küng (1954)

Nel 1953-1954, il p. Gumpel – essendo membro della Compagnia di Gesù – concluse il triennio della sua formazione nell’Ordine a Gandía (Spagna). In seguito, questo gesuita  tornò al Collegio Germanico  di Roma. Qui, fu ripetitore di teologia. Gli venne affidato anche l’incarico di prefetto degli studi. 

Nell’estate del 1954, il gesuita si trovò ad affrontare un confronto teso con Hans Küng. Quest’ultimo, dopo  gli studi liceali compiuti a Lucerna, era stato ammesso al Collegio Germanico dell’Urbe.  Studiò filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Fu ordinato sacerdote a Roma nel 1954.  

In questo periodo  – con altri amici – aveva costituito un “gruppo teologico di studio”. Al riguardo, lo stesso Küng, in un suo libro, ha specificato: «Questo “circolo dogmatico” non è certamente “allineato” e pone senz’altro in discussione le tesi della neoscolastica». La situazione ebbe poi un momento teso perché nel gruppo si inserì anche  p. Gumpel. Küng lo definisce: «molto competente, intelligente e solerte, ma privo di umorismo e leggermente inibito».  Malgrado ciò, già in precedenza, c’era stato un momento di “non dialogo” perché Küng (allora “bidellus scholae”) aveva “richiamato” quello che allora era fratel Peter Gumpel (in quel momento ripetitore in filosofia) a non oltrepassare l’orario della lezione. 

Nel 1954 p. Gumpel era diventato ripetitore dei teologi. Partecipando ai lavori del gruppo cit., cominciò a controbattere a diverse tesi che udiva. È in questo contesto che il commento di Küng diventa poco generoso fino ad essere aggressivo, polemico. Egli, con riferimento a p. Gumpel,  scrive: 

“(…) Ora si fanno più chiare le conseguenze del fatto che Gumpel, che proviene da una famiglia per metà ebraica e che ha perso nell’olocausto quasi tutti i suoi congiunti, sia un convertito alla fede cattolica. Mentre il suo acuto puntare l’indice, la sua logica leggermente esacerbata e la sua mancanza di sensibilità per le nuove problematiche creavano poco danno in filosofia, ora in teologia, dove per lui ne va in maniera esasperata della ortodossia cattolico-romana, hanno l’effetto di un “pericolo pubblico”.

Si giunge allo scandalo. Certamente non per ambizione personale, ma per preoccupazione per la fede della Chiesa, Gumpel si scaglia contro il povero Herbert Biesel (in seguito assistente spirituale degli studenti universitari a Düsseldorf) che tiene optima fide una relazione su Natura e Grazia sulla quale probabilmente non aveva riflettuto fino in fondo. Gumpel argomenta e agisce come un piccolo inquisitore nato. Egli fa comunque parte di quelle persone che, come dice il padre spirituale Klein, vedrebbero crollare l’intero edificio dogmatico se uno ne sfiorasse anche solo una pietra.

In ogni caso la contrapposizione è violenta, un voltare e rivoltare gli argomenti. Uno dei pochissimi eventi, nei miei sette anni romani, in cui, nonostante la campana rintocchi spaccando il secondo alle 12,45, si slitta in avanti e il pranzo comincia con quasi mezz’ora di ritardo. In uno stato d’animo depresso”.

Vicende successive

Poco dopo, i superiori del tempo comunicarono al  gruppo di Hans Küng il divieto di proseguire gli incontri. Quest’ultimo, e le persone a lui vicine, parleranno allora di nuova Inquisizione. Nel 1957 Küng conseguì il dottorato in teologia con la tesi Rechtfertigung. Die Lehre Karl Barths und eine katholische Besinnung (‘Giustificazione. Gli insegnamenti di Karl Barth e una riflessione cattolica’).      Dal 1960 divenne professore di teologia dogmatica ed ecumenica nell’università  di Tübingen (Tubinga). Risalgono  a quegli anni anche posizioni critiche nei confronti della Chiesa contenute nel libro  Konzil und Wiedervereinigung (‘Riforma della Chiesa e unità dei cristiani’), e nella pubblicazione del 1962 Strukturen der Kirche (‘Strutture della Chiesa’). Un altro testo che nel 1967 seguì il medesimo orientamento fu Die Kirche (‘La Chiesa’). Sempre negli anni Sessanta (XX sec.), Küng partecipò come perito al  Vaticano II (1962-1965). 

Nel progredire del tempo Küng  sviluppò diverse ricerche teologiche. Si occupò di ecumenismo, di ecclesiologia biblica, di cooperazione  tra religioni con  il riconoscimento di valori comuni.  Nel 1970 pubblicò il libro Konzil und Widervereinigung; Unfehlbar? Eine Anfrage (‘Concilio e Riunificazione. Infallibile? Una domanda’). Nel testo l’A.  mise in dubbio il dogma della infallibilità papale. Nel 1975 venne richiamato dalla Congregazione per la dottrina della fede. In seguito, Küng criticò in modo aspro  l’operato di questo Dicastero durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Il 18 dicembre del 1979 la Congregazione cit. gli revocò la missio canonica (l’autorizzazione all’insegnamento della teologia dogmatica cattolica), e gli tolse il titolo di teologo cattolico. 

I bambini non battezzati (1954)

Nell’ottobre  del 1954 venne pubblicato uno studio di p. Gumpel dal titolo:  Unbaptized infants: may they be saved? (‘I piccoli non battezzati: possono essere salvati?’). Con questo saggio il gesuita si inserì in un vasto dibattito pre-conciliare al quale parteciparono ad esempio: Y. Congar, Morts avant l’aurore de la raison, in: id., ‘Vaste monde ma paroisse. Vérité et dimensions du Salut’, Paris 1959, pp. 174-183; G. J. Dyer, Limbo. Unsettled Question, New York 1964, pp. 93-182;  W. A. van Roo, Infants Dying without Baptism: A Survey of Recent Literature and Determination of the State of the Question, in: ‘Gregorianum’, vol. 35, n. 3, 1954, pp. 406-473; A. Michel, Enfants morts sans baptême, Paris 1954; C. Journet, La volonté divine salvifique sur les petits enfants, Paris 1958; L. Renwart, Le baptême des enfants et les limbes, in: ‘Nouvelle Revue Théologique’, 80, 1958, pp. 449-467; H. de Lavalette sj, Autour de la question des enfants morts sans baptême, in: ‘Nouvelle Revue Théologique’, 82, 1960,  pp. 56-69. V. Wilkin, From Limbo to Heaven. An Essay on the Economy of Redemption, New York 1961. 

Ultimi voti religiosi di p. Gumpel (1959). Il Vaticano II

Gumpel emise gli ultimi voti religiosi il 2 febbraio del 1959. Pochi giorni dopo, il 25 febbraio, Giovanni XXIII, dopo solo tre mesi dalla sua elezione a Papa, annunciò la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. L’anziano Pontefice si era recato, nella festa liturgica della Conversione di San Paolo, presso la basilica di San Paolo fuori le Mura. Dopo la celebrazione della liturgia, convocò i cardinali presenti nella sala del capitolo dei benedettini – una ventina –  e confessò, con gioia e  speranza, di aver avuto un’ispirazione dello Spirito Santo:  “Miei venerabili fratelli del collegio cardinalizio! Pronuncio innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un Concilio generale per la Chiesa universale”.

Le cause dei santi (1960)

Nel 1960 p. Gumpel divenne assistente del postulatore generale della Compagnia di Gesù, il  già cit. p. Molinari. A quest’ultimo,  venne chiesto di scrivere in tempi brevi un saggio su I santi e il loro culto per la rivista Gregorianum. Compito non facile. P. Gumpel suggerì di accettare. Venne così preparato   un testo. Molinari scrisse. Gumpel aiutò.   Dopo la pubblicazione del lavoro, ci furono vari riscontri.   Tra questi, quello di mons. Loris Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII. Per telefono informò che il Pontefice aveva letto il saggio, e che intendeva parlare a p. Molinari.  

L’incontro con Giovanni XXIII (1961)

Durante l’udienza privata, Papa Roncalli affidò a p. Molinari, che aveva accanto p. Gumpel,  un compito. Nei documenti preparatori per il Concilio  (iniziato nel 1962) si trovavano  diversi riferimenti alla Chiesa in esodo sulla terra. Rimaneva però limitata l’attenzione al collegamento tra questa e quella celeste. Si rendevano necessari degli apporti specialistici. Ebbe inizio da qui l’opera svolta dal tandem Molinari-Gumpel. Su tale argomento venne redatta una prima stesura.  Dopo alcune modifiche nella forma, il lavoro svolto dai due gesuiti (seguendo le istruzioni di Giovanni XXIII e poi quelle di Paolo VI) divenne in seguito il capitolo VII della Lumen Gentium.  

Gli anni del Vaticano II (1962-1965)

Il periodo nel quale si svolsero i lavori del Concilio Vaticano II si colloca tra l’11 ottobre 1962 e l’8 dicembre del 1965. P. Molinari  venne nominato perito al Concilio, e membro della  commissione teologica conciliare. Anche in questa situazione si rinnovò l’intesa tra i due religiosi. Mentre p. Molinari era in Vaticano mattina (lavoro collegiale dei vescovi)  e pomeriggio (commissione teologica), p. Gumpel reperiva per il confratello il materiale, lo ordinava, lo traduceva e ne controllava la correttezza del contenuto. 

Avvenne poi anche un altro fatto. Paolo VI chiese a p. Gumpel di assistere i vescovi africani di lingua inglese. Molti di questi prelati, infatti, avevano difficoltà a scrivere o anche solo a capire il latino. Si trattò di un impegno che p. Gumpel poté espletare  perché, oltre all’italiano e al tedesco, conosceva il francese, l’olandese, l’inglese e lo spagnolo. Per meglio svolgere questo compito, il gesuita incontrava una volta a settimana i vescovi cit. presso l’hotel ‘Columbus’, poco distante da San Pietro.

Le posizioni dei Padri conciliari (1962-1965)

In tale contesto, p. Gumpel ha più volte sottolineato il fatto che i lavori dell’assise conciliare devono essere conosciuti attraverso i fatti realmente avvenuti, e non mediante taluni resoconti giornalistici. In particolare, affermava anche a chi scrive  che non si deve ragionare in termini di politica ecclesiastica seguendo schemi inesatti, ad es. “posizioni di destra o di sinistra”, “Padri conservatori o liberali”. Ricordo al riguardo una sua sottolineatura: “La divisione conservatore-progressista è molto discutibile. Certo, c’erano  persone più allineate alla tradizione, altre più aperte ai nuovi problemi, altre più progressiste, ma queste cose spesso si confondono. L’ho sperimentato io stesso in conversazioni personali allora. Se qualcuno era quasi un conservatore su alcune questioni, lo stesso uomo era molto più progressista dei progressisti su altre questioni. Non puoi etichettare le persone come hanno fatto alcuni. Certo, c’erano gruppi più piccoli in cui potevi usare tali etichette, ma per la gran parte dei Padri non lo facevi”.

Dottorato in teologia (1964)

Iscrittosi al terzo ciclo nella facoltà di teologia della Pontificia Università Gregoriana, p. Gumpel difese nel 1964 la dissertazione di dottorato dal titolo: Actus moraliter boni. Ein Beitrag zu der Erkenntnis der Gnadenlehre des Gregory von Rimini († 1358). [‘Atto moralmente buono. Contributo alla conoscenza della dottrina della grazia di Gregorio da Rimini († 1358)’]. Il testo fu pubblicato dalla Università Gregoriana nel 1973.

La docenza (1972)

Nel 1972 p. Gumpel iniziò l’attività di docenza (Teologia spirituale della vita religiosa) presso l’Istituto di Spiritualità della Pontificia Università Gregoriana. Venne nominato professore aggiunto nel 1979. Vi rimase fino al 1993.

Le cause dei santi (1972)

Nel 1972 p. Gumpel venne nominato consultore della Congregazione delle cause dei santi per due quinquenni. Fu anche relatore e docente dello Studium della medesima Congregazione,  dal 1983 al 1993.   P. Molinari e p. Gumpel seguirono 149 processi di beatificazione e canonizzazione.  Tra queste cause si ricordano, ad esempio, quelle di:  san Giuseppe Moscati, beato Pier Giorgio Frassati, santa Giacinta e san Francisco Marto (veggenti  di Fatima),  santi Quaranta Martiri d’Inghilterra e Galles, san Juan Diego (l’indio di Guadalupe), santa Katherine Drexel, santa Philippine Duchesne, santa Kateri Tekakwitha (prima nativa americana canonizzata). 

In tale contesto, rimane noto agli storici il rigore di p. Gumpel nell’esaminare una Positio super virtutibus. Un esempio  è legato alle vicende che interessarono la causa di canonizzazione del francescano polacco p. Massimiliano Kolbe. Quest’ultimo, fu un sacerdote che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della morte nel lager di Auschwitz. Nel corso del processo canonico venne deciso di presentarlo come martire per la fede. Giovanni Paolo II sostenne tale scelta. Dovendo presentare un parere, p. Gumpel richiamò il fatto che il religioso   aveva subìto una  decisione mortale non a motivo della sua fede ma perché si era sostituito a un condannato a morte.  Non era quindi opportuno insistere sul martirio,  ma era meglio proseguire con le procedure previste per i fedeli non martiri. Il parere di p. Gumpel non fu considerato. Si arrivò così alla proclamazione della santità del martire p. Kolbe. 

Le cause dei santi: gli studi su Pio XII

Tra i maggiori impegni di p. Gumpel si colloca lo studio pluridecennale sulla figura e l’operato di Pio XII. Tale lavoro ebbe inizio nel 1965, seguendo l’iter della causa di beatificazione del Servo di Dio Eugenio Pacelli (divenuto poi Papa) affidata ai Padri Gesuiti. Spetta a p. Molinari e a p. Gumpel  il merito di aver sviluppato delle indagini particolarmente rigorose (la Positio è composta da tremila  pagine). Al riguardo, rimane noto tra alcuni storici il fatto che quando qualche teste non riferiva in modo esauriente durante la prima deposizione, p. Gumpel lo richiamava fino a chiarire il più minuto  dettaglio.  Ciò avvenne, ad esempio, con la principessa Enza Pignatelli Aragona, e con suor Pascalina Lehnert. Proprio il rigore di questo gesuita (che gli causò molte sofferenze) consentì di far conoscere in modo più esatto le azioni di Papa Pacelli durante il secondo conflitto mondiale. In un momento nel quale non erano ancora consultabili gli Archivi Vaticani per il periodo di Pio XII (1939-1958), e in ore segnate anche da polemiche, p. Gumpel, ex-officio, con l’autorizzazione di Paolo VI, poté esaminare i documenti più diversi e dimostrare la verità riguardante più fatti storici. 

Nei diversi anni, p. Gumpel  rilasciò oltre trecento  interviste alla stampa, alla radio e alla televisione per far conoscere la figura e l’opera di Pio XII. 

Gli studi su Pio XII (segue). La cancellazione delle “leggende nere”

Al riguardo, furono diverse le leggende nere su Pio XII che egli riuscì a cancellare.  Tra quelle più significative si possono ricordare l’accusa a Papa Pacelli di essere stato “il Papa di Hitler”, il messaggio nazista ideato per allontanare i fedeli dal Pontefice, la leggenda nera di provenienza comunista, le posizioni di taluni membri della Comunità ebraica sui presunti “silenzi” di Pacelli in materia di Shoah. Tutte le storie, costruite secondo piani ben preordinati, dovevano servire a infangare l’immagine di un Papa che, in realtà, aveva reagito ai drammi del suo tempo. In tal senso,  i veri silenzi  sono da addebitare a coloro che non vollero far conoscere l’isolamento del Pontefice, la sua reale debolezza in termini di incisività di interventi, e le continue  sconfitte  subìte riguardanti ogni iniziativa umanitaria: dagli appelli a proteggere i civili, a rispettare i prigionieri, a non bloccare gli aiuti diretti verso i perseguitati del tempo, fino alla vana  richiesta di non bombardare l’Urbe e le aree vicine alla città.

La leggenda nera del Papa di Hitler

Il tenace gesuita, con il suo lavoro, dimostrò che non esisteva nessun “Papa di Hitler”, nessun Pontefice “filo-nazista”, e che nel mondo cattolico le azioni a difesa degli Ebrei non espressero solo iniziative di singoli, ma furono interventi collegati alle esortazioni ufficiali del Papa  (discorsi, allocuzioni, messaggi radio, udienze), e alle missioni   umanitarie volute da Pio XII  e realizzate in modo non appariscente. Tale posizione trovò successiva conferma anche dagli studi di chi scrive (con lettura dei dispacci che le spie tedesche trasmettevano da Roma a Berlino), da quelli del diacono permanente Dominiek Oversteyns, e dalle autorevoli prese di posizione di significative personalità ebraiche, ad esempio il dr. Paolo Mieli.

La leggenda nera nazista

Gumpel riuscì – trovando vari documenti – a dimostrare la non fondatezza di una “leggenda” che proveniva dagli ambienti nazisti. Questi, avevano diffuso, specie nei Paesi occupati, una costante disinformazione su Pio XII. In pratica, il messaggio che ripetevano era: il Papa  rimane insensibile alle vostre richieste di aiuto. La Santa Sede non vi sostiene. Non vi considera. La realtà era diversa.

I tedeschi avevano bloccato gli aiuti vaticani diretti verso i lager (pur dichiarando alla Santa Sede che tutto procedeva in modo regolare). Avevano bloccato le comunicazioni tra il Vaticano e la Polonia. (incluso il servizio postale). Avevano impedito l’azione dei nunzi (tenuti sotto controllo). E avevano  strettamente condizionato la vita delle Chiese locali. 

Durante gli anni 1939-1945, le perdite del clero polacco furono le seguenti: 1932 preti (tra i quali troviamo 6 vescovi) e 869 religiosi e religiose deceduti. Ogni iniziativa pontificia mirata a sbloccare le criticità era inascoltata, neutralizzata, segnata da rappresaglie.

L’attacco del mondo comunista

La terza “leggenda” proveniva dal mondo comunista. Pio XII aveva condannato il comunismo ateo  seguendo una linea già tracciata dai suoi Predecessori. Per contrastare tale orientamento, esponenti del regime moscovita non esitarono a diffondere dati che calunniavano il Pontefice mostrandolo debole, inerte, sensibile ai poteri forti. La falsità di tale “leggenda” fu alla fine  evidenziata attraverso lo studio di documenti ritrovati negli archivi della STASI (polizia segreta della Germania Est), in registrazioni effettuate da Radio Mosca, in articoli  pubblicati dalla Pravda, e in testimonianze di ex-dirigenti comunisti. 

Le polemiche di alcuni ebrei

Malgrado ciò, la figura di questo Pontefice continuò  ad essere criticata  soprattutto da  singoli esponenti del mondo ebraico che gli contestavano un presunto silenzio sulla Shoah. Pure in questo caso, si rese necessario un ulteriore studio di documenti, e un ascolto di nuove testimonianze (anche ebraiche) per dimostrare che Pio XII – nel suo realismo – non scelse la passività ma piuttosto un’azione capace di salvare vite umane. Tale linea operativa condusse alla fine a tutelare un alto numero di perseguitati.

Proprio nel corso delle ricerche qui cit., sostenute anche da chi scrive,  emersero nuove evidenze. 

Furono molte le persone che abbandonarono gli Ebrei nell’ora delle persecuzioni (inclusi gli  anglo-americani). Ma su questo aspetto si fece silenzio perché nel dopoguerra si erano costituite nuove alleanze, ed erano stati fissati dei precisi equilibri mondiali.  Solo di recente sono state pubblicate diverse evidenze, grazie anche all’apertura di archivi in precedenza non consultabili.

Non mancarono poi coloro che non vollero ricordare le spie presenti in Vaticano durante gli anni del secondo conflitto mondiale. Vennero inoltre mantenuti silenzi sui delatori (anche ebrei) presenti a Roma e in molte altre località. Si preferì  evitare di non accentuare troppo: a] l’azione svolta dai  collaborazionisti  repubblichini, b] l’operazione di deportazione di duemila Carabinieri in Germania (7 ottobre 1943), c] e  l’eliminazione dei resistenti in Italia. Solo in tempi recenti è stato  possibile veder circolare  i primi libri e saggi che hanno svelato molte realtà nascoste.

Malgrado la presentazione di vari documenti, singole figure del mondo ebraico hanno inteso continuare a far silenzio su realtà ormai note. In particolare, si è preferito non raccontare   quanto ritrovato da p. Gumpel dopo molte ricerche con riferimento, ad esempio,  alla razzìa degli ebrei romani il 16 ottobre 1943. Si pensi, ad esempio, alla  conversazione (ottenuta dopo continue difficoltà)  di questo gesuita con il generale Dietrich Beelitz, che nel 1943 era ufficiale di collegamento tra l’ufficio di Kesselring e il comando di Hitler.

Gumpel dimostrò che l’interazione  del Segretario di Stato card. Luigi Maglione con l’ambasciatore tedesco Ernst Heinrich von Weizsäckerfu solo un’azione formale. Quella reale,  venne attuata presso i comandi tedeschi arrivando fino a Heinrich Himmler. Tale operazione segreta fermò i rastrellamenti, bloccò nuove ricerche di ebrei, permise ai perseguitati ancora liberi di nascondersi, consentì di esaminare la posizione di ogni arrestato dai nazisti, e – fino alla fine –  permise di strappare alla morte persone ricordate pure da testimonianze ebraiche.

Dai documenti ritrovati, risultano i duri condizionamenti che dovette subire Pio XII. Ne ricordiamo alcuni: l’ordine del rastrellamento (perentorio) di Berlino, i contatti con il Vaticano tenuti da un ambasciatore tedesco che fu poi processato nel 1948 per le azioni antiebraiche, l’operato del ten. col. Herbert Kappler, un tedesco  antisemita (diffuse in seguito affermazioni ripetutamente false sui fatti del 16 ottobre 1943), il blocco tedesco dell’area vaticana per fermare un’eventuale uscita del Papa (per la normativa nazista era in corso un’operazione di guerra), i controlli sulle comunicazioni tra Santa Sede e aree esterne (così da impedire prese di posizione sgradite a Berlino),   la deviazione del percorso del treno con i deportati (non andò in Germania come ordinato ma in Polonia).

Una volta attivata la ricerca, lo studio  di p. Gumpel  (già intrapreso con p. Molinari) sulla persona e sui tempi di Pio XII  non si fermò più. Fino alla morte questo gesuita  si mantenne costantemente informato sulle pubblicazioni riguardanti Papa Pacelli. Emerse  in tal modo anche un’evidenza storica dolorosa.  Molti riflettori erano stati puntati volutamente su Pio XII per lasciare in ombra (e quindi nascondere) delle politiche avverse alla Santa Sede, e delle realtà irraccontabili. Tra queste, oltre a eccidi tenuti nascosti e a esperimenti tragici in Giappone, si collocano le decisioni alleate di non bombardare la rete ferroviaria che conduceva ai lager nazisti, di non informare gli ebrei romani dell’imminente razzìa tedesca stabilita per il 16 ottobre 1943, di utilizzare criminali nazisti, dopo la guerra, da parte di più Stati (USA, Russia …), fino all’ultima scoperta dei ricercatori: la stretta collaborazione tra lo Stato di Israele e alcuni gerarchi tedeschi ricercati per i loro crimini.

I Gesuiti e Paolo VI (1974)

Gli anni post-conciliari furono segnati anche da un profondo rinnovamento degli Ordini religiosi. Tale orientamento fu pure caratterizzato da dibattiti interni ove non mancarono posizioni differenti. Qualcuno arrivò a parlare di “crisi”,  sia per le scelte di taluni di uscire dal proprio Istituto, sia  per un confronto critico con  il magistero pontificio. Paolo VI aveva già invitato nel 1965 i gesuiti a operare in modo da difendere la Chiesa dall’ateismo teorico e militante. 

Negli anni Settanta (XX sec.) il Papa si preoccupò ancora che la Compagnia di Gesù, forza operativa sulla quale i Pontefici avevano fatto affidamento, camminasse sul solco tracciato da sant’Ignazio di Loyola. Emergeva in quel momento il rischio di una divisione tra religiosi. Paolo VI e la Curia Romana seguivano con attenzione i lavori preparatori della 32a Congregazione Generale. Ci furono discorsi del Pontefice con esortazioni molto decise nei toni. Si svolsero colloqui privati tra il Papa e il Preposito Generale dei gesuiti p. Pedro Arrupe (facilitati per due volte da p. Molinari e da p. Gumpel), e incontri in Segreteria di Stato vaticana. In talune ore sembrò non facile conservare delle sintonìe.  Malgrado ciò, il Pontefice cercò in ogni modo di tutelare la natura della Compagnia di Gesù come la sua coscienza e la cognizione storica lo ispiravano.

Il 3 dicembre del 1974, Paolo VI rivolse un discorso ai 237 padri gesuiti chiamati a partecipare alla XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù. In tale occasione fece anche le seguenti affermazioni che qui di seguito si trascrivono.

“(…) Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti: la vostra Società aderisce e si confonde con la società della Chiesa, nelle opere molteplici che sapete animare, pur tenendo presente la necessità che tutte siano unificate dall’unico punto di vista della gloria di Dio e della santificazione degli uomini, senza dispersioni che impediscano scelte prioritarie.

E allora perché dubitate? 

Avete una spiritualità fortemente tracciata, un’identità inequivocabile, una conferma secolare che giunge dalla bontà di metodi, che, passati attraverso il crogiuolo della storia, portano tuttora l’impronta della forte spiritualità di Sant’Ignazio. 

Allora non bisognerà assolutamente mettere in dubbio che un più profondo impegno nella via fin qui percorsa, nel carisma proprio, non sia nuovamente fonte di fecondità spirituale e apostolica. 

È vero, è diffusa oggi nella Chiesa la tentazione caratteristica del nostro tempo: il dubbio sistematico, la critica della propria identità, il desiderio di cambiare, l’indipendenza e l’individualismo. 

Le difficoltà che voi avvertite sono quelle che prendono oggi i cristiani in generale, davanti alla profonda mutazione culturale che colpisce il senso stesso di Dio; le vostre sono le stesse difficoltà degli apostoli di oggi, che sentono l’assillo di annunziare il Vangelo e la difficoltà di tradurlo in un linguaggio recepibile dai contemporanei; sono le difficoltà di altri Ordini religiosi. 

Comprendiamo i dubbi e le difficoltà vere, serie, che alcuni di voi provano. Voi siete agli avamposti di quella rinnovazione profonda che la Chiesa, specie dopo il Concilio Vaticano II, sta affrontando in questo mondo secolarizzato. 

La vostra Compagnia è, diciamo, il test della vitalità della Chiesa attraverso i secoli; essa è forse uno dei crogiuoli più significativi, nei quali si incontrano le difficoltà, le tentazioni, gli sforzi, la perennità e i successi della Chiesa intera.

Certamente è una crisi di sofferenza, e forse di crescenza, come più volte è stato detto: ma noi, in qualità di Vicario di Cristo, che deve confermare nella fede i fratelli, e voi parimente, che avete la pesante responsabilità di rappresentare consapevolmente le aspirazioni dei vostri Confratelli, tutti dobbiamo vegliare affinché l’adattamento necessario non si compia a detrimento  della identità fondamentale, dell’essenzialità della figura del Gesuita, quale è descritta nella Formula Instituti, quale la storia e la spiritualità propria dell’Ordine la propongono, e quale l’interpretazione autentica dei bisogni stessi dei tempi sembra ancora oggi reclamare.

Quell’immagine non dev’essere alterata, non deve essere sfigurata.

Non si potrà chiamare necessità apostolica ciò che non sarebbe altro che decadenza spirituale, quando Ignazio avvisa chiaramente ogni confratello inviato in missione che, «rispetto a sé isteso, procuri di non dimenticarsi di sé per attendere agli altri, non volendo far un minimo peccato per tutto il guadagno spirituale posibile, né anche metendosi in pericolo». 

Se la vostra Società si pone in crisi, se cerca avventurose vie che non sono le sue, ne vengono a soffrire anche tutti coloro che, in un modo o nell’altro, debbono ai Gesuiti tanto e tanto della loro formazione cristiana.

Ora, voi lo sapete quanto Noi, oggi appare in alcune vostre file un forte stato di incertezza, anzi una certa fondamentale rimessa in questione della vostra stessa identità. 

La figura del Gesuita, quale l’abbiamo tratteggiata in sommi capi, è sostanzialmente quella di un animatore spirituale, di un educatore alla vita cattolica dei contemporanei nella fisionomia sua propria, come abbiamo detto, di sacerdote e di apostolo. 

Ma, ci chiediamo, e voi vi chiedete, a titolo di coscienziosa verifica e di rassicurante conferma, a che punto sta ora la vita di preghiera, la contemplazione, la semplicità di vita, la povertà, l’uso dei mezzi soprannaturali? 

A che punto sta l’adesione e la testimonianza leale circa i punti fondamentali della fede e della morale cattolica, come sono proposti dal Magistero ecclesiastico? La volontà di collaborare con piena fiducia all’opera del Papa? 

Le «nubi sul cielo», che vedevamo nel 1966, sia pure «in gran parte dissipate» dalla XXXI Congregazione Generale, non hanno forse purtroppo continuato a gettare qualche ombra sulla Compagnia? 

Alcuni fatti dolorosi, che mettono in discussione l’essenza stessa dell’appartenenza alla Compagnia, si ripetono con troppa frequenza, e ci vengono segnalati da tante parti, specialmente dai Pastori delle diocesi, ed esercitano una triste influenza nel clero, negli altri religiosi, nel laicato cattolico. 

Questi fatti chiedono a Noi e a voi una espressione di rammarico: non certo per insistervi, ma per cercare insieme i rimedi affinché la Compagnia rimanga, o torni ad essere ciò di cui vi è bisogno, ciò che essa dev’essere per rispondere all’intenzione del Fondatore e alle attese della Chiesa, oggi.

Occorre uno studio intelligente di ciò che è la Compagnia, un’esperienza delle situazioni e degli uomini; ma occorre altresì, e sarà bene insistervi, un senso spirituale, un giudizio di fede sulle cose che dobbiamo fare, sulla via che ci si apre davanti, tenendo conto della volontà di Dio il quale esige una disponibilità incondizionata (…)”.

Nel contesto delineato anche dal cit. discorso di Paolo VI, l’azione di p. Peter Gumpel sj fu sempre a sostegno del magistero pontificio. Egli, come già annotato, insieme a p. Molinari favorì gli incontri tra il p. Arrupe e il Papa, si confrontò con i confratelli su diverse questioni, e dialogò con gli stessi superiori del tempo per favorire comprensioni e chiarimenti.

Ulteriori studi (1985)

Nel 1985, l’Editrice milanese ‘Àncora’ pubblicò un libro di p. Molinari e di p. Gumpel sul capitolo VI «De religiosis» della costituzione dogmatica sulla Chiesa. Tale lavoro venne divulgato anche in inglese (1987). Al riguardo, si trascrive qui di seguito la prima parte della prefazione per la sua significatività.

“Sono trascorsi 20 anni dalla promulgazione della “Lumen Gentium”: in questo periodo post-conciliare abbiamo assistito ad uno sforzo di rinnovamento ammirevole.

Non si può tuttavia ignorare che in questo movimento di ricerca di nuove vie per l’attuazione del Concilio si sia a volte proceduto sulla base di certe espressioni dei testi conciliari, ponendo enfasi esagerate o non sufficientemente equilibrate su questo o quell’altro aspetto di una dottrina più complessa.

Il verificarsi di tale fenomeno non era certo dovuto a cattiva volontà, ma piuttosto alla inadeguata conoscenza di ciò che il Concilio ha effettivamente insegnato. 

L’utilizzazione di frasi conciliari avulse dal loro contesto; la considerazione di alcune affermazioni, che per volere dello stesso Concilio dovevano essere prese insieme ad altre che le qualificavano, ha, in molti casi, condotto a deprecabili unilateralismi e anche a deviazioni. Le traduzioni non sempre accurate hanno anch’esse avuto la loro parte in tale fenomeno.

In questo 20° anniversario della Lumen Gentium ci sembra dunque  doveroso cercare di mettere  oggettivamente in luce che cosa il Concilio effettivamente ha insegnato e posto in rilievo, ovvero respinto o ridimensionato nei riguardi della vita consacrata. È questo un servizio alla Chiesa ed alla vita religiosa che sentiamo di dover offrire proprio per favorirne la vitalità che le è propria ed il contributo reale che essa deve dare alla missione del Corpo di Cristo che è la Chiesa.

La conoscenza storica dei fatti, come pure del complesso “iter” che ha portato alle formulazioni dei testi quali furono definitivamente approvati, è assolutamente necessaria allo scopo di comprendere  il vero valore dell’insegnamento conciliare.

La pubblicazione degli “Acta Synodalia”  permette di fare oggi quel lavoro di presentazione non solo oggettiva, ma soprattutto documentata, del significato di frasi ed espressioni chiave, che gettano luce su molti altri aspetti che ad esse si ricollegano.

Come è ben noto dalla storia dei Concili Ecumenici e della teologia, è non solo utile ma imprescindibilmente necessario conoscere l’autentico significato dei testi conciliari quale fu inteso dalla Assise dei Padri che li avevano elaborati, discussi, riformulati e finalmente approvati: questo infatti non avvenne senza l’assistenza dello Spirito Santo.

L’ignorare ciò che la Chiesa “ductu Spiritus Sancti” ha deliberatamente affermato ovvero rigettato; il rifiutare di informarsi per giungere a veramente conoscere ciò che il Concilio ha finalmente insegnato; il voler  rimanere attaccati a certe opinioni personali e, per sostenerle, interpretare le parole di un testo conciliare senza tener conto delle autorevoli  interpretazioni date ad esse dalle rispettive Commissioni prima che i Padri Conciliari approvassero i testi; il voler prescindere dalle chiare affermazioni chiarificatrici contenute negli Atti ufficiali, significa di fatto precludersi a quella luce che lo Spirito Santo ha offerto. (…)”.

Gumpel polemista (2000)

Il 27 ottobre del 2000, il quotidiano ‘Avvenire’ pubblicò il parere del p. Gumpel sui lavori di una commissione mista formata da ebrei e da cattolici. Tale gruppo si era ritrovato in Vaticano per studiare documenti riguardanti Pio XII.  Al termine degli incontri, emersero lamentele da parte dei ricercatori. Intervenne allora p. Gumpel per chiarire il punto della situazione. Si riportano le risposte fornite al direttore dell’agenzia di informazione internazionale ‘Zenit’.

Gumpel: Trovo il comportamento della “Commissione storica internazionale cattolica-ebraica” sleale verso la Santa Sede, accademicamente inaccettabile e scorretto”. Il rapporto che hanno presentato è preliminare e doveva essere discusso qui a Roma con persone ritenute bene informate. Sono venuti a Roma per tre giorni hanno presentato 47 domande. Ho avuto il testo con le domande 15 giorni prima della seduta. Ho preparato 47 dossier rispondendo alle singole domande con una vasta e solida documentazione. Sono stato ascoltato dalla Commissione per tre ore e mezzo nella mattinata di martedì 24 ottobre (2000). Il tono della discussione è stato accademico e cortese. Ho fornito risposte concrete a tutte le domande, circa 10, che potevano essere trattate in quel lasso di tempo. L’intera discussione è stata registrata e la seduta è stata gestita da un moderatore del tutto imparziale e correttissimo.

Ho palesato pubblicamente la mia disponibilità a fornire tutte le risposte, ma nessun membro della Commissione si è più messo in contatto con me. Avevano chiesto che due persone della commissione potessero parlare con padre Pierre Blet, ma l’appuntamento è stato disdetto senza nessuna spiegazione. 

Se volevano avere una discussione ampia e dare a noi la possibilità di fornire risposte esaurienti alle singole questioni il tempo da loro fissato era insufficiente. Ciò nondimeno la nostra disponibilità è stata massima. Ma la Commissione ha deciso di non conoscere tutte le risposte. Inoltre il rapporto che è stato pubblicato è di carattere preliminare, il che significa che doveva servire come base di studio e di discussione. Invece è stato diffuso su Internet e dalla stampa. Con quale diritto hanno diffuso in tutto il mondo il rapporto preliminare in cui si riportano pesanti accuse a Pio XII ed alla Chiesa senza aver ascoltato nemmeno le risposte agli interrogativi sollevati?

Mi domando perché hanno fatto questo. Volevano influenzare l’opinione pubblica contro Pio XII e la Chiesa? 

Questo è accaduto proprio mentre noi cattolici stiamo compiendo ogni sforzo per migliorare i rapporti con il mondo ebraico.

Questa fuga di notizie non è la prima volta che accade. La stessa cosa è stata fatta il 4 agosto quando il giornale israeliano Haaretz, diffuso anche su internet, ha pubblicato un articolo relativo alle attività della Commissione in cui si diceva che: “attivisti ebraici e leader europei hanno visto il rapporto preliminare”, mentre noi studiosi ed esperti a Roma l’abbiamo avuto appena 15 giorni fa. Trovo questo comportamento sleale e disonesto.

Domanda: Nel Rapporto preliminare la commissione dice che mancano i documenti preparatori dell’enciclica Mit Brennender Sorge

Gumpel: L’enciclica Mit Brennender Sorge fu pubblicata nel 1937, per forza non si trova molto nei volumi presi in considerazione perché questi iniziano dal 1939 e vanno avanti fino al 1945. Inoltre,  la Mit Brennender Sorge è stata pubblicata da Pio XI e non da Pio XII. Chiedono altri documenti su questa enciclica, ma non conoscono almeno quattro volumi che ho citato pagina per pagina, dove si trova la redazione originale dell’enciclica e poi quella pubblicata. Libri che riportano anche nei minimi dettagli la storia dell’enciclica.

Domanda: Nella seconda domanda dicono che ci sarebbe stato un presunto il cambiamento di Pacelli nel momento in cui è divenuto Papa …

Gumpel: Si tratta di una loro opinione perché, soprattutto nei confronti dei nazisti Pacelli è stato assolutamente coerente. Nel marzo 1939, Pio XII ricevette alla vista dell’ambasciatore tedesco e disse testualmente: “Noi faremo tutto il possibile per la pace ma se loro cionondiméno vogliono la guerra noi ci difenderemo”.

Domanda: La Commissione sostiene che tramite Montini Pio XII approvò le leggi antisemite di Petain

Gumpel:  Si tratta di un falso clamoroso. In seguito alle leggi razziali ci furono proteste organizzate dai cattolici e dagli ebrei in tutta la Francia. Petain si impressionò e cercò di creare una frattura tra il clero francese e quello romano. Scrisse a Léon Bérard ambasciatore presso la Santa Sede. E Bérard inviò a Pétain un lungo rapporto il cui testo integrale è stato ripubblicato nel 1946. La Commissione sostiene che Bérard avrebbe riportato di aver avuto da Giovanni Battista Montini un’approvazione all’antisemitismo di Vichy purché “fosse amministrato con carità”.

Ebbene si può leggere e rileggere il rapporto di Bérard senza mai trovare né il nome di Domenico Tardini né tantomeno quello di Montini che avrebbero detto queste cose. Bérard non fa mai il nome di Tardini né di Montini. Si tratta di un’invenzione. Certo lui ha parlato con Tardini e Montini, ma che questi avessero approvato la legge antisemite non è scritto da nessuna parte. Quindi si tratta di una falsificazione della storia, una vera frode.

Domanda: Secondo la Commissione il metropolita di Lvov, Andrzeyj Szeptyckyj avrebbe denunciato alla fine di agosto del 1942 le atrocità nazista a cui avrebbero partecipato anche alcuni cattolici …

Gumpel: Questo arcivescovo ha scritto due lettere, una riguarda l’occupazione da parte dei russi. (Volume 3,1 pag. 24 nell’introduzione, 30 agosto 1941). In cui disse che i comunisti perseguitavano tutti quelli che erano cristiani, deportato in Russia 500.000 persone e ucciso tanti sacerdoti. Quasi la metà dei fedeli deportati in Russia. L’anno dopo scrisse un altra lettera descrivendo le atrocità dei tedeschi.

La Commissione ha detto che c’erano cattolici che hanno perseguitato gli ebrei, ebbene io ho letto la lettera diverse volte e non ho trovato scritto quello che loro affermano. Si tratta di una interpretazione indebita e calunniosa. Forse non hanno capito il testo, dove invece c’è scritto il contrario e cioè “(…) devo menzionare con grande riconoscenza l’aiuto che a noi danno i cattolici tedeschi attraverso i canali di un’associazione destinata ad aiutare i tedeschi fuori dalla Germania (Volume 3, 2 pagina 626-627)”. Nella domanda la Commissione cita la lettera giusta ma falsifica i termini. Ebbene errori di questo tipo si trovano in quasi tutte le domande poste dalla Commissione.

Eugenio Pacelli Venerabile (2009)

Il 19 dicembre del 2009,  con un decreto firmato da Benedetto XVI  che ne attesta le virtù eroiche, Pio XII è stato proclamato Venerabile. Tale traguardo poté essere raggiunto valorizzando in particolare le ricerche svolte dai padri gesuiti Molinari e Gumpel.  In questo periodo si registrarono diverse interviste a quest’ultimo.

Gli anni di p. Gumpel in infermeria (2011-2022)

Dal 2011 il p. Gumpel ha vissuto in una stanza dell’infermeria posta all’interno della residenza romana  ‘San Pietro Canisio’ della Compagnia di Gesù. È stato un periodo ove il padre gesuita non ha mai smesso di lavorare. Ogni volta che lo andavo a trovare mi indicava i lavori che stava preparando, rispondeva al telefono per fornire pareri ad alti ecclesiastici della Santa Sede,  replicava a giornalisti, sosteneva gli studi degli archivisti (es. Johan Ickx) e  degli storici (Andrea Tornielli, Matteo Napolitano, il sottoscritto…), scriveva prefazioni a libri (di Michael Hesemann, del sottoscritto…), forniva ricerche per i superiori, commentava eventi ecclesiali e civili, confessava, e non aveva difficoltà  a intervenire in seminari scientifici o nella registrazione di documentari. Ricordo, ad esempio, un’intervista all’aperto (vicino  al Tevere) che gli venne fatta da un regista francese.  E non dimentico che mi fu accanto in un incontro con gli studenti della Pontificia Università della Santa Croce, in una conferenza alla Radio Vaticana per presentare un mio libro, e nella difesa di chi scrive quando un giornalista, con manovre non chiare, intendeva far pubblicare da un suo amico editore  un mio saggio come ebook in assenza di un contratto preliminare.

Nei nostri colloqui era frequente il ricordo di p. Molinari (che conobbi nell’ultima fase della sua vita), e si rinnovava il pensiero a Pio XII. P. Gumpel mi raccontava di quando incontrò Papa Pacelli per la prima volta in Vaticano. In quell’incontro, voluto dal Pontefice, Pio XII  intese ringraziare il religioso per avergli consegnato un libro che gli serviva per i suoi studi. E sottolineava la gentilezza e il rispetto verso il giovane Gumpel da parte del Vicario di Cristo.

L’amico gesuita era inoltre d’accordo con me sul fatto che in molti casi (inclusa una mostra allestita in Vaticano) erano state accantonate molte foto che attestano l’umanità del Papa. 

Su questo aspetto si possono citare gli incontri con: mutilatini di don Gnocchi (1948, 1950), infermi (es. 1957), bambini (es. 1949), attori (es. i fratelli De Filippo), ciclisti (es. Fausto Coppi e Gino Bartali; 1959), motociclisti (1949), lavoratori del mattatoio di Roma (1957), personale circense,…  Senza far conoscere queste significative udienze,  sono state – al contrario – ripresentate immagini che sembrano dare la sensazione di un Papa “lontano”, poco attento alle vicende quotidiane del mondo. Evidentemente, questa è la conclusione, con tale messaggio iconografico  non  viene facilitato l’approccio anche spirituale delle nuove generazioni verso Pio XII.

La vita quotidiana in infermeria

In tale contesto,  ho ritenuto proficuo  rivolgermi al p. Manuel Morujão, S.J.. Gli ho chiesto di annotare qualche ricordo di p. Gumpel.  Riporto qui di seguito la lettera del cit. gesuita.

“Dopo una cinquantina d’anni di lavoro nella Postulazione Generale della Compagnia di Gesù (Cause di beatificazione e canonizzazione), vivendo nella Curia Generalizia dei gesuiti, collega e amico del padre Paolo Molinari, il Postulatore, è stato trasferito alla Residenza San Pietro Canisio, vivendo nella sezione dell’Infermeria.

Fino a pochi mesi prima della sua morte, ha continuato a mantenere un’intensa corrispondenza con persone conosciute e amiche. 

Abbiamo ammirato nel padre Gumpel particolarmente:

– la sua prodigiosa memoria, ricordando eventi, nomi e date, come si fossero cose recenti; ascoltare la sua vasta cultura era un privilegio;

– la lucidità del suo pensiero, che ha mantenuto praticamente fino alla fine;

– la sua virtù della gratitudine, ringraziando intensamente i piccoli gesti di servizio e amicizia;

– la testimonianza che ci ha offerto di uomo spirituale, centrato in Dio, vivendo il “primo Deum”, come Sant’Ignazio ci indica nelle Costituzioni, testimoniando che la promozione delle cause di santi, per tanti anni, lo ha positivamente contagiato;

– il suo amore alla Chiesa, “nostra santa Madre gerarchica”, usando le parole di Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali, particolarmente quando malintesa o falsamente accusata, difendendo la verità storica con intelligenza e coraggio. P. Manuel Morujão, S.J.

I colloqui sull’Opus Dei

Tra i molti studi di cui sono autore, avevo rivolto (e continuo a rivolgere) attenzione anche alla prelatura dell’Opus Dei, alla sua storia, alla vita interna. Al riguardo, in anni di ricerche, mi accorsi che esistevano molti aspetti sui quali permanevano ombre e silenzi. Per tale motivo, scelsi alla fine (anche dopo colloqui con membri dell’opera, e dopo la lettura di una biografia del fondatore in più volumi) di rivolgermi a vari ex-numerari (persone uscite dalla prelatura).

L’interazione si mostrò significativa (specie i contatti con Milano, Madrid, Barcellona). I miei interlocutori (alcuni anche in possesso di più titoli universitari) mi fornirono decine di documenti (già pubblicati in siti online e in libri). Dall’analisi storica emersero una serie di vicende che modificavano le versioni ufficiali. Mi colpirono  pure delle evidenze legate alla canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei, Escrivá de Balaguer.

Anche altri storici, da me incontrati,  erano perplessi su vicende ritenute non trasparenti. Ad es. il responsabile della consulta medica che esaminò la guarigione di una persona e che la indicò come fatto non spiegabile sul piano scientifico fu un numerario dell’Opus Dei. Inoltre, diversi colleghi erano colpiti dal fatto che gran parte della Positio era stata riservata alla deposizione del primo successore di Escrivà (Álvaro del Portillo), suo confessore. È previsto infatti nella Chiesa il non inserimento dei confessori tra i testi dei processi di canonizzazione. Un altro punto problematico fu la non escussione di testi non favorevoli alla persona e all’operato di Escrivà. Qualcuno, inoltre, evidenziò il fatto che i testi di Escrivá erano stati “rivisti” modificando le espressioni più aggressive (es. da “i nostri nemici” si passò a “l’opposizione dei buoni”).

Su questi punti ricordo che non sono mancati colloqui riservati tra storici della Chiesa (in Vaticano e in altri ambienti), e sono pure avvenuti contatti discreti con monsignori testimoni di vari fatti.

In tale contesto, si ricorda una vicenda. Il successore di Escrivà, cit. in precedenza, è stato beatificato. Ora, l’Opus Dei si muove per la sua canonizzazione. Eppure, dai documenti conservati anche a Madrid, risulta un fatto: in fase di interrogatorio canonico egli presentò in modo idilliaco la figura di Escrivá. Per due volte, sotto giuramento, evidenziò il carattere sereno e fraterno del fondatore. Da vari resoconti di persone che conobbero il fondatore risultano, al contrario, comportamenti contrari alla carità, violenti, aggressivi, dominanti, vendicativi. A questo punto, quali passi deve compiere uno storico?

Parlai di ciò con p. Gumpel ed egli, come di consueto, volle esaminare i documenti che offuscavano la figura di del Portillo. Lo fece con calma. Da solo. Dedicando ore. Alla fine, anche lui  si rese conto del fatto che era corretto informare la Santa Sede. Chi scrive preparò allora una comunicazione con documenti, allegando pure la testimonianza non breve di p. Gumpel.  Il plico fu inviato  (14 settembre 2018) all’allora  prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il  card. Giovanni Angelo Becciu. Questi non rispose. Venne scritto allora al Santo Padre (9 luglio 2019). Stavolta, la Santa Sede inviò una lettera di riscontro (30 luglio 2019) a firma del Sostituto Arciv. Mons. Edgar Peña Parra.  L’alto ecclesiastico, in particolare, annotò “che dello scritto e dei relativi allegati è stata presa debita nota”.

La conoscenza personale di p. Gumpel

Ho avuto l’onore di interagire con il p. Gumpel per un non breve periodo di tempo. Lo cercai la prima volta perché stavo preparando un libro su Pio XII. Avevo già una certa conoscenza di chi operava  nelle cause dei santi  perché uno dei miei Maestri è stato SE mons. Andrea Maria Erba. Quest’ultimo,  ad esempio, come consultore della Congregazione per le cause dei santi, ebbe il delicato incarico della ponenza per le due fasi della causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina. 

Gumpel, disponibile e rigoroso, ha scritto le prefazioni a nove miei libri di storia. Studiava ogni pagina delle bozze. Annotava centinaia di integrazioni, anche minime. Con lui ho dialogato per molte ore nella sua camera, pure  nell’ultimo periodo, quando la malattia lo aveva costretto a stare su una carrozzina, con un catetere permanente, e quando iniziarono i problemi di udito e quelli alla vista.  E sono sempre rimasto colpito dalla sua lucidità e dal silenzio sulle proprie sofferenze.

Questo amico non era un emotivo. Rimaneva fedelissimo alla Chiesa e al Papa. Unitamente a ciò, sapeva sviluppare delle analisi storiche ove non si faceva condizionare da pressioni o da correnti di pensiero. Era chiaro, equilibrato, sempre attento a citare le fonti, i nomi degli autori, i titoli dei nuovi libri. Per lui non c’erano nemici ma solo interlocutori  posizionati eventualmente su altre linee di pensiero. 

Unitamente a ciò, padre Gumpel rimaneva rigoroso negli aspetti etici. In più occasioni scelse di seguire opzioni scomode ma trasparenti. Nella stessa Congregazione delle cause dei santi, ad esempio, fece pressioni su più interlocutori per evitare un “giro” di denaro che esulava da determinate responsabilità. Accentuò poi  le azioni per valorizzare il fondo economico riservato alle Cause in cui gli “attori” non possedevano forza economica. Interagì con fermezza con alcuni colleghi per completare le indagini storiche in casi non chiari (ove si tendeva a “chiudere” rapidamente, a “soprassedere” su vicende non approfondite). E invitò le Autorità Ecclesiastiche a vigilare su giuramenti riguardanti casi  da meglio esaminare. 

Sul piano dei nostri rapporti privati, padre Gumpel è stato per me sacerdote, padre, collega, maestro e testimone della fede. Il suo modo di accogliere (mi attendeva nel corridoio in carrozzina), il rispetto verso il visitatore (mi proponeva di sedere dietro la sua scrivania),  l’attenzione a vicende personali, gli auguri per le festività, la sua benedizione a fine colloquio, rimangono tra i ricordi più belli della mia vita.

Anche gli episodi più nascosti del suo esodo terreno rimangono in me una fonte di luce. Penso a quando è intervenuto in modo discreto a favore di soggetti in difficoltà. Alla sofferenza provata in presenza di un confratello con segni di sofferenza mentale. All’interazione premurosa con alcuni infermieri.  E ricordo anche quando (non era ancora bloccato in carrozzina) si recava puntualmente nel refettorio (prima della distribuzione dei pasti) per meglio assistere alcuni confratelli che avevano necessità di un sostegno. Sul suo tavolo c’era sempre un Crocifisso, un’immagine mariana e un rosario. In tal senso, egli non ha predicato delle semplici regole comportamentali, ma dei motivi positivi per aprirsi a Dio-Vita.

Alcuni temi sui quali si rifletteva insieme.

La locuzione interiore

Nei colloqui con il p. Gumpel non sempre si parlava di storia della Chiesa e di fatti legati alla cronaca recente. Ci si inoltrava talvolta a riflettere su temi che esigevano approfondimenti non brevi. Ne indico qui di seguito alcuni. In diverse Positiones, e in talune in particolare, si avverte  l’uso dell’espressione “locuzione interiore”. Si vuole in tal modo indicare il verificarsi di uno straordinario aiuto divino a favore  di un fedele (uomo o donna).  Quest’ultimo “sente”  nel suo animo la voce del Signore, il Suo messaggio. Può percepire un desiderio divino. E di tale esperienza ne diventa poi testimone. Nel contesto ricordato, però, è la Chiesa, “Mater et Magistra”, a recepire le informazioni su queste rivelazioni private , e ad esaminare ogni vicenda alla Luce della Rivelazione e dei  dati che si riferiscono ai soggetti e ai contesti.  

A queste sottolineature si deve poi aggiungere un dato biblico chiave. Il Signore Dio non rivolge il Suo aiuto solo verso taluni prescelti. Ogni credente, infatti, riceve il dono della Grazia Santificante (rif. Sacramenti) e la possibilità  di valorizzare l’intelligenza, il proprio mondo interiore, l’orientamento vocazionale, l’apertura alla voce dello Spirito.   In definitiva, il Padre che è nei Cieli “parla” a tutti i suoi figli in modi e tempi diversi.

In tale contesto, le rivelazioni private ritenute autentiche sono stimate un atto di amore e di condiscendenza di Dio per il dono di una più profonda conoscenza dei Suoi misteri rivelati e l’esortazione a viverli più fruttuosamente, specie in determinati contesti storici, per una o più persone o per la Chiesa intera.

La frase “su ispirazione divina”

Anche l’espressione “su ispirazione divina” presenta analogie con quella che riguarda la locuzione interiore. “Ispirazione”, infatti, non significa una continua ripetizione di fatti straordinari, ma vuol  piuttosto esprimere un’iniziativa che si realizza solo quando Dio lo vuole. Al riguardo, per chi esamina una Positio, non è semplice approfondire determinate dinamiche interiori perché talune scelte  possono essere legate semplicemente all’ascolto di omelie, all’assistenza costante di padri spirituali, a letture religiose, a ore di meditazione, a doti personali di analisi e di comprensione.  Un consacrato o un laico, che ha ricevuto una  seria formazione, e che medita costantemente sulla Parola di Dio, già possiede – infatti –  dei criteri per orientarsi nelle vicende ecclesiali e civili. Sa agire di conseguenza. In tal senso, molte scelte decise in un contesto di servizio ai fratelli esprimono sia l’azione della  Grazia, dello Spirito, sia le capacità personali di iniziativa e di realizzazione. È da quest’insieme di doni che si può individuare la fecondità spirituale.

Beatificazione e canonizzazione

Nell’attuale periodo emerge talvolta un orientamento che intende essere innovativo.  Si tratta, in pratica, di ridisegnare l’iter che conduce un candidato alla proclamazione a santo. Tale fatto nuovo si è espresso indicando l’utilità di semplificare le procedure canoniche, fino ad arrivare all’idea di abolire la fase della beatificazione. A ben vedere, in realtà, le diverse posizioni cit., non sempre tengono conto di un patrimonio sapienziale della Chiesa. Sul piano storico, infatti, l’individuazione di due momenti distinti nella valutazione di un candidato ha il fine  di evitare i rischi dell’emotività, della fretta esagerata, dell’entusiasmo popolare che si allontana dalla ponderazione. Si deve poi considerare il fatto che nella proclamazione di un santo  è coinvolta l’autorità suprema del Papa, e che viene esteso il culto di chi è canonizzato in tutta la Chiesa universale. È necessario, quindi, individuare una fase precedente capace di constatare l’esistere o meno di virtù eroiche alla luce di testimonianze e di atti documentali. Già proclamando un candidato “beato”, comunque, si autorizza un culto locale, e si assegna il tempo necessario per preparare in modo corretto la seconda fase del processo canonico. 

Le prove

Nell’attuale processo canonico,  le prove della santità di un candidato vengono raccolte in fase diocesana utilizzando testimonianze orali, scritti del servo di Dio, pubblicazioni di ogni genere riguardante la persona e l’opera di chi viene esaminato. Tale materiale andrà poi a confluire nella Positio super Virtutibus, cioè nel lavoro che presenta la persona del candidato con allegata la documentazione di merito. I medesimi atti saranno un riferimento anche per la fase di canonizzazione. In tale contesto,  esistono orientamenti di pensiero che propendono per alcune modifiche. Ad esempio, si ritiene da  taluni che la Positio non dovrebbe superare un certo numero di pagine così da essere letta in modo più agevole. Unitamente a ciò, non mancano inoltre posizioni ove si insiste sul fatto che fino all’ultima fase della canonizzazione dovrebbero essere recepite prove documentali (specie se critiche verso il candidato). In presenza di tali convinzioni potrebbe essere utile ricordare due aspetti significativi. Nel primo caso, un limite al numero di pagine di una Positio potrebbe costituire un impedimento alla ricerca della verità, e potrebbe facilitare in alcuni un indebolimento di comportamenti. Nel secondo caso sarebbe auspicabile una continua acquisizione di documenti perché, specie dopo la proclamazione a beato, potrebbero essere diffusi scritti critici con riferimenti a fatti concreti. 

Il ruolo di chi può presentare obiezioni

Esiste, ancora, un tema che ricorre talvolta nei dibattiti. Riguarda, in particolare, il ruolo di chi può sollevare rilievi con riferimento ad aspetti della causa in corso. Tale compito spettava in tempi precedenti al c.d. “avvocato del diavolo”. Attualmente la riforma voluta da Giovanni Paolo II  prevede che presso la Congregazione delle cause dei santi  deve operare  un “promotor fidei” (promotore della fede) o prelato teologo. Questi, deve: presiedere il congresso dei teologi, in cui ha diritto di voto; preparare la relazione sullo stesso congresso; partecipare alla congregazione dei padri cardinali e dei vescovi come esperto, senza tuttavia diritto di voto. Per una o un’altra causa, se sarà necessario, dal cardinale prefetto può essere nominato un “promotor fidei” che faccia al caso.

In tale contesto, quindi, i processi di canonizzazione assumono il volto di “un’indagine” il cui obiettivo è quello di  discernere la volontà di Dio su una persona candidata agli altari. Tale discernimento è un elemento chiave per cercare la verità. Talvolta, infatti, a volte per eccessivo affetto, per devozione, per distrazione o per altri motivi, si può presentare la figura in un modo non adeguato, perché mancano ricerche o documenti storici. Inoltre, non si deve dimenticare che ogni persona ha dei difetti, dei limiti. Affinché  tali situazioni possano emergere in modo trasparente per un opportuno esame, il “promotore della fede” risulta di particolare importanza.

A questo punto sono emerse da più parti delle osservazioni. A taluni sembra che l’attuale ruolo del promotore della fede sia inserito in una dinamica restrittiva, con limitate possibilità di agire in più momenti del processo di canonizzazione. Da una parte, infatti,  si comprende il desiderio pastorale di favorire con semplificazioni i procedimenti canonici per estendere le dichiarazioni di santità a ogni Chiesa locale presente nel mondo. Dall’altra, però, permane la necessità di consentire verifiche, chiarimenti, ulteriori approfondimenti, per meglio svolgere una diaconia della verità.

La guarigione istantanea

Un altro aspetto rimane rilevante nei processi di canonizzazione: la dichiarazione di guarigioni  scientificamente non spiegabili. In particolare, la malattia deve avere caratteristiche di gravità, con prognosi negativa. La diagnosi reale deve essere certa e precisa. La malattia deve  essere solo organica. Un eventuale trattamento non può aver favorito il processo di guarigione. Quest’ultima, deve essere repentina, inaspettata e istantanea. Il recupero della normalità deve  essere completo (e senza convalescenza). La guarigione deve essere duratura (senza ricaduta). A decidere se una guarigione è non spiegabile sul piano scientifico è una consulta medica. Spetta a tale organismo  l’esame della documentazione clinica.  

Dopo il pronunciamento medico favorevole, spetta alla Chiesa indicare determinate guarigioni come miracoli. Tale aspetto è legato a una condizione chiave: il primo miracolo (per la beatificazione) per essere tale deve essere istantaneo. Ciò vale anche  per il secondo miracolo (per la canonizzazione). Quest’ultimo, poi, deve essere avvenuto dopo che il servo di Dio è stato dichiarato beato. 

In tale contesto, è sembrato ad alcuni che taluni miracoli non presentano i caratteri richiesti soprattutto perché la guarigione è avvenuta in modo progressivo, con una convalescenza non breve. In altri casi, qualche autore ha individuato una cronologia  non esatta nella constatazione del secondo miracolo. Ciò fa ritenere che i miracoli siano stati individuati nello stesso periodo. 

Proclamazione a santo e dogma

Anche la proclamazione di un beato a santo presenta aspetti significativi. È stato evidenziato da taluni  che la definizione pontificia potrebbe utilizzare una formula diversa dall’attuale. Senza voler discutere  sull’autorità suprema del Pontefice quando parla ex cathedra, ci si è chiesti se la proclamazione a santo è un dogma. Al riguardo è stato ricordato  il magistero di Pio IX. Questi, durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano I (1870), proclamò l’infallibilità pontificia in materia di fede e morale. Si riporta al riguardo il passaggio chiave: 

“(…) Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa”.

Alla luce di questa affermazione, è stato rilevato che nella volontà  di Pio IX e dei Padri Conciliari, ogni dogma doveva sempre avere per contenuto una dottrina in materia di fede e costumi (morale). Ora, si sottolinea, la proclamazione di un beato a santo costituisce l’esito di un processo, di un giudizio,  e non la formulazione di un dogma (definizione ex cathedra). In tal senso, questa rimane la sintesi, sono definizioni dogmatiche (oltre quelle espresse in tempi precedenti)  la proclamazione dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria (1854),  il primato papale e l’Infallibilità pontificia (1870), la definizione dell’Assunzione della Madonna in Cielo in anima e corpo (1950). 

Il sostegno ai candidati. La questione economica

Nell’iter di beatificazione e canonizzazione un ruolo significativo è ricoperto da coloro che sostengono  il candidato. In più situazioni tale “appoggio” è favorito dal fatto che dietro al servo o alla serva di Dio  sono attivi un ordine religioso, una congregazione, o anche un’associazione laicale, un movimento di spiritualità, una istituzione cattolica operante a livello pastorale e sociale. Unitamente a tali situazioni esistono anche altre realtà ove il sostegno al candidato è generoso ma debole perché la realtà ecclesiale che lo supporta è di modeste dimensioni (es. alcuni istituti secolari, diocesi africane…).

In tale contesto, non sono mancate nel tempo anche delle voci o delle segnalazioni che indicavano pure – in ambienti della Congregazione delle cause dei santi – l’attivarsi di dinamiche non chiare legate a trasferimenti finanziari non sempre giustificati. Per tale motivo, nel 2016, un rescritto del card.  Angelo Amato, prefetto della Congregazione,  ha stabilito regole sui costi e sui controlli sulle cause “perché gli onorari e le spese siano contenuti e tali da non ostacolarne il proseguimento”.  

In quella occasione è stato rafforzato anche il sistema di ‘check and balance, distinguendo il ruolo di ‘amministratore’ da quello di ‘postulatore’,  precisando le procedure contabili e  il ruolo della Congregazione delle cause dei santi come alta autorità di vigilanza.  

In particolare, l’amministratore deve: rispettare scrupolosamente l’intenzione degli offerenti; tenere una contabilità regolarmente aggiornata; redigere annualmente i bilanci, preventivo (entro il 30 settembre) e consuntivo (entro il 31 marzo), da presentare all’attore per la dovuta approvazione; inviare al postulatore copia dei bilanci approvati dall’attore. Le postulazioni generali   hanno l’obbligo di tenere distinte le contabilità delle singole cause.

È da aggiungere, ancora, il fatto che i compensi ai periti della Congregazione devono essere  “corrisposti solo tramite assegno bancario”.  Unitamente a ciò, presso il succitato dicastero è stato costituito un “Fondo di Solidarietà”, incrementato con offerte libere degli attori o di qualsiasi altra fonte. Nei casi in cui vi sia reale difficoltà a sostenere i costi di una causa in fase romana, l’attore può chiedere un contributo alla Congregazione delle cause dei santi per il tramite dell’Ordinario (Vescovo)  competente. Questi, prima di inviare l’eventuale richiesta, deve verificare la posizione economico-finanziaria del fondo e l’impossibilità di alimentarlo con il reperimento di ulteriori sussidi. La Congregazione delle cause dei santi dovrà poi valutare caso per caso.

Le ricerche storiche

L’attuale orientamento, volto  a semplificare i processi di canonizzazione, ha avuto secondo alcuni  effetti non positivi con riferimento alle ricerche storiche.  È noto al riguardo che il contributo di uno storico assume particolare valenza nelle cause c.d. storiche (si riferiscono a soggetti vissuti in epoche precedenti a quella del processo), e in ogni causa che necessita di sviluppare un’analisi esauriente sul periodo temporale  nel quale ha vissuto il candidato, sulle vicende della Chiesa del tempo, sulla rete di contatti che il candidato ha attivato nel corso della sua vita, sul pensiero del candidato con riferimento ai problemi ecclesiali e civili emergenti negli anni esaminati dai periti.

In tale contesto, non mancano voci secondo le quali l’impegno di ricerca storica presenta aspetti gravosi. Da una parte, per le cause storiche, la ricerca è soprattutto archivistica e in talune vicende la documentazione non può essere considerata esauriente. Dall’altra, è da considerare il fatto che con il trascorrere del tempo diversi testimoni muoiono, o non sono più in grado di ricordare esattamente dettagli significativi. Per tale motivo, questa è la tesi, non si dovrebbero affrontare indagini troppo lunghe perché ciò potrebbe nuocere alla causa. Su questo punto, però, permane la chiarezza sapienziale della Chiesa.  Le cause dei santi sono tutte basate sulla ricerca della verità. Per tale motivo, il non voler dedicare il giusto tempo a indagini approfondite, o aggiuntive, rimane un  comportamento non corretto, non rispettoso del candidato e della stessa comunità ecclesiale.

I processi conclusi con esito positivo ma privi della canonizzazione

Esiste ancora una questione sulla quale  esistono posizioni critiche.  Si tratta di quei processi di canonizzazione che sono arrivati alla conclusione in modo positivo, ma il beato non è stato proclamato santo per motivi non legati all’iter canonico. Un esempio può essere quello del cardinale croato mons.  Alojzije Viktor Stepinac. Quest’ultimo, venne beatificato nell’ottobre del  1998 da Giovanni Paolo II.  Il cammino verso la gloria degli altari è poi proseguito fino al riconoscimento di un miracolo. Nel 2014, infatti,  la consulta medica della Congregazione per le cause dei santi riconobbe una guarigione avvenuta in modo scientificamente non spiegabile. Nel medesimo anno, anche  la commissione teologica della medesima Congregazione, approvò lo stesso evento (miracolo)  da un  punto di vista teologico. Mancava solo l’approvazione da parte della commissione cardinalizia. Tale fatto era previsto nello stesso 2014, o nei primi mesi del 2015. Ma tutto  si è fermato. 

Mentre il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, preannunciava che entro la fine del 2015 il popolo croato avrebbe potuto vedere canonizzato l’amato vescovo, nell’aprile 2014 il patriarca serbo Irinej scrisse una lettera a Papa Francesco chiedendogli di  fermare la canonizzazione del beato Stepinac. Il motivo era: perché colpevole di aver collaborato con il governo ustascia (1941-1945), il quale si era macchiato del reato di genocidio contro il popolo serbo. 

Il Papa rispose  al patriarca con una lettera nel febbraio del 2015. Ribadì che la Chiesa ha i suoi criteri e metodi per procedere alla canonizzazione. Tuttavia, in via eccezionale, consentì all’istituzione di una commissione mista tra cattolici e serbi ortodossi per fugare ogni ombra. 

Dopo sei incontri, si arrivò al comunicato finale dei lavori (luglio 2015).  Nel testo si legge: “Le prevalenti interpretazioni date rispettivamente dai croati cattolici e dai serbi ortodossi restano ancora divergenti”. Così, l’iter canonico di Stepinac non è andato oltre. Il Pontefice non ha desiderato (e non desidera) provocare  un contrasto grave con gli Ortodossi.

Sulla vicenda descritta, oltre alla reazione negativa della Chiesa cattolica croata, si sono aggiunte varie voci di canonisti e di storici che hanno espresso perplessità.  La nomina di una commissione, infatti, a seguito di un’interazione con gli ortodossi serbi, e il non proseguimento di un iter canonico ormai concluso, ha costituito un precedente  che diversi studiosi non condividono. Infatti, tra il miracolo riconosciuto dalla Chiesa (vox Dei) e le ragioni dell’ecumenismo dovrebbe avere la precedenza il miracolo, e quindi la proclamazione a santo di SE mons. Stepinac. Si aggiunge inoltre che nelle realtà interne della Chiesa cattolica non dovrebbero interferire esponenti di altre confessioni.

Il carisma della Compagnia di Gesù

Nei dialoghi con un gesuita come padre Gumpel non potevano mancare ogni tanto dei riferimenti alla Compagnia di Gesù. Tale fatto rimane significativo anche alla luce dell’elezione di un Papa  dell’Ordine di sant’Ignazio, e tenendo conto dei progetti, missioni e servizi ecclesiali in continua fase di realizzo ad opera dei padri gesuiti. In questo contesto, i riferimenti chiave rimanevano due: lo spirito ignaziano e la concretizzazione del carisma.

Lo spirito ignaziano spinge ogni componente dell’Ordine ad essere missionario in qualunque ambiente. In tal senso, l’agire di ogni religioso  si fa esperienza concreta anche di un processo di inculturazione. Inoltre, non rimane solo il compimento di un dovere, ma partecipa di un globale disegno ove tutto è ricondotto a Dio, alla Sua gloria. 

È in quest’ottica che  pure lo studio diventa apostolato perché una solida base culturale consente di affrontare l’epoca contemporanea con le sue molteplici correnti di pensiero. L’insegnamento, poi, non resta una mera trasmissione di conoscenze culturali, ma si traduce nell’accompagnamento di ogni persona, aprendo ad orizzonti che superano i materialismi di ogni epoca.

Non è poi da dimenticare il fatto che sant’Ignazio ha inserito nella formazione dei suoi figli spirituali anche percorsi di conoscenza: delle diverse condizioni umane, delle povertà, delle realtà di sofferenza. Si colloca qui la presenza dei gesuiti anche nelle carceri, negli ospedali, nei luoghi di accoglienza dei rifugiati, dei profughi. 

È delineato in tal modo un disegno apostolico capace di abitare le frontiere, di accogliere il nuovo e il diverso, la criticità e l’opposizione, la concretezza nelle scelte e i problemi di territori a rischio, con lo sguardo  costantemente rivolto al Nome di Gesù.

A questo punto, se lo spirito ignaziano è un motore sempre acceso, ed è una “spinta” fortemente in avanti, anche la concretizzazione del carisma diventa il respiro dell’ansia apostolica del fondatore.

In tale contesto, dopo l’esperienza degli Esercizi spirituali, al rigore degli studi, alla chiarezza dei contributi scientifici, alla capacità di essere presenti nelle realtà più diverse del mondo attuale, al discernimento in presenza di realtà difficili, si affianca un impegno primario: quello della fedeltà al Papa. 

Nell’attuale periodo storico tale fedeltà  rimane essenziale. Sant’Ignazio interagì con i Papi del suo tempo perché voleva realizzare ciò che veramente poteva essere utile alla Chiesa. E tale realtà non poteva che provenire dal Pontefice, cioè da colui che ha una missione universale. 

Oggi, questa fedeltà non è solo da confermare, ma è da vivere in pienezza. Specie con i più recenti insegnamenti papali le richieste ai gesuiti sono molto chiare e impegnative.

Si tratta, in pratica, di attuare una “missio” verso i vicini e verso i lontani. Verso i vicini: perché – secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II – specie l’Occidente ha urgenza di una nuova evangelizzazione. E verso i lontani: perché in terra cinese, russa, iraniana, africana, sia possibile annunciare il Vangelo di Cristo in modo umile ma non equivoco,  senza compromessi con i regimi del momento, ma con quello spirito ignaziano  che non perde mai di vista l’obiettivo da raggiungere e i percorsi più adatti per arrivare alla mèta. 

La vicenda dell’orologio

Prima di arrivare a qualche considerazione di sintesi, può essere utile completare questo saggio con  qualche “gossip” che “vivacizza” la presentazione del p. Gumpel. Un primo episodio attesta lo stile di vita del  religioso. Quando uscì il mio libro sul Terzo Reich contro Pio XII, invitai il mio amico gesuita a un seminario promosso dal dipartimento di storia della Chiesa dell’università della Santa Croce il 15 novembre del 2012. In tale occasione, presentai il mio lavoro anche con delle slides. In quel giorno ricorreva il compleanno di p. Gumpel.  Avevo in precedenza acquistato un orologio. Lo offrii in dono al religioso con gli auguri per la  sua festa.  Egli ne fu sorpreso. Prese il regalo. Poi iniziai la mia conferenza.  A fine riunione assembleare, il p. Gumpel fece silenzio sul regalo ricevuto. Silenzio in taxi. Silenzio  in successivi incontri con il sottoscritto. Capii quindi che era opportuno non esprimere gratitudine al gesuita con oggetti di un qualche valore. 

L’umorismo di padre Gumpel

Probabilmente per qualcuno può sembrare inusuale un padre Gumpel che ride. Certamente questo gesuita non era solito raccontare barzellette. Eppure, nei colloqui con chi scrive si arrivava a un clima molto disteso ove il mio interlocutore ricordava divertito alcuni episodi della sua vita. Uno di questi faceva riferimento a un quadro donato da un artistica straniero a Paolo VI. Su tale fatto sorsero problemi organizzativi. Chi doveva andare all’aeroporto a prendere l’opera? Chi pagava il trasporto? Dove era da collocare esattamente il quadro? In Vaticano? In deposito momentaneo presso la Curia Generalizia dei Gesuiti? Nella residenza pontificia di Castel Gandolfo? Derivarono da qui alcuni momenti di confusione. Padre Gumpel, che era stato coinvolto suo malgrado in tale vicenda, risolse la questione secondo il suo stile.  Telefonò direttamente all’appartamento pontificio di Castel Gandolfo, ove in quel momento risiedeva il Papa. Voleva parlare con don Macchi,  il segretario del Papa. Ma gli rispose il Pontefice. Paolo VI non volle farsi riconoscere. Parlò così all’inizio in modo generico. P. Gumpel spiegò il problema e disse che nessuno aveva dato direttive in merito. Fu in quel momento che il Papa “si scoprì” perché replicò immediatamente: “Noi avevamo detto ...”. Da quell’improvviso  “Noi” il gesuita capì che dall’altra parte della linea telefonica c’era il Papa.

I complimenti di p. Gumpel

In considerazione del suo carattere, p. Gumpel non era solito rivolgere complimenti ai suoi interlocutori. Il suo pensiero lo si capiva in modo indiretto e sempre rimanendo sul piano scientifico. Ricordo al riguardo un episodio. Quando uscì il mio volume sul beato card. Stepinac, lasciai  nella portineria della Curia generalizia dei Gesuiti una copia in omaggio per p. Gumpel. Nel biglietto gli chiesi un commento. Trascorso del tempo, arrivò una telefonata del gesuita. “Prof. Guiducci, La prego di venire da me al Canisio”. Davanti a questa frase telegrafica mi affrettai a raggiungere l’infermeria mentre, contemporaneamente, mi raccomandavo a tutti i santi del Paradiso.

Entrato nella stanza del religioso, sedetti e guardai p. Gumpel che mi fissava. Era  serio. Dentro di me pensavo: “è in arrivo una tragedia”. P. Gumpel mi disse: “Caro  professore, ho letto per ben due volte il suo libro, e devo dirle che sulla santità di Stepinac mi ha convinto più il suo lavoro che l’intera Positio”. Insomma, era un complimento!

Qualche considerazione di sintesi

Nel contesto delineato si colloca un numero notevole di vicende, imprevisti, ore critiche, difficoltà che riguardarono la vita del p. Gumpel. Si pensi all’uccisione in Germania del nonno paterno (cit.) quando Hitler arrivò al potere, all’arresto della madre e alla sua condanna a morte  (cit.) poi bloccata all’ultimo momento, all’espropriazione dei beni di famiglia da parte nazista, all’urgenza di fuggire dalla Germania superando i controlli al confine, alla morte della madre, alle prove affrontate all’estero (specie in Olanda) a motivo della sua nazionalità tedesca.

Questo gesuita affrontò poi ulteriori realtà. Si possono ricordare le  delicate missioni per il suo Ordine (anche in territori ove era pericoloso parlare in modo aperto), l’opera di mediazione tra il Preposito Generale Pedro Arrupe sj e Paolo VI (cit.), la malattia (con intervento operatorio) e la morte del p. Molinari (2014), il lungo isolamento a causa della malattia infettiva COVID-19, iniziata nel 2020  (l’accesso in infermeria era impedito)…

Si arriva alla fine agli ultimi episodi dolorosi riguardanti la salute. Il p. Gumpel subì un intervento alla schiena, e un’operazione  mirata a  togliere un calcolo dalle vie urinarie praticato senza anestesia (dall’ospedale  Santo Spirito fu poi condotto al Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina). Alla fine si trovò costretto a muoversi con l’ausilio di una carrozzina e con un catetere permanente. In seguito il religioso venne segnato da problemi alla vista e da difficoltà a udire la voce dei suoi interlocutori.  Ciò rese i nostri colloqui non sempre facili perché il gesuita faticava a capire le mie parole. Malgrado ciò egli rimase sempre attento ad ascoltare ogni interlocutore, e cercò comunque di rispondere  sui temi di ogni colloquio.

In tale contesto, pur condizionato da patologie, mentre il suo nome era ormai citato in decine di libri, p. Gumpel non cessò mai di accogliere le persone che sosteneva nel loro cammino. Attento a ogni ricerca teologica, storica, pastorale e canonistica, indicava degli orientamenti, chiariva dei passaggi logici, evidenziava delle ombre, ma lasciava sempre libero il suo interlocutore nelle scelte di fondo.  

Egli seppe dialogare (e confrontarsi) con i soggetti più diversi. Vari autori non lo capirono (o non lo vollero capire). Subì attacchi anche violenti, e respinse in modo netto ogni falso storico. Non accettò mai  soluzioni accomodanti o passaggi di benefici economici. Si sentiva profondamente gesuita, e visse la propria vocazione con spirito di umiltà e di servizio. 

Sempre sincero, non diplomatico, non si staccò mai dai suoi studi fino ad arrivare –  ormai bloccato in una carrozzina – nella biblioteca della Curia Generalizia per approfondire aspetti non chiari. Egli lascia a chi l’ha conosciuto e ai molti suoi lettori un patrimonio religioso e culturale altissimo. È una ricchezza spirituale, pastorale e storica che deve essere essere valorizzata e proseguita “ad maiorem Dei gloriam”. 

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