Padre Wodka: “in Benedetto XVI tocchiamo la grande tenerezza di Dio e la volontà di rendere luce alla Verità rivelata”

Padre Wodka: “in Benedetto XVI tocchiamo la grande tenerezza di Dio e la volontà di rendere luce alla Verità rivelata”

di Bruno Volpe

PADRE ANDRZEY WODKA: “LA DIMENSIONE DI BENEDETTO XVI NON È STATA COMPRESA, PENSO AL SUO MODO DI CELEBRARE MESSA, AL SUO AMORE PER LA TRADIZIONE

Per ricordare Benedetto XVI ad un anno dalla nascita al cielo riproponiamo un’intervista di InFormazione Cattolica al teologo Andrzey Wodka.

 

Lo possiamo definire il Papa della gioia“: lo dichiara in questa intervista rilasciato ad inFormazione Cattolica il sacerdote polacco, docente e presidente dell’Agenzia della Santa Sede per la Valutazione e la Promozione della Qualità delle Università e Facoltà Ecclesiastiche (AVEPRO) padre Andrzey Wodka.

Padre Wodka, una sua riflessione su Benedetto XVI… 

“Su di lui possiamo dire tante cose. Abbiamo tutti un debito di gratitudine nei suoi confronti perché ha dato sostanziale continuità al Magistero di Giovanni Paolo II, del quale era grande amico. I due si stimavano tantissimo a vicenda. In Benedetto XVI tocchiamo la grande tenerezza di Dio e soprattutto la voglia di rendere luce alla Verità rivelata. Egli diceva e aveva ragione, che non possiamo e non dobbiamo mai negare la Verità con la nostra vita, anche se il mondo rema contro. In poche parole, aveva sicura attenzione al mondo esteriore, ma sapeva non arrendersi allo spirito del mondo, a quello che comunemente la gente ama sentirsi dire. Il tutto a dispetto della popolarità. Ma non ha mai abbassato la guardia”.

Il Papa emerito ha insistito tanto sul rapporto tra fede e ragione…

“È un punto fermo del suo pontificato e di tutto il suo Magistero, cioè quello del rapporto tra fede e ragione. Sono due entità che non si escludono, la fede senza la ragione non ha senso, e la stessa cosa vale per la ragione senza fede. Del resto egli ha portato alle estreme conseguenze la enciclica di Papa Giovanni Paolo II Fides et Ratio. Ha compreso e fatto capire che fede e ragione non sono nemiche e sono come le due ali di un uccello. Un uccello senza una delle due ali cade a terra”.

Si è ispirato a Sant’Agostino…

“Vero, infatti ha dato un dottorato su Agostino, e con la sua tradizionale abilità tornava sul concetto di cuore inquieto, quello tormentato di Agostino. Ma allo stesso tempo condivideva la posizione del santo su fede e ragione che devono coesistere. L’una non esclude l’altra, non possiamo far diventare la fede un fatto o una dimensione meramente emozionale e devozionale e allo stesso tempo tempo la ragione un elemento meramente mentale. Possono e devono camminare assieme”.

Perché è stato spesso attaccato?

“Dice il Vangelo che il mondo non ci ama e che sono beati coloro che vengono attaccati a causa del Signore. La dimensione di Benedetto XVI non è stata compresa, penso al suo modo di celebrare messa, al suo amore per la tradizione che era lo stesso di Giovanni Paolo II. Non gli hanno perdonato il suo amore per la liturgia antica, verso i paramenti antichi. Hanno travisato falsamente il suo zelo per la tradizione, che non era una ricerca sterile del passato quanto una volontà di capire il presente attraverso il passato che non possiamo cancellare. Lo hanno persino accusato, falsamente, di aver tradito il Concilio Vaticano II, una cosa del tutto assurda. Anzi egli è stato un fedele esecutore del Concilio, ma nella ermeneutica della continuità con la tradizione”.

Nelle sue omelie risuonava spesso la parola gioia…

“È stato il Papa della gioia, e la gioia è Cristo. Un uomo innamorato di Dio è solare, è gioioso, non porta rancore, è soprattutto sereno, sia nelle cose buone che nelle difficoltà. Non è stato un personaggio mediaticamente esposto, ma chi lo ha conosciuto ne ha apprezzato la mitezza, la gentilezza, la cortesia, la timidezza. Non faceva il protagonista, anche se con la sua idea di gioia ha anticipato Francesco. Aveva il dono della semplicità, ma non grossolana. Le sue omelie fatte di domande e risposte erano straordinariamente raffinate culturalmente e teologicamente, una sintesi di pensiero importante. Ho letto che qualcuno lo vuole dottore della Chiesa e non è una idea insana. Per questo dovrebbe essere elevato alla gloria degli altari”.

Qual era il rapporto di Ratzinger con la Polonia?

“Speciale, era la sua seconda Patria, e non a caso il primo viaggio internazionale dopo la giornata della gioventù di Colonia, lo ha fatto in Polonia. Amava ripetere qualche frase in polacco e gli riusciva bene, in una lingua che non è facile. A mio parere scelse profeticamente la Polonia sia per l’affetto verso Giovanni Paolo II, sia perché si era reso conto che una nazione storicamente legata al cattolicesimo cominciava a vacillare sotto i colpi del pensiero negativo e della secolarizzazione. Volle lanciare un segnale contro le mode del momento e quella che giustamente egli definiva la dittatura del relativismo. A noi polacchi fece venire la lacrime nella sua visita al campo di concentramento e da grande teologo si pose la domanda: Dio dove era quando succedeva tutto quello? Dove si nascondeva?. In poche parole ci parlava del mistero del male.E la sua risposta fu sconvolgente: tra queste pietre e queste celle di tortura. È stato un gigante della Chiesa”.

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