Boscia (Medici Cattolici): “La sanità deve avere un volto umano”

di Bruno Volpe

COME BISOGNA COMPORTARSI DAVANTI A CHI SOFFRE E QUALI DOVERI HA IL MEDICO?

Il prossimo undici Febbraio, festa della Madonna di Lourdes, si celebra anche la 32 Giornata Mondiale del Malato. Come bisogna comportarsi davanti a chi soffre e quali doveri ha il medico? Lo abbiamo chiesto in questa intervista al noto luminare e Presidente Nazionale dei Medici Cattolici Italiani, professor Filippo Maria Boscia.

Professor Boscia, come deve comportarsi il medico di ispirazione cattolica?

“Il medico di per sè credente o non credente deve avere e rispettare rigorosamente la sua deontologia. Il vocabolo deriva dal greco classico e si divide in due parti: deon, che significa “dovere”, logos “scienza”. Dunque la deontologia è la serie di regole e di norme che un medico deve seguire per svolgere correttamente la sua arte, io la chiamo in questo modo. Bisogna riflettere sia sui doveri professionali, vale a dire la capacità, la competenza, la professionalità, che su quelli morali. Tutto questo si condensa in quello che viene chiamato codice deontologico”.

Basta questo?

“Che sia indispensabile la capacità professionale e dunque la tecnica, non vi è dubbio. Al medico si chiede preparazione e competenza. Tuttavia tali doti devono necessariamente essere affiancate ed unite al senso di umanità, occorre lavorare tutti assieme per una sanità sicuramente tecnologica, ma dal volto umano, che dia risposte di fiducia al paziente assieme a valutazioni abili. Il medico sappia sempre rispettare la dignità del malato che non è un numero, ma un uomo con i suoi problemi, le sue paure, le sue angoscie, un soggetto fragile”.

E il medico cattolico?

“Quello che dicevo vale per tutti, credenti e non. Ovviamente si è ancora più esigenti con il medico cattolico, precisando tuttavia che l’ essere cattolico non significa automaticamente essere migliore professionalmente di chi non lo è. In poche parole, non sta scritto da nessuna parte che il medico cattolico sia più bravo dell’ altro dal punto di vista tecnico. Al medico cattolico tuttavia si chiede quello che è richiesto a tutti coloro i quali svolgono questa arte: curare senza badare al colore della pelle, alla etnia, censo o alla religione. In poche parole, davanti al malato io medico metto da parte le mia convinzioni morali e religioni e curo, senza badare alle convinzioni del malato”.

Un esempio che dovrebbe adeguatamente formare il medico specie se credente è la Parabola del Buon Samaritano..

“Nel malato dobbiamo sempre vedere da cattolici il volto sofferente di Cristo. In quel racconto è notevole che due ecclesiastici fanno finta di non vedere il malcapitato per non sporcarsi di sangue e così non infrangere la regola. Solo un pagano ha il coraggio di fermarsi e di soccorrere il malcapitato e la parabola usa sette verbi che pesano come macigni e il samaritano carica il moribondo dopo averlo sommariamente medicato sul suo asino che diventa la prima ambulanza della storia. Da notare i due verbi: si chinò ed ebbe cura di lui. Questo dobbiamo fare come medici, chinarci senza aver paura sul malato ed avere cura, usare tecnica, fiducia e misericordia. Il medico sia sempre in grado di donare serenità, abbia felicità nell’ accettare il suo dovere e sia umile nell’ accettazione del suo dovere”.

E la difesa della vita?

“Fa ovviamente parte dei dovere del medico che non può e non deve essere dispensatore di morte o di farmaci per morire come talvolta accade. In questi casi è nostro dovere alzare la voce e ricordare, anche andando controcorrente, che il medico non può mai essere dispensatore di morte, ma di vita e deve assistere e accompagnare il paziente con amore sino alla fine, sapendo dialogare e non è facile, con i parenti del malato, specialmente nei casi di quelli terminali. Nessuno è per l’accanimento terapeutico, tuttavia al medico è sempre chiesta umanità e capacità di accompagnamento nel momento più drammatico e difficile, quando la vita va verso il suo declino”.

 

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