Sulle Foibe ancora tanta retorica ma nessuna pacificazione

Sulle Foibe ancora tanta retorica ma nessuna pacificazione

di Pietro Licciardi

OGGI È LA GIORNATA DEL RICORDO 

Oggi si celebra la Giornata del ricordo, dedicata agli italiani uccisi dai partigiani di Tito, con la complicità dei comunisti italiani, nelle foibe istriane e l’esodo dei connazionali residenti nelle terre dalmate e giuliane scacciati dalla pulizia etnica attuata dagli slavi di quelle zone.

Ormai una giornata dedicata al ricordo di qualcosa non si nega a nessuno, giusto per mettersi a posto con la coscienza. Il 21 marzo c’è la giornata dedicata a chi è affetto dalla sindrome di Down, anche se durante il resto dell’anno appena si scopre nel bambino questa anomalia genetica si ricorre immediatamente all’aborto. Il primo Ottobre c’è quella dedicata agli anziani, che si vorrebbe eliminare con l’eutanasia in quanto improduttivi, mentre il 27 gennaio c’è quella della Memoria che ricorda gli stermini dei lager nazisti; quegli stessi lager dove in occasione della pandemia c’è chi avrebbe voluto rinchiudere i non vaccinati. Insomma sembra proprio che queste “Giornate” siano diventate la sagra dell’ipocrisia e della falsità.

Purtroppo non fa eccezione il 10 Febbraio, ennesima occasione mancata per riconciliare gli italiani, facendo luce su una delle pagine più vergognose della nostra storia.

Degli eccidi delle foibe tutti sapevano tutto: i comunisti, che vi parteciparono, il governo di Roma, che nei suoi archivi conserva le relazioni dei vigili del fuoco che recuperarono migliaia di cadaveri e i verbali con le testimonianze degli stupri e delle torture e ovviamente gli esuli, che fuggiti dalle loro case e dalle loro terre sono stati dispersi in tutta Italia, costretti al silenzio dal disprezzo e dalla diffidenza degli altri italiani, sobillati «da quella pseudocultura egemonizzante di stampo veterocomunista che per cinquant’anni ci ha parlato di libertà rendendoci invece schiavi del suo pensiero», come disse l’ex Presidente della repubblica Francesco Cossiga nel 1992 inginocchiandosi davanti alla foiba di Basovizza.

Una pseudocultura che resiste ancora oggi che il Pci è scomparso e il Pd, suo erede, è ridotto elettoralmente ai minimi termini ma che non ha smantellato il vasto apparato di potere clientelare e di servilismo ideologico-intellettuale messo in piedi nelle scuole, nelle università, nelle redazioni di giornali e tv in decenni di gramsciana occupazione della società, che ancora impedisce di fare completa luce su quei fatti terribili. 

Si, è vero; oggi delle foibe si può finalmente scrivere e parlare. Addirittura è concessa una giornata dedicata al loro ricordo, ma ancora manca quel doveroso mea culpa o quantomeno lo studio approfondito e franco, senza pregiudizi, dei fatti che portarono all’ignobile massacro di uomini, giovani e donne la cui unica colpa, per i più, era di essere italiani.

Se historia magistra vitae, come sosteneva Cicerone in De oratore, pensiamo a quale vita ci sta conducendo l’attuale sinistro “me ne frego!”.

Pubblichiamo a seguire l’Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Celebrazione del “Giorno del Ricordo” (Palazzo del Quirinale, 09/02/2024)

[…]

Sono passati quasi ottant’anni dai terribili avvenimenti che investirono le zone del confine orientale e venti anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, deliberata dal Parlamento a larghissima maggioranza. Giorno dedicato alla tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Lungo tempo è trascorso da quegli eventi ma essi sono emotivamente a noi vicini: questo consente – in una vicenda storica complessa e ancora soggetta a ricerche, dibattiti storiografici e politici – di stabilire dei punti fermi e di delineare alcune prospettive.

In quelle martoriate ma vivacissime terre di confine, che da secoli ospitavano popoli, lingue, culture, alternando fecondi  periodi di convivenza a momenti di contrasto e di scontri, il secolo scorso ha riservato la tragica e peculiare sorte di vedere affiancati, a pochi chilometri di distanza – in una lugubre geografia dell’orrore – due simboli della catastrofe dei totalitarismi, del razzismo e del fanatismo ideologico e nazionalista: la Risiera di San Sabba, campo di concentramento e di sterminio nazista, e la Foiba di Basovizza, uno dei luoghi dove si esercitò la ferocia titina contro la comunità italiana.

Quel territorio, intriso di storie e di civiltà, condivise lo stesso tragico destino di molti Paesi dell’Europa centro-orientale, che – dopo la sconfitta del nazifascismo – si videro negate le aspirazioni alla libertà, alla democrazia e all’autodeterminazione a causa dell’instaurazione della dittatura comunista, imposta dall’Unione Sovietica. Milioni di persone, in qui Paesi, si videro allora espulse dalla terra che avevano abitato, costrette a mettersi in cammino alla ricerca di una nuova patria.

Un muro di silenzio e di oblio – un misto di imbarazzo, di opportunismo politico e talvolta di grave superficialità – si formò intorno alle terribili sofferenze di migliaia di italiani, massacrati nelle foibe o inghiottiti nei campi di concentramento, sospinti in massa ad abbandonare le loro case, i loro averi, i loro ricordi, le loro speranze, le terre dove avevano vissuto, di fronte alla minaccia dell’imprigionamento se non dell’eliminazione fisica.

Il nostro Paese, per responsabilità del fascismo, aveva contribuito a scatenare una guerra mondiale devastante e fratricida; e fu grazie anche al contributo dei civili e dei militari alla lotta di Liberazione e all’autorevolezza della nuova dirigenza democratica, che all’Italia fu risparmiata la sorte dell’alleato tedesco, il cui territorio e la cui popolazione vennero drammaticamente divisi in due. Questo, tuttavia, non evitò che le istanze legittime di tutela della popolazione italiana residente nelle zone del confine orientale fossero osteggiate, frustrate e negate.

Il nostro “muro di Berlino” – certamente ben minore per dimensioni ma con grande intensità delle sofferenze provocate – passava per il confine orientale, per la cortina di ferro che separava in due Gorizia, allontanando e smembrando territori, famiglie, affetti, consuetudini, appartenenze.

Il nuovo assetto internazionale, venutosi a creare con la divisione in blocchi ideologici contrapposti, secondo la logica di Yalta, fece sì che passassero in secondo piano le sofferenze degli italiani d’Istria, di Dalmazia e di Fiume.

Furono loro a pagare il prezzo più alto delle conseguenze seguite alla guerra sciaguratamente scatenata con le condizioni del Trattato di pace che ne derivò.

Dopo aver patito le violenze subite all’arrivo del regime di Tito, quei nostri concittadini, dopo aver abbandonato tutto, provarono sulla propria sorte la triste condizione di sentirsi esuli nella propria Patria. Fatti oggetto della diffidenza, se non dell’ostilità, di parte dei connazionali.

Le loro sofferenze non furono, per un lungo periodo, riconosciute. Un inaccettabile stravolgimento della verità che spingeva a trasformare tutte le vittime di quelle stragi e i profughi dell’esodo forzato, in colpevoli – accusati indistintamente di complicità e connivenze con la dittatura – e a rimuovere, fin quasi a espellerla, la drammatica vicenda di quegli italiani dal tessuto e dalla storia nazionale.

La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o sommaria giustizia contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato – sappiamo – intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse.

Le sparizioni nelle foibe o dopo l’internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista.

Le foibe e l’esodo hanno rappresentato un trauma doloroso per la nascente Repubblica che si trovava ad affrontare l’eredità gravosa di un Paese uscito sconfitto dalla guerra.

Quelle vicende costituiscono una tragedia, che non può essere dimenticata.

Non si cancellano pagine di storia, tragiche e duramente sofferte.

I tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie e un danno inestimabile per la coscienza collettiva di un popolo e di una nazione.

L’istituzione del giorno del Ricordo – con tante iniziative da essa scaturite, con ricerche, libri, dibattiti – ha avuto il merito di riconnettere la memoria collettiva a quel periodo e a quelle sofferenze, dopo anni di rimozione.

Ha reso verità a tante vittime innocenti e al dolore dei loro familiari

Tutto questo è stato importante, doveroso, pur se in ritardo, giusto. Ma non è sufficiente.

Il ricordo, la memoria della persecuzione e delle tragedie, deve essere fecondo, deve produrre anticorpi, deve portarci, come hanno sottolineato, con semplicità ed efficacia straordinaria, Lada e Alessandra Rivaroli, e anche la Signora Haffner ,  a fare in modo che simili lacerazioni crudeli nei confronti della libertà, del rispetto dei diritti umani, della convivenza appartengano a un passato irripetibile.

Malgrado queste tragiche esperienze del passato, assistiamo con angoscia anche oggi, non lontano da noi, al risorgere di conflitti sanguinosi, in nome dell’odio, del nazionalismo esasperato, del razzismo.

Dall’Ucraina al Medio Oriente ad altre zone del mondo, la convivenza, la tolleranza, la pace, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale sono messi a dura prova.

I soprusi e le violazioni si moltiplicano e chiamano quanti condividono i valori di libertà e di convivenza a una nuova azione di contrasto, morale e politica, contro chi minaccia la libertà, il corretto ordine internazionale e le conquiste democratiche e sociali.

Pagine buie della storia, anche d’Europa, sembrano volersi riproporre.

Disponiamo di un forte antidoto e dobbiamo consolidarlo e svilupparlo sempre di più.

La costruzione dell’Unione Europea, pur con i suoi ritardi e le sue carenze, ha rappresentato – come ha fatto ben presente il Professor Rossi –  il ripudio della barbarie provocata da tutti i totalitarismi del Novecento e la concreta e valida direzione di marcia per guardare al futuro con fiducia e con speranza.

In questo quadro nelle splendide terre di cui parliamo, oggi, grazie alla comune appartenenza all’Unione Europea, non vi sono più barriere o frontiere, ma strade e ponti.

La diversità non genera più risentimento o sospetto, ma produce amicizia e progresso.

Con Slovenia e Croazia coltiviamo e condividiamo, in Europa e nel mondo, i valori della democrazia, della libertà, dei diritti. E lavoriamo insieme per la pace, per lo sviluppo, per la prosperità dei nostri popoli, amici e fratelli.

I giovani lo sanno e lo vivono.

Le giovani generazioni lo stanno già facendo da molto tempo, sviluppando un comune senso di appartenenza a una regione che trova nell’ampio spettro di presenze, etnie, storie, culture, tradizioni, la sua preziosa e feconda peculiarità.

Gorizia, la città simbolo della divisione, è oggi associata – grazie a una generosa intuizione della Slovenia – a Nova Gorica: due città, due Stati, una sola capitale della cultura europea per il 2025.

Occorre adesso lavorare alacremente, a livello europeo, perché – come il Ministro Tajani ha poc’anzi ricordato – anche gli altri Paesi dei Balcani Occidentali candidati all’ingresso nell’Unione possano compiere le procedure di adesione senza ritardi e senza indugi.

Si tratta anche di una risposta concreta ai pericoli del possibile riaccendersi, nella regione, di sopiti conflitti di natura etnica o religiosa, che rischierebbero di riportare la storia, a tempi che non vogliamo più rivivere.

Le divisioni, i conflitti, i drammi del passato – la cui memoria ci ferisce tuttora con forza e sofferenza – ci ammoniscono.

Onorare le vittime e promuovere la pace, il progresso, la collaborazione, l’integrazione, aiuta a impedire il ripetersi di tragici errori, causati da disumane ideologie e da esasperati nazionalismi; e a non rimanere prigionieri di inimicizie, di rancori, di dannose pretese di rivalsa.

Se non possiamo cambiare il passato, possiamo contribuire a costruire un presente e un futuro migliori.

All’Europa, e al suo modello di democrazia e di sviluppo avanzati, guardano nel mondo milioni di persone.

L’unità dei suoi popoli è la sua forza e la sua ricchezza.

Il buon senso e l’insegnamento della storia chiedono di non disperderla ma, al contrario, di potenziarla, nell’interesse delle nazioni europee e del futuro dei nostri giovani.

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Ben sia il ricordo dei martiri infoibati, (era ora), ma perché non instaurare una giornata in ricordo della vittime sequestrate ed i cui resti mortali non sono mai stati trovati per una esplicita volontà dei sequestratori?

ho dimenticato di affermare che la dispersione dei resti mortali sono nefandezze operate dai sequestratori comunisti, fratellastri degli stressi comunisti titini.