Ecco qual è il vero suicidio dell’Occidente

di Daniele Trabucco 

IL REALISMO ARISTOTELICO-TOMISTA CONTRO LE DERIVE DELLA MODERNITÁ

Il realismo aristotelico-tomista considera, come unica e sola ipotesi di conoscenza, il fatto che il pensiero dell’uomo assimili, mediante l’attivitá di ricerca, le dimensioni intellegibili di un mondo, di una realtá, che é distinta dal soggetto e che gli sta innanzi. Sebbene, dunque, ogni cosa, ogni ente, venga conosciuto dalla persona umana mediante il pensiero, la sua conoscenza non é la causa dell’esistenza del reale. A questo si aggiunga che non é possibile conoscere i diversi livelli della realtá con un solo metodo (e qui risiede il limite di Aristotele). Questo consente al realista, da un lato, di non ignorare il progresso delle scienze, dall’altro di preservare l’approccio metafisico inteso come scienza dell’essere. La prospettiva filosofica ora descritta consente, pertanto, di rigettare con forza il pensiero moderno dal quale scaturiscono il relativismo e il nichilismo contemporanei. Quando Cartesio (1596–1650) impone un metodo scientifico–matematico per la conoscenza della realtá, sulla quale egli aveva posto il dubbio prima metodico e poi iperbolico, questo conduce non alla conoscenza delle cose in sè (Kant (1724–1804) parlerá della inconoscibilitá del noumeno), ma a quella di un certo numero di idee (non intese in senso platonico) quali rappresentazioni della realtá la quale viene, in questo modo, frazionata “in entitá immaginarie che non ne sono che la falsa moneta” (cosí Étienne Gilson (1884–1978)), o meglio in “fenomeni, per utilizzare un kantismo, che sono tali unicamente in virtú del soggetto conoscente. Le conseguenze idealistiche del pensiero cartesiano, il quale si colloca all’inizio della modernitá, sono evidenti: si parte dall’essere conosciuto dell’oggetto e non dal suo essere reale. Si tende, in altri termini, con l’assunzione della prospettiva idealistica, ad una riduzione dell’essere al pensiero in modo arbitrario poiché postulato dalla volontà. L’illusione, di cui soffrono i tentativi di questo genere, è il ritenere che si possa trarre una ontologia da una teoria della conoscenza e che si possa trovare nel pensiero, con un metodo qualsiasi, qualcosa che non sia il pensiero stesso. Il vero suicidio dell’Occidente sta proprio in questo.

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