Sessualità, ministero sacerdotale ed erotismo in abiti pseudomistici? Intervista a Christian Spaemann

a cura di Giuseppe Reguzzoni

Informazione Cattolica ha il piacere di proporre ai lettori questo colloquio tra la giornalista Dorothea Schmidt e il dottor Christian Spaemann, psichiatra e psicoterapeuta tedesco che vive in Austria, figlio del grande filosofo cattolico Robert Spaemann, che fu collaboratore di san Giovanni Paolo II. Spaemann si occupa delle problematiche del mondo cattolico da un punto di vista dottrinalmente ortodosso.  In questa intervista ha trattato il problema dell’omosessualità nei seminari e su un corretto approccio alla questione.

Originariamente pubblicato sulla Tagespost il 15 febbraio 2024, è qui tradotto e opportunamente adattato per i lettori di lingua italiana a cura del professor Giuseppe Reguzzoni.

Dott. Spaemann,  un omosessuale può essere un buon prete?

In base alla mia esperienza personale: sì.

Perché la Chiesa allora non accetta di ordinare gli omosessuali?

La vera questione è se chi ne ha la responsabilità nella Chiesa davvero si attenga a questo prerequisito. Per quanto riguarda la precondizione in quanto tale, suppongo, in linea di principio, che la ragione sia che la Chiesa non abbia avuto delle buone esperienze con l’ordinazione degli omosessuali. Inoltre su questo punto potrebbe avere avuto una sua parte una posizione di diritto naturale. Il prete deve essere un uomo che in tutto l’ambito di azione pastorale, nella sua inclinazione emozionale e per quanto concerne le tentazioni cui è soggetto deve essere «chiaramente maschile», cioè eterosessuale.

Che cosa dice del rettore del seminario diocesano di Monaco di Baviera, Wolfgang Lehner, che ha recentemente dichiarato di non tenere in nessun conto la norma che esclude i candidati omosessuali?

Penso che su questo tema si dovrebbe riflettere sulle conseguenze e guardare alle esperienze di questi ultimi anni. Come ogni altra persona, anche il sacerdote cattolico è soggetto alle tentazioni sessuali. Negli ultimi duemila anni abbiamo avuto abbastanza “caduti”. Il seminario e il convento, anche quello femminile, come luoghi dove vivono persone dello stesso sesso, deve essere un ambito che protegge e non un luogo di tentazioni. So da chierici omosessuali quale percorso a ostacoli, emozionale e ormonale, significhi per loro la vita in seminario o in convento. Inoltre, prendiamo il caso di un monastero dove vivono trenta religiosi: due di loro  hanno delle relazioni con donne dei paesi lì intorno; la cosa non sconvolgerà l’equilibrio della vita monastica. Supponiamo, invece, che cosa può succedere se nascono delle relazioni omosessuali all’interno della stessa comunità conventuale …

Secondo uno studio spagnolo recentemente pubblicato, l’80% dei casi di abusi da parte dei sacerdoti sono stati di natura omosessuale. Come valuta questo dato?

È una percentuale che si colloca molto al di sopra della quota presunta di sacerdoti con tendenza omosessuale nei paesi oggetti di tale indagine. In effetti, la pedofilia ricorre molto, ma è parecchio più sovente presso gli omosessuali che presso gli eterosessuali, e non ha quindi in sé e per sé nulla a che fare con il sacerdozio. La Chiesa è disposta a continuare a correre questo rischio?

Quali altre conseguenze ha l’omosessualità nello stato di vita sacerdotale?

Si arriva rapidamente a fare rete.

Come è stato confermato dalla perizia sugli abusi nella diocesi di Monaco?

Esattamente. Sappiamo che la promiscuità tra omosessuali è ineguagliabilmente più alta che tra eterosessuali e questo anche in società in cui l’omosessualità è pienamente accettata. Il monaco o il sacerdote «che cade» ha la tendenza o a separarsi dalla sua amante o ad abbandonare il convento o lo stato sacerdotale per cominciare una vita nuova. Il monaco o il sacerdote omosessuale di regola non lo fa. Perché poi? Nascono così delle reti, che compenetrano la Chiesa a tutti i livelli gerarchici, come si può vedere bene dal caso del cardinale McCarrick. E purtroppo questa potrebbe solo essere la punta dell’iceberg.

Esiste una specifica spiritualità omosessuale?

È una questione che è stata già trattata da importanti teologi. Partendo dal contesto attuale, vorrei limitarmi a un fenomeno. Tra chierici omosessuali si può trovare talvolta un aggancio a unerotismo mascherato da mistica. L’«offerta, o sacrificio, dell’orgasmo» è un tipico topos di questo genere; per esempio tra monaci che ritengono che, nelle loro interazioni sessuali, possono offrire a Dio il loro orgasmo, oppure preti che seducono i loro confratelli, dicendo loro che si troveranno più vicini a Cristo se si abbandoneranno a loro sul piano sessuale, etc. Certamente, simili fenomeni si trovano anche sul piano eterosessuale. Si pensi anche solo al caso Kleutgen nel secolo XIX [Josef Kleutgen, s.j., consulente teologico di papa Pio IX, N.d.R.] o anche ai casi verificatisi negli istituti religiosi nati in alcuni nuovi movimenti ecclesiali, dove i sessi sono poco separati.

Perché circostanze come queste, soprattutto quelle legate agli abusi, non portano ad adeguate reazione nella Chiesa?

Il tema del nesso tra omosessualità, ministero sacerdotale e abusi viene spesso nascosto, come polvere spinta sotto il tappeto, o negato o sminuito da parte di chi nella Chiesa avrebbe la responsabilità di farvi fronte.  Si continuano ad addurre presunte costruzioni esplicative, come quella secondo cui i preti sarebbero inibiti o sarebbero così soggetti alle pulsioni sessuali da mettere le mani sui bambini.  Ma non è così che nasce la pedofilia. Poi ci sono vescovi che parlano delle «conoscenze delle scienze umane», secondo cui si dovrebbero ufficialmente aprire le porte dello stato sacerdotale agli omosessuali. Io però non ho mai sentito da alcun esponente della gerarchia ecclesiastica quali dovrebbero essere queste «conoscenze». Non mi sento competente per l’analisi del perché nella Chiesa non ci si ponga adeguatamente questo tema. Desidero solamente richiamare il dato dei molti vescovi che evitano questo tema solo per proteggere la Chiesa e i fedeli dall’attenzione dei media e dell’accusa di omofobia. Oltre tutto, sul tema dell’omosessualità regna un’enorme ignoranza proprio su quali siano le reali conoscenze delle scienze umane.

Nei documenti ecclesiali che trattano l’approccio all’omosessualità tra i candidati al sacerdozio si parla spesso di maturità emozionale. In che modo si stabilisce la maturità emozionale?

Quello della maturità è un concetto globale, rispetto a cui, tenuto conto della complessità della persona umana, si può dire poco. Ovviamente su un lato estremo della scala si può individuare con chiarezza un atteggiamento immaturo, per esempio un modo di porsi falso e infantile. Secondo la mia esperienza, su questa posizione non si incontrano gli omosessuali più spesso degli altri. Sull’altro lato ci sono persone che esprimono maturità in ogni loro atteggiamento, che per esempio hanno una sana coscienza di sé e coltivano relazioni equilibrate e e differenziate, in cui sentono di vivere un’appartenenza e stanno bene. Oso ritenere che, di regola, per gli omosessuali è più difficile raggiungere questo tipo di pienezza interiore. La possibilità di crescere e maturare emozionalmente senza dipendere da quella che è l’«altra parte» sessuale è una limitazione che non si può separare dal complesso della personalità nella sua interezza.

Dal Suo punto di vista, su questo tema come si ci dovrebbe muovere nella formazione dei sacerdoti, per prepararli bene alla cura d’anime?

I candidati al sacerdozio dovrebbero essere istruiti e formati nella morale sessuale in piena conformità con la tradizione ecclesiale, così da comprendere positivamente la sessualità nel suo significato fisico, spirituale e psicologico. A questo scopo la teologia del corpo di Giovanni Paolo II dovrebbe essere lo standard di riferimento. Invece, essi dovrebbero imparare a conoscere e confrontarsi con il costrutto ideologico, oggi dominante, del gender e della diversità, di cui è impregnato anche l’attuale «Percorso sinodale» della Chiesa tedesca. Per rendere concreto e reale un tal modo di intendere la sessualità nella pastorale servono, sul piano spirituale, umiltà, una profonda vita di preghiera e il senso radicato e interiore della misericordia e della pazienza di Dio. Tutto il resto deriva dall’esperienza di vita con le persone.

Ma questo non vale, in generale, per la vita celibataria?

Nella sostanza sì. Nel nostro caso si aggiunge però anche l’educazione all’esercizio dell’astinenza sessuale e, quando questa non riesca, l’onestà di tirare le conseguenze, secondo il detto paolino «Meglio sposarsi che ardere» (1 Cor 7, 9), e di non accedere all’ordine sacro, o, nello specifico, di far sì che i superiori non ammettano i candidati. Proprio gli studi seri sull’argomento permettono di concludere che la pratica dell’astinenza costituisce un fattore protettivo decisivo in riferimento alla possibilità di abusi, e non il contrario, come molti ritengono.

Secondo il nuovo diritto del lavoro in vigore nella Chiesa tedesca, le relazioni private sono sottratte alla valutazione canonica. Come è possibile un annuncio autentico, se i collaboratori della Chiesa non ne testimoniano l’insegnamento?

Penso che su questo punto si debbano operare delle distinzioni. C’è una differenzase una scuola dell’infanzia gestita dalla Chiesa assume una maestra che, per esempio vive in una relazione lesbica e canta gli inni di Natale coi bambini, o se si tratta di un assistente pastorale [nelle diocesi tedesche è un collaboratore parrocchiale laico stipendiato dalla Chiesa, NdT]che è attivo nella pastorale giovanile. In quest’ultimo caso ritengo che insistere su una condotta di vita in linea con gli insegnamenti cristiani sia altrettanto necessario per una pastorale autentica quanto l’osservanza del celibato per i sacerdoti. Lo richiede anche la giustizia tra i due stati di vita.

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