Il «nuovo corso» dell’opera di Dio

di Don Ruggero Gorletti

LA PENTECOSTE

Atti degli Apostoli, 2,1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”. 

COMMENTO DI DON RUGGERO GORLETTI

Il racconto della Pentecoste nel libro degli Atti degli Apostoli presenta il «nuovo corso» dell’opera di Dio, iniziato con la morte e la risurrezione di Cristo. Dal Figlio di Dio morto e risorto e ritornato al Padre soffia ora sull’umanità, con inedita energia, il soffio divino, lo Spirito Santo. 

C’è una pagina antica, nella Bibbia, che ci mostra il contrario della pentecoste. È il famoso episodio della torre di Babele, raccontato nel libro della Genesi, quando gli uomini avevano deciso di costruirsi da soli una via verso il Cielo, vale a dire una via che portasse alla loro realizzazione senza avere bisogno di Dio. E l’esito di quella esperienza oltre al crollo della torre (cioè l’impossibilità di realizzare la propria vita facendo a meno di Dio) è stata la confusione delle lingue, l’incapacità di comprendersi l’un l’altro. L’uomo che vuole fare a meno di Dio non solo non realizza se stesso, ma perde la comunione con i propri simili.

Nella Pentecoste succede il contrario: il dono di Dio, lo Spirito, si manifesta con il dono delle lingue, mostra che la sua presenza unisce e trasforma la confusione in comunione. Lo Spirito Santo rende i cuori capaci di comprendere le lingue di tutti: ristabilisce la comunione tra gli uomini perché ristabilisce il ponte dell’autentica comunicazione fra la terra e il cielo. 

La Pentecoste ci dice che la risurrezione di Gesù è per tutti. Vediamo infatti che lo Spirito Santo trasforma veramente le persone. Nei racconti evangelici abbiamo visto che, anche dopo aver incontrato più volte personalmente il Risorto, i discepoli rimangono tiepidi, paurosi,  increduli. È il fuoco dello Spirito Santo che rende la loro fede limpida e sicura, che toglie ogni paura e ogni egoismo al loro agire. Ma attenzione: il dono dello Spirito Santo non è qualcosa che va oltre, che supera la Pasqua di Gesù, che la rende una cosa sorpassata: è un aspetto della medesima realtà. Il vangelo di Giovanni, quando Gesù muore in croce, ci dice che «emise lo Spirito», e il brano di oggi ci dice che è il Risorto, nel giorno di Pasqua, a donare lo Spirito ai suoi apostoli. Passione, morte, risurrezione di Gesù, ascensione al cielo e dono dello Spirito Santo sono tutti aspetti della medesima realtà, della Pasqua del Signore, di quel dono di Dio che ci rende suoi figli e ci riapre la via al cielo. 

A Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio. La fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione. Consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo. Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere «scottati», preferiremmo rimanere così come siamo. Abbiamo paura che venga tolto qualcosa dalla nostra vita. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che questo comporta.

Abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: «Non abbiate paura». Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, vivere meglio, ritrovarsi più pienamente uomini. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Dio non ci toglie nulla di ciò che rende la vita più buona e più bella. Dio non toglie nulla e ci dona tutto.

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