Conosciamo il beato Enrico da Bolzano

Conosciamo il beato Enrico da Bolzano

di Mariella Lentini*

TRA I SANTI E I BEATI CHE SI FESTEGGIANO OGGI (Sant’ Abramo di al-Fayyūm, Beato Alberto da Cotignola, Beata Amata di Bologna, Sant’Ambrogio di OptinaSant’Asterio di Petra, San Bogumilo di Gnesno, San Censurio di Auxerre, Santi Crispolo e Restituto, San Deodato, Beata Diana degli Andalò, Beato Edoardo Poppe, Sant’Elisabetta Guillen, Beato Eustachio Kugler, Santa Faustina di Roma, San Foircheallach di Fobhar, San Getulio, Beato Giovanni Dominici, Beato Guido di Valperga, Sant’Itamaro, San Landerico di Parigi, San Massimo d’Aveia, San Maurino di Colonia, Sant’Oliva di Palermo, Festa dei Santi della Siberia, Beati Tommaso Green e Gualtiero Pierson) RICORDIAMO UN BEATO SUD TIROLESE

Venerato a Bolzano e a Treviso, il Beato Enrico da Bolzano, protettore dei boscaioli, viene invocato perché la terra possa offrire i suoi preziosi frutti e contro la grandine, la tempesta, la siccità. Nato nel 1250 circa a Bolzano (Trentino Alto Adige) Enrico è poverissimo. Guadagna da vivere per sé, la moglie e un figlio svolgendo, dall’alba al tramonto, l’antico, faticosissimo e pericoloso lavoro di spacca legna.

I boschi sono sempre stati importanti per l’essere umano: per tante famiglie rappresentano l’unica risorsa lavorativa possibile, sempre rinnovabile, per potersi sostenere. A quei tempi gli alberi sono fondamentali per l’economia locale. Con la legna, infatti, si costruiscono e si riscaldano le case e i ripari per gli animali. Enrico è analfabeta, non è andato a scuola, non sa leggere e nemmeno scrivere. Tuttavia, a contatto con il silenzio delle foreste, mentre le sue forti braccia abbattono alberi con l’uso della scure e spaccano la legna in piccoli pezzi con l’accetta, il povero boscaiolo impara ad amare Dio e tutto il Creato. Si trasferisce, poi, con la famiglia a Treviso (Veneto) attratto, forse, da una maggiore offerta di lavoro. Moglie e figlio, però, a distanza di qualche anno, muoiono.

Rimasto solo, Enrico trova rifugio in una stanzetta angusta grazie alla generosità di un notaio. Conduce un’esistenza solitaria, silenziosa, umile; indossa un ruvido saio, prega sempre, anche di notte, visita tutte le chiese della città e partecipa a tante Messe per ascoltare la Parola di Dio. Si adatta ai lavori più umili e, infine, chiede l’elemosina. Tutto quello che riesce a guadagnare lo regala agli altri mendicanti. Quando nel 1315 lo trovano esanime nella sua povera cella, tutti lo acclamano come santo.

Secondo la tradizione, nel momento in cui Enrico muore, tutte le campane delle chiese di Treviso si mettono a suonare da sole, suscitando stupore e riverenza in città e nelle campagne. Dopo la sua morte testimoni del tempo confermano ben 346 guarigioni da malattie e, per più di un anno, migliaia di pellegrini arrivano a Treviso dalle città confinanti, per rendere omaggio alla tomba di Enrico.

 

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