Ecco chi sono i 5 nuovi Venerabili della Chiesa di cui il Papa ha riconosciuto le virtù eroiche


 

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Sono cinque i nuovi Venerabili della Chiesa di cui il Papa ha riconosciuto le virtù eroiche con i Decreti promulgati il 6 maggio 2020 dalla Congregazione per le Cause dei Santi. 

Si tratta di tre sacerdoti e una ragazza – uno dei quali, ordinato dopo la vedovanza, è il padre della giovane – tutti vissuti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso. Ed anche un ragazzo della cosiddetta “generazione X”, Matteo Farina, il più giovane, scomparso nel 2009.

Con l’udienza al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha riconosciuto per decreto l’eroismo delle virtù cristiane di questi Servi di Dio, ora appellati come Venerabili.

Molto giovane è Maria de la Concepción Barrecheguren y García, originaria di Granada, in Spagna, dove nasce nel 1905. Conchita, come viene chiamata, vive come Matteo Farina una vita intensa di fede e impegno – insegna catechismo, aiuta i poveri, prega molto il Rosario – che a un certo punto, verso i 21 anni incrocia la strada con una malattia fatale per l’epoca, la tubercolosi, che la porta alla morte nel 1927.

Conchita è figlia di un altro Venerabile della Chiesa, Francisco Barrecheguren, un caso quasi unico di uomo sposato, padre, vedovo, e infine sacerdote. Nato nel 1881, custodisce la figlia di cui presto si diffonde la fama di santità quindi, dopo la morte della moglie, si dedica alla preghiera entrando nella Congregazione dei Redentoristi. A contatto con novizi più giovani di lui, vive la formazione con grande umiltà. Si spegne a Granada nel 1957.

Quasi coetanei sono altri due nuovi Venerabili, entrambi sacerdoti ed entrambi italiani. Tra questi Francesco Caruso è un calabrese di Gasperina, in provincia di Catanzaro, classe 1879, che fin da giovanissimo vuole farsi prete ma sono prima il lavoro nei campi – la famiglia non ha mezzi – e poi l’arruolamento militare a dominare la sua giovinezza. Quando riesce a entrare in seminario con la sola quinta elementare in otto anni completa gli studi e viene ordinato sacerdote. La sua personalità spirituale spicca subito, i suoi vescovi gli chiedono di formare i seminaristi, compito che svolgerà con totale dedizione. Fissate nella memoria restano anche le infinite ore passate in confessionale e l’impegno per i minori abbandonati, specie durante la guerra. Muore nell’ottobre del 1951.

Tre anni prima, nel 1876, era nato il barese Carmine De Palma. A 5 anni resta orfano, a 10 entra in Seminario per gli studi, a 23 è sacerdote. Stimato dai suoi vescovi per l’intelligenza e l’equilibrio, gli vengono affidati via via incarichi di maggiore responsabilità. Nel cuore è attratto dalla spiritualità benedettina, che coltiverà sempre, e alla pari di don Francesco Caruso viene ricordato come un “eroe del Confessionale”, ministero che esercita anche dal letto di morte prima dell’immobilità completa cui lo costringono varie patologie. Muore nel 1961 a 85 anni.

Un “infiltrato”, capace di “entrare silenzioso come un virus”. Sembra strano, in epoca di pandemia, che questo possa essere stato l’obiettivo di un probabile futuro santo. Matteo Farina se lo era posto, diventare un giovane in grado di contagiare i coetanei con l’amore di Dio, che definiva “una malattia senza cura”. Perché questo era Matteo, un ragazzo con una grande fede, e come tutti coloro che hanno una grande fede aveva voglia di trasmetterla ai più vicini.

Un piccolo eroe, Matteo. Piccolo per la sua età – quando chiude per sempre gli occhi ha 18 anni. Da quando ne ha 13 combatte con un tumore al cervello. Una lotta uguale a quella di tutti i malati, operazioni alla testa e chemio e speranza di farcela. In Matteo brilla però la luce di chi fin da piccolo – assieme a mamma Paola, papà Miky e alla sorella maggiore Erika – ha preso familiarità col Vangelo, che per tutti, e soprattutto per Matteo, è un libro da leggere ogni giorno e ogni giorno vivere.

È un tipo mite e affabile ma i suoi compagni di scuola, gli amici, sanno che quando scoppierà un litigio le parole migliori per fare pace saranno quelle di Matteo. Lo ribattezzano, con stima, il “moralizzatore” proprio perché non perde occasione per fare riferimento a Dio nelle cose di tutti i giorni. In una pagina del suo diario di 15.enne scrive: “Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.

La malattia lo costringe a viaggi in Germania e a lunghe convalescenze che lo restituiscono alla vita “normale” con intatta la voglia di vivere della sua età. Il cancro scava anche nella sua anima, la rende essenziale come ogni esperienza di dolore. Matteo si affida a Dio in tutto e per tutto e quando la medicina con lui si arrende negli ultimi giorni di vita si offre per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori. Muore il 24 aprile 2009 nella sua Brindisi.

Fonte: Vatican News

 


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Matteo è stato un messaggero mandato da Dio a noi poveri mortali per farci capire che la vita e’ breve e dobbiamo volerci bene gli uni e gli altri e affidarci a lui e fare la sua volontà. Non attaccarci alle cose del mondo perché questo passa,quello che ci da lui non passa ,spogliamoci del superfluo perché quando arriva la malattia ci fa riflettere.