Lo psichiatra Alessandro Meluzzi: “meglio morire libero che vivere con un microchip”

Lo psichiatra Alessandro Meluzzi: “meglio morire libero che vivere con un microchip”

a cura della Redazione

CORONAVIRUS E MICROCHIP

Intervenendo durante la trasmissione di Rete 4 “Quarta Repubblica”, condotta da Nicola Porro, il noto psichiatra Alessandro Meluzzi ha parlato del post Coronavirus e di microchip…

Alessandro Meluzzi è l’arcivescovo metropolita della cosiddetta “Chiesa ortodossa italiana autocefala”, fondata da monsignor Leopoldo Adeodato Mancini, un ramo minore del cristianesimo ortodosso in Italia, ma non riconosciuto dalla Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, né dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e considerato scismatico dagli altri ortodossi italiani.

“Avremo due Italie. Un’Italia che ha perso tutto il suo reddito, quello delle partite IVA per esempio, quelli che hanno dovuto chiudere l’azienda, la bottega, l’artigiano, il piccolo professionista, e quelli che, invece, essendo dipendenti o dello Stato o di grandi gruppi industriali, non avranno perso il loro reddito. Quindi, le condotte dal punto di vista del consumo saranno governati dal principio di realtà, più che della fantasia. Ma il vero problema è quello della libertà. Questa è la parola chiave!”, ha spiegato Meluzzi.

Il professore ha aggiunto una ulteriore considerazione, particolarmente interessante. 

“Ho sentito delle parole anche spaventose dal punto di vista psichiatrico. Meglio del telefonino per tracciare i comportamenti avremmo una soluzione ancora migliore. Un bel microchip infilato sopra la pelle che trasmetta ad una centrale internazionale il nostro stato di salute, con temperatura corporea, glicemia, funzionamento dei neurotrasmettitori, insomma tutto quanto. In questo modo saremo sicuri di potere vivere da robot e morire malati, quando verrà il nostro momento. Ma prima di vivere con un microchip infilato sotto la pelle, o nel c***, preferisco morire prima o di Coronavirus o di qualsiasi altra cosa”, ha detto Meluzzi.

Per il criminologo, “Libertà e sicurezza sono talvolta antitetiche che non sempre si può, nel nome della sicurezza, rinunciare alla libertà, alla dignità o al dover sentire, oltre i depressi, oltre le famiglie che scoppiano, oltre i bambini che piangono, anche delle ‘capo-scala’ che gridano nelle scale: ‘lei dove sta uscendo? Chiamo i Carabinieri…’. Attenzione alla libertà”.

QUI il video

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