Giovanni Marcotullio sulla “vescova”: “Il clericalismo non si combatte estendendolo alle donne”

Giovanni Marcotullio sulla “vescova”: “Il clericalismo non si combatte estendendolo alle donne”

a cura della Redazione

LE INUTILI POLEMICHE SU POST MOLTO CORRETTI

Commentando un articolo del quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia “La Riforma”, che riporta la notizia della biblista francese Anne Soupa che ha annunciato di volersi candidare quale “vescova” della Chiesa cattolica, per richiedere “una partecipazione reale delle donne alla vita della chiesa”, il pensatore cattolico Giovanni Marcotullio ha commentato: “Non importa quanto un/a accademico/a abbia studiato e dove: certe pretese sono sempre, a quanto finora ho potuto constatare personalmente, il tracimare di problemi personali e di conflitti irrisolti”.

Per Marcotullio “C’è una carriera infinita aperta a tutti, senza limitazioni, nella Chiesa cattolica: quella della santità. A quella si dovrebbe lavorare alacremente, altro che titoli e cariche. San Francesco non si ritenne degno dell’ordine sacerdotale, e vorrei vedere quale sacerdote oserebbe ritenersi superiore a Francesco per il fatto di aver ricevuto la chirothesía. Dico questo mentre ammetto che il problema dell”invisibilità delle donne’ nella Chiesa ha un suo perché, e sto forse diventando più possibilista dello stesso Santo Padre sul diaconato femminile: si dovrebbe però contestualmente completare l’opera di Benedetto XVI e riportare il diaconato (tutto quanto) a quello che era prima che il Vaticano II lo ‘reinventasse’, cioè un ministero ordinato sì, ma ‘per il servizio, non per il sacerdozio’. Il diaconato come gestione istituzionale e ordinata della Caritas mi sembra sempre più rispondente alla guida degli Atti degli Apostoli”.

Secondo Marcotullio “l’apertura del diaconato alle donne potrebbe essere perfino funzionale e sarebbe d’aiuto nella risoluzione di due problemi nella Chiesa: da un lato restituire una presenza istituzionale che in qualche modo e misura dovette esserci stata; dall’altro sigillare a doppia mandata l’esclusività virile del sacerdozio ministeriale cristiano”.

“Si pensi alla medievale Giuliana di Norwich, all’antica Teodora, alle moderne Kateri Tekakwitha, Francesca Cabrini e Giuseppina Bakhita, alle contemporanee Gianna Beretta Molla e a Chiara Corbella”, ha rilevato Marcotullio. “Gli scranni più alti della gerarchia cattolica sono alla portata di chiunque, a prescindere dal sesso, dalla condizione e dalla nazionalità. L’Evangelo è appunto questo: bestemmia invece è ridurlo a una mozione sindacale”.

Le riflessioni di Marcotullio hanno scatenato i commenti sui social, anche di “femministe” di casa nostra.

“Nessuna ‘superiorità maschile'”, ha spiegato Marcotullio. “Maria Maddalena fu veramente fatta apostola degli apostoli, ma non è nel novero dei dodici. Gesù affidò a lei l’intelligenza dei misteri divini e la credibilità stessa della risurrezione, come avviene ancora oggi in moltissime famiglie, ma non il mandato apostolico/ecclesiastico. Maria non è Pietro, per dirla alla von Balthasar (ma anche alla von Speyr): è perfino più di Pietro, per i suoi carismi, non le serve scimmiottare quelli del Pescatore. ‘Per la condizione femminile di allora’ la Maddalena (una donna e per di più da sola, laddove la testimonianza richiedeva che i testimoni fossero almeno due per essere credibile) non sarebbe neppure stata scelta per annunciare checchessía – tantomeno una notizia capitale come la Risurrezione – e il fatto che Gesù l’abbia nondimeno scelta ci mostra al di là di ogni ragionevole dubbio che Egli fece ciò che volle e che ciò che volle fece. Se dubitiamo della Rivelazione o ci poniamo al di sopra del Magistero nell’interpretazione delle Scritture pecchiamo di petizione di principio proprio mentre cerchiamo di accusarne una. Finiremmo (fra l’altro) a dire che possiamo usare pizza e birra per dire messa, se infirmassimo ogni normatività della Rivelazione con il ritornello della sclerocardía: quel che resta certo è che ‘tutto’ l’ordinamento ecclesiastico/sacramentale è puramente funzionale al pellegrinaggio terreno, mentre ciò che resta è la sola gerarchia della santità. Motivo di più per ritenere fuori focus certe rivendicazioni”.

“Gli uomini non partoriranno mai, in natura, e le donne non saranno mai sacerdoti, nella Chiesa cattolica: una volta che si accetta la realtà dei fatti (e io parlerei più di ‘ordine mistico’ che di ordine esoterico) si può benissimo indagare sulle sue ragioni”, ha spiegato il pensatore cattolico. “Una delle ragioni che irretiscono il confronto e l’approfondimento sia proprio questo atteggiamento rivendicazionista: la Chiesa non è un sindacato, e certe pose non aiutano la distensione dei nodi clericali, anzi li serrano. Eppure Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno parlato recentemente, abbondantemente e autorevolmente, in materia… Gli stessi Benedetto XVI e Francesco hanno solo (ma più volte) richiamato il loro Magistero. o si riterrebbe valido e autentico il loro parlare solo se avallassero la posizione dei novatori?”.

Ricordando San Paolo, che non era dei Dodici e riconobbe apertamente che Priscilla e Lidia avessero grandi doni, Marcotullio ha rilevato che “non risulta che abbia mai lasciato una donna a sorvegliare una comunità, anzi limitò pure certe funzioni liturgiche (ma sempre da lui abbiamo un cenno neotestamentario al diaconato femminile). Forse furono gli eccessi dei montanisti (che comunque non sembrano comprendere il ‘sacerdozio femminile’) a comportare la reazione di un giro di vite sulla questione femminile in chiesa, e sicuramente si può riprendere il discorso da dove era stato interrotto, ma senza rivendicazionismi e senza ansia di essere ‘al passo coi tempi’. Alla Chiesa non si chiede di seguire i tempi, ma di discernerne i segni, perché ‘non ogni spirito viene da Dio'”.

“Il clericalismo non si combatte estendendolo ad altri membri: quello è vassallaggio clericale, il peggio del peggio”, ha concluso Marcotullio.

Papa Francesco , durante un incontro con i partecipanti alla XXI Assemblea plenaria dell’unione internazionale delle superiore generali (10 maggio 2019) aveva spiegato: “Si deve studiare la cosa, perché io non posso fare un decreto sacramentale senza un fondamento teologico, storico. Ma si è lavorato abbastanza. Poco, è vero: il risultato non è un granché. Ma è un passo avanti. Certo, c’era una forma di diaconato femminile al principio, soprattutto in Siria, in quella zona; l’ho detto [nella conferenza stampa] sull’aereo [nel volo di ritorno dalla Macedonia]: aiutavano nel battesimo, in caso di scioglimento di matrimonio, queste cose … la forma di ordinazione non era una formula sacramentale, era per così dire – questo è quello che mi dice l’informazione, perché io non sono perito in questo – come oggi è la benedizione abbaziale di una abbadessa, una benedizione speciale per il diaconato alle diaconesse. Si andrà avanti, perché di qui a un po’ io potrei far chiamare i membri della commissione, vedere come sono andati avanti. Consegno ufficialmente la relazione comune; trattengo io – se qualcuna ha interesse, io posso in caso darla – l’opinione personale di ciascuno. Ma hanno fatto un bel lavoro, e grazie di questo. […] E se io vedo che questo che penso adesso è in connessione con la Rivelazione, va bene, ma se è una cosa strana, che non è nella Rivelazione, anche nel campo morale, che non è secondo la morale, non va. Per questo, sul caso del diaconato, dobbiamo cercare cosa c’era all’inizio della Rivelazione, e se c’era qualcosa, farla crescere e che arrivi… Se non c’era qualcosa, se il Signore non ha voluto il ministero, il ministero sacramentale per le donne non va. E per questo andiamo alla storia, al dogma”.

 

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